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Coronavirus, Economia e società, MES, Politica Europa, Politica Italia

Come una ranocchia

unnamed (1)Il lockdown è stato prorogato al 13 aprile da un premier visibilmente nervoso e stranamente scapigliato che stentava a credere a sua volta alle parole che pronunciava. Nel fissare la data concreta della proroga, parlava di “fasi 2 e 3” collocate in un futuro indefinito caratterizzato da miglioramenti sanitari altrettanto indefiniti. Poche ore dopo un funzionario, dimostratosi inetto nell’azione ed improvvido nella comunicazione ma mai smentito, prorogava al 1° maggio la liberazione salvo, nel corso della stessa intervista, spostare tutto al 16 maggio. Nel frattempo la ministra dell’Istruzione prepara piani per gli esami di maturità on line nello slot 17-30 giugno. Altri esperti parlano di uscita dall’emergenza non prima di giugno/luglio. La predetta ministra non esclude la ripresa della scuola a settembre con la didattica a distanza. Ancora un po’ e arriviamo a Capodanno.

Il picco è diventato un plateau che prelude ad una seconda ondata, ad un’infezione di ritorno, all’importazione dall’estero, alla permanenza del virus. Esperti divisi su tutto, anche su questioni banali ed ovvie come l’utilità di tamponi e mascherine, alludono ad una vittoria sul virus che arriverà quando R0 (l’ennesimo indice fantasioso e incontrollabile) sarà inferiore a uno, meglio se a zero, salvo premettere che c’è il rischio che torni ad aumentare in qualsiasi momento. I nuovi esperti (dopo magistrati, costituzionalisti, economisti, ONG) impegnano un popolo sequestrato nell’ennesima lotta per obiettivi assurdi, millenaristici, universalistici, improbabili e costosi: gli USE, poi l’integrazione di popoli alieni, quindi la salvaguardia di una natura assassina che ci uccide con i suoi topi alati (non a caso raffigurazione dell’inferno) adesso, come novelli stalinisti, l’eradicazione del virus in un solo paese. Perché poi la purezza acquisita con sacrifici generazionali andrà protetta con vincoli ferrei sui movimenti e su divieti di andare all’estero dove la teoria del gregge, apertamente (Stoccolma, Tokio) o in modo silente (Berlino, Londra, NY, Parigi) impera. Il breve sacrificio si trasforma in un impegno epocale e non richiesto a “cambiare stile di vita” allontanando per sempre il ritorno alla normalità.

Il governo si trincera dietro un parere del “Comitato Tecnico Scientifico” che assurge a novello organo legislativo ed esecutivo senza che si sappia da chi è formato, che cosa propone, che obiettivo persegue. Perchè l’obiettivo sembra essere quello della proroga sine die di misure che, nel loro costo umano, economico e democratico, non hanno avuto precedenti nella storia. Neanche Pol Pot ha mai chiuso in casa tutti i Khmer così come la Corea del Nord appare oggi, al confronto, un regime libertario. Le misure sono state sapientemente graduate passando da lievi a pesantissime come si fa con la ranocchia nella pentola: il “foglio” da portare è diventato un salvacondotto che quelli nazisti erano meno umilianti, con la sua pretesa di descrivere minuziosamente destinazioni, motivi, orari degli spostamenti in corso. Un tentativo, moderno ed arcaico insieme, di programmazione delle esistenze (ridotte peraltro a mere sopravvivenze) grottescamente poggiato sulla carta e non sui bit; un progetto di controllo sociale totalitario lasciato a spazi di interpretazione che permettono ad uno sbirro qualsiasi di multarti perché pretendi di mangiare quello che hai sempre mangiato e di non accettare l’offerta del negozio più vicino. Gli obiettivi sanitari sono ormai labili dietro una curvatura dei divieti che è irragionevole, totalitaria, umiliante, pauperistica. I diritti costituzionali sono diventati privilegi e capricci di viziosi che vogliono correre soli nella campagna o pescare in altura. E rispetto ad essi si adotta un approccio burocratico: sempre una carta in più, una dichiarazione, una firma, un timbro, un bollo. Il modulo che ti fa uscire è cambiato quattro volte in un mese, sempre più minuzioso, vincolante, limitante, penalizzante. Le mascherine proteggono dal virus ma non importa, non ridaranno il diritto di uscire liberamente, anzi diventano un ulteriore gravame nei casi ammessi ed in ogni caso non ci sono, occorre aspettare quello dello stato che arriveranno a tempo e comodo. Il test sierologico potrebbe dare garanzie di sanità e immunità ma non può essere fatto privatamente, macchè, occorre aspettare quello delle regioni e le graduatorie che loro faranno che mettono le persone normali alla fine della lista, tanto qualche mese di reclusione in più cosa vuoi che sia? Si realizza il sogno distopico della magistratura di rito davighiano: tutti presunti colpevoli, non di reati ma di virus, e quindi tutti condannati a prescindere.

L’irrigidimento del 22 marzo non aveva alcun senso sanitario: pochi giorni dopo gli effetti, pur modesti, delle restrizioni hanno iniziato a manifestarsi mentre non si vedono, dopo altri 14 giorni, eccessivi miglioramenti dovuti al lockdown economico ed alla clausura senza ora d’aria. Ma ero stato buon profeta: si trattava di alzare l’asticella per cui, d’estate, avere il permesso di uscire per un’ora e il miraggio di riprendere il Frecciarossa per Roma diventeranno la soddisfazione e l’obiettivo della vita. Aveva ben ragione il mio vecchio quando, da bambino, mi diceva che le bestie muoiono in gabbia ma gli esseri umani si adattano presto.

Perché questo scempio politico e costituzionale avviene con il consenso dei media che scatenano la caccia al jogger, l’assenza dei magistrati, la pavidità dei costituzionalisti che difendono la costituzione ungherese ma non quella locale. E avviene con il silenzio della destra che lottava contro lo stato “che pretende di stabilire i diritti dei cittadini” e che oggi si accontenta di un colloquio al Quirinale, di una conferenza stampa in maschera davanti a Palazzo Chigi, della copertura del disastro sanitario della Lombardia dove i parenti sono stati cacciati da ospedali e RSA e non hanno visto neanche il cadavere dei congiunti, subito bruciato come fanno i mafiosi per eliminare le prove. E tutto questo avviene anche nel silenzio assordante di un popolo che, si vede, non era in classe negli anni in cui si studiava cittadinanza e costituzione e che, dopo 75 anni, intende la libertà come rissa da stadio e non ha nessuna consapevolezza e coscienza dei suoi diritti preferendo scambiarli con la fake promise di redditi statali garantiti a tutti.

Siamo in un regime che dissolve la Costituzione, financo l’art. 81 voluto dall’UE, senza neanche dirlo ma che lascia intatta la burocrazia che impedisce di agire in emergenza per approvvigionarsi di quel che serve: nessuna deroga è stata disposta al codice degli appalti, alla Consip, alle marcature di eco-sostenibilità delle mascherine, così come si applicano alle imprese chiuse per disastro naturale o per legge le norme fallimentari ordinarie. Norme burocratiche così complesse ed astruse che manco la burocrazia riesce a padroneggiarle. Una burocrazia che dopo 40 giorni non ha prodotto o importato le mascherine e che, per quelle che ha, non riesce a capire se vanno bene per le sale operatorie o per le pulizie in una grottesca replica dell’esperienza del terremoto giapponese del 1995 quando i cani da ricerca stranieri venivano messi in quarantena.

È il collasso di un sistema politico-amministrativo che è moralmente corrotto ma totalmente incapace nella programmazione e nella gestione e che per salvarsi calcia in avanti il barattolo postergando la liberazione dei sudditi. È la tragedia di un ometto che è passato senza soluzione di continuità dalle scartoffie al potere e che, disabituato al potere, lo gestisce con le scartoffie, con decreti a getto continuo che sanno solo rincorrere gli eventi e appesantire il basto che grava su un popolo talmente attonito da quello che succede da ritenere sensate le decisioni dei vertici.

Conte ha confuso tattica e strategia: lanciare l’emergenza nazionale coronavirus doveva essere un modo smart di tenere buoni i due mattei ma si è lasciato prendere la mano e si è lanciato in una battaglia priva di senso contro la natura. I presupposti su cui ha basato la strategia anti virus sono sbagliati: questa non è un’epidemia da focolaio comune, non è una malattia con un focolaio definito, circoscritto e circoscrivibile come il colera, ma un’epidemia da focolaio propagato che si diffonde secondo schemi di tipo influenzale. Pensare di limitare un’influenza, per quanto dalla mortalità elevata, con una reclusione totale è inefficace prima ancora che insensato. Nessuno dei rischi che ha vaticinato si sono realizzati: la malattia non si è estesa al sud, non ha interessato fasce giovanili, continua ad essere limitata allo 0,2% degli italiani. E di questa infima percentuale, l’80% la vive senza sintomi o al massimo come un raffreddore. Invece di limitare, per proteggerli, gli spostamenti di anziani e malati, si recludono i sani mentre i vecchietti vanno liberamente a riscuotere le pensione in contanti, come si faceva negli anni ’50, e passano la giornata in coda al supermercato frazionando gli acquisti. E di fronte a questa catastrofe, invece che cominciare a ritrattare, si rilancia vedendo nella famiglia, adesso, la nuova frontiera del contagio. Come previsto, come anticipato da Soros, la nuova teoria è che ci si ammala in casa, che la famiglia è il pericolo e non la salvezza, e allora pronti alle deportazioni di contagiati in luoghi sicuri, ignoti, in mano a chissachi come nelle RSA del bergamasco.

Il terrore – si vede anche dai miei post – è nato quando ho visto Conte prendere decisioni sconcertanti con la naturalezza, la nonchalance, la tranquillità dello psicopatico che preme il pulsante rosso per vedere l’effetto che fa. Ha chiuso in casa 60 milioni di persone e azzerato l’economia, misura non replicata da nessun altro paese, così, tranquillamente, senza porsi neanche per un attimo il problema di quello che sarebbe successo un mese dopo. Ha abboccato come il ghiozzo alla favola cinese della malattia domata con il lockdown senza manco considerare che Wuhan sta alla Cina come Firenze (e non il nord est, e non Italia l’intera) sta all’Italia. Si è gettato a corpo morto in un’impresa “epica” mancando di informazioni, prudenza e buon senso. Si rifiuta di realizzare quell’indagine campionaria (24.000 tamponi, massimo una settimana) che chiarirebbe la reale prevalenza della malattia in Italia e permetterebbe di basare le decisioni su informazioni attendibili. È ignaro di come funzioni un’impresa e ha, se la ha, una visione dell’economia puerile e intrisa dell’ideologia antimoderna che già aveva caratterizzato la finanziaria e che alla fine riduce le soluzioni solo al ruolo dell’intervento pubblico e degli strumenti finanziari, peraltro solo europei. Si è fidato di “esperti” contraddittori e rissosi, a cui ha lasciato monopolizzare il CTS, che ancora oggi calcano il palcoscenico di un popolo segregato e distrutto imprigionandosi in teorie virali degne di un esperimento di laboratorio condotto sulla pelle di un intero popolo, rifiutando al contempo il contributo di economia, diritto e statistica. È andato in Europa con l’atteggiamento presuntuoso di un gagà che sembra essere semplicemente e sorprendentemente ignaro delle dinamiche geopolitiche che vi si svolgono ormai da 10-12 anni e che sono chiare anche ad un blogger amatoriale di periferia. Ha adottato una normazione caotica e una comunicazione frammentaria ed ansiogena e si rifiuta di proporre una prospettiva realistica e definita di ritorno alla normalità. Tuttavia ha investito troppo in questa vicenda e non può essere lui la soluzione: con che faccia potrebbe ammettere di avere distrutto ed asservito il Paese per stupidità e vanità? Per questo occorre che se ne vada e che nasca un altro governo con un’altra strategia: convivenza e non eradicazione del virus.

Del resto la nostra civiltà si basa su molte attività che provocano malattie ma nessuno blocca, né ha mai bloccato, per questo le attività sociali. Il patto sociale è stato quello di non andare a scavare troppo: si sa che la modernità ha portato grandi vantaggi generali (la speranza di vita salita da 40 a 80 anni in un secolo e la popolazione quadruplicata con la sconfitta della fame e delle malattie infettive) ma anche svantaggi specifici legati a questa o quella attività, categoria e territorio.  Questi sono stati considerati un prezzo equo da pagare per ricchezza, sicurezza, comodità e civiltà. Nascondere il nesso fra attività sociale ed economica e malattie è stato, per secoli, il metodo usato per mantenere consenso attorno a questo modello ed esorcizzare i rischi che esso comporta: il “malaccio”, la forte influenza, la malattia sconosciuta intesa come iattura e mero sfavore della sorte sono stati le ipocrisie che hanno reso la realtà socialmente accettabile. Molte malattie hanno avuto, nel tempo, anche recentemente (2015-2017), andamenti irregolari della letalità senza che se parlasse per mesi 24/7 al solo scopo di spargere terrore, anzi forti sbalzi della mortalità sono stati spiegati in termini banali o incomprensibili e dopo poco tacitati.

Questa è la strada per uscire dall’incubo: accettare che questa malattia c’è, che è probabilmente già molto più diffusa di quanto si pensi, che diventerà una delle normali cause di fine vita non legata a scelte politiche, economiche e sociali e trovare sistemi socialmente accettabili per conviverci e, al tempo stesso, esorcizzarla, siano essi le mascherine o i tamponi. Ma per farlo occorre qualcuno che non abbia niente da perdere e questo non è certo Giuseppi.

Sapendo anche che questo comporta molti rischi, in primis quello di dar luogo a forme di schedatura (anzi, modernamente, di “profilazione” di massa) che discriminino fra soggetti sani, a rischio e malati: se non hai i gli anticorpi a posto, come ci si regola per lavoro-scuola-servizi-libertà di movimento? Si rischia di buttare al macero anche l’art. 3 e di prevedere forme di apartheid per i non sani?

Tutto questo chiama in causa anche il PdR che non ha capito il rischio di associare due culture illiberali come quella piddina e grillina. Perché questa devastazione va verso la deriva statalista e pauperista del M5S. Perché indebolimento economico, distruzione della libertà di impresa, asservimento degli individui alle provvidenze di stato erano nella sua vision e nel suo programma. E visto che il declino pentastellato era ormai nelle carte, forse se a settembre si fosse tornati a votare almeno questo problema ce lo saremmo tolti di torno.

Domani ci sarà la riunione che varerà il MES lieve: alla fine quello era l’obiettivo e quello è accaduto. Si partirà piano, poi più avanti le catene diventeranno più pesanti. Ci cuoceranno a fuoco lento. Come la ranocchia.

Discussione

2 pensieri su “Come una ranocchia

  1. Le mie più sincere congratulazioni
    per la profondità del suo scritto, mi
    ha fatto lo stesso effetto di quando
    esci con l’auto da un banco di nebbia.

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    Pubblicato da Axel | 7 aprile 2020, 10:34
  2. Articolo pregevolissimo. Grazie.

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 9 aprile 2020, 13:05

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