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Coronavirus, Stats

Virus: non tutto è chiaro

Dati aggiornati al 5 aprile:

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La mortalità tende a diminuire in relazione all’aumento delle guarigioni (che hanno tempi più lunghi, 24/30 giorni) rispetto ai decessi che hanno tempi di 10 giorni dall’insorgenza dei sintomi.

L’analisi per coorti giornaliere (dati ISS: mediana decessi, approssimata a media, dal giorno di ricovero: 5 giorni) dà una mortalità media (25/2-5/4) del 56,22%. Tuttavia il modello dà consistenti saldi negativi ricoveri-decessi negli ultimi quattro giorni il che significa che sono registrati consistenti decessi al di fuori degli ospedali. Tale dato inficia l’attendibilità dell’analisi che invece era stata discreta nei giorni passati.

L’analisi per coorti giornaliere (dati ISS: mediana decessi, approssimata a media, dal giorno dei sintomi: 10 giorni) dà una mortalità media (24/2-5/4) del 19,60%. Il dato è simile alla stima ipotizzata in uno studio specialistico sulla base del metodo dei casi chiusi (vedi link sottostante). Punto di attenzione: la diagnosi prescinde dai sintomi e quindi non tutti i contagiati sono sintomatici (i sintomi possono apparire successivamente) per cui in il tempo intercorrente fra diagnosi e decesso potrebbe essere maggiore.

E’ da notare che il dato dei decessi può essere in ogni caso sottostimato a causa della mancata esecuzione del tampone, requisito necessario per la diagnosi, specie su pazienti morti a casa o nella RSA.

Dettagli metodologici e riferimenti esposti qui.

È da notare che il coronavirus è stato diagnosticato solo nello 0,21% della popolazione italiana. Questo dato appare poco credibile vista l’elevatissima letalità apparente che lascia intendere che la malattia sia molto più diffusa di quanto stimato, sia pure in forma asintomatica o paucisintomatica, e che abbia una forma di circolazione di tipo influenzale. Questa ipotesi non contrasta con la considerazione che anche l’influenza si sviluppa su larga scala in tempi relativamente brevi (3/6 mesi). Solo un’analisi su un campione rappresentativo potrà chiarire la prevalenza della malattia nella popolazione e permettere la stima di un denominatore corretto.

Analisi di correlazione su dati giornalieri (25/2-5/4):
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Il dato dei tamponi è fortemente correlato con i decessi e, anche se meno, con il numero totale dei casi ed il numero di casi di isolamento domiciliare. Non è invece correlato con il numero dei ricoveri ed esiste una relazione inversa, anche se debole, con il numero delle terapie intensive. Quindi si può pensare che l’aumento dei tamponi permette di scoprire più casi di modesta entità e di attribuire più decessi al coronavirus mentre i casi gravi si manifestano indipendentemente dalla dimensione degli screening. Queste ipotesi sono confermate dal fatto che il numero totale dei casi è a sua volta fortemente correlato con decessi e isolamento domiciliare.

Età media al decesso: il report ISS del 5 aprile dichiara un’età media al decesso di malati di coronavirus pari a 78 anni, mediana 80. La composizione per sesso è: maschi 68,6%, femmine 31,4%.
L’età media alla morte suddivisa per sessi negli ultimi 5 anni è stata la seguente. L’età media al decesso ricalcolata corrisponde al valore medio ponderato per sesso ricalcolato in base alla composizione M/F dell’universo dei morti per coronavirus che è molto diversa da quella della totalità della popolazione italiana (circa 70/30 contro circa 48/52).

Diapositiva3Ne risulta che il coronavirus determina una mortalità anticipata di circa due anni rispetto alla media italiana.

Il rapporto settimanale del Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera del Ministero della Salute – del 18/24 marzo evidenzia questo andamento della mortalità per classi di età avanzate (>65) nel periodo 2016-2020:

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Evidenze:
1. Nonostante gli allarmismi della stampa, almeno fino al 24 marzo il picco di mortalità non era superiore ad altri picchi avutisi nel 2016/17 (questo addirittura molto più alto), 2017/18 e 2018/19;
2. la particolarità è lo spostamento temporale verso il mese di marzo, dato sui cui si è concentrata la stampa mainstream, mentre negli anni precedenti i picchi erano fra dicembre e gennaio;
3. l’esplosione di marzo è preceduta da un lungo periodo (da agosto 2019) in cui la baseline è al di sopra del trend di mortalità;
4. il delta baseline-trend raggiunge livelli inconsueti nel periodo ottobre-febbraio determinando una “carenza di mortalità” probabilmente recuperata nel mese di marzo;
5. il trend continuerà sicuramente ad aprile ma occorrerà vedere in capo all’anno se siamo di fronte davvero ad un fenomeno eccezionale o meno. Soltanto il confronto fra i diversi anni in termini di mortalità complessiva potrà dare informazioni in proposito. Tenuto conto che le morti per/con coronavirus sono solo il 2% delle morti complessive italiane, anche in ipotesi di un raddoppio, non è detto che gli effetti sulla mortalità complessiva siano evidenti.

Questa considerazione è confermata dal fatto che il nostro Paese non è esente da scoppi di mortalità di rilevante dimensione (Fonte: I.STAT, per il 2019 demo.istat.it):
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Il dato 2019, il più basso della serie, se confermato, lascerebbe ipotizzare una carenza di mortalità nel 2019 (dovuta soprattutto ad un inverno caldo) che è stata recuperata tutta insieme a primavera 2020.

Quindi i decessi di coronavirus beneficiano di un’attenzione che non è stata riconosciuta alle altre malattie che hanno determinato picchi di mortalità, soprattutto quello del 2015 sbrigativamente liquidato con considerazioni sull’invecchiamento della popolazione, su trascinamenti statistici da inizio XX secolo e sulla gravità dell’influenza stagionale. Ricordo che ai tempi non si voleva mettere in discussione il dogma del pareggio di bilancio che avrebbe potuto spiegare l’aumento di mortalità in termini di minori livelli di assistenza. Visto l’andamento storico della mortalità della popolazione anziana, connesso al fatto le diagnosi di morti per influenza sono storicamente pochissime (https://www.epicentro.iss.it/influenza/sorveglianza-mortalita-influenza) e che molti decessi vengono attribuiti a generiche malattie respiratorie, può sorgere il dubbio che in realtà il coronavirus sia presente da anni, in forma endemica, nel nostro territorio e che l’emergenza di quest’anno sia dovuta solo al fatto di averlo identificato in forma specifica.

Da notare il fatto che la diagnosi di decesso (con o per) coronavirus avviene secondo criteri diversi da quelli previsti per le altre malattie per cui i dati non sarebbero correttamente confrontabili. Ugualmente si può dire per l’attribuzione della causa di morte in caso di patologie multiple, non a caso l’ISS, pur nelle polemiche, continua a parlare di morti “con” coronavirus. Il coronavirus è quindi una patologia trattata con modalità diverse dalla altre: quale sia il senso di questa focalizzazione non è dato saperlo.

Discussione

2 pensieri su “Virus: non tutto è chiaro

  1. La scorsa estate, mia mamma ha affrontato un lunghissimo ricovero.
    Ricordo che in quel periodo, nei reparti c’era una drammatica emergenza epidemica, di una strana “polmonite batterica” che non rispondeva ad alcun antibiotico. Al tempo si riteneva fosse una epidemia ospedaliera particolarmente aggressiva. I medici e i familiari, dovevano indossare camici usa e getta, guanti e mascherine. Nonostante ciò, i decessi erano all’ordine del giorno, ma trattandosi di persone molto anziane e malate, probabilmente la cosa non destava particolare allarme nei media, ma nei medici sì.
    Il sospetto che si trattasse già di Covid-19 non me lo toglie nessuno.

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    Pubblicato da Graziella | 6 aprile 2020, 11:48

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  1. Pingback: Come una ranocchia | Average Joe - 7 aprile 2020

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