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Non andrà tutto bene

Presentazione standard1La riunione dell’Eurogruppo è andata avanti tutta la notte e siamo ancora in attesa di comunicati ufficiali. È una delle prime volte in cui non ci sono neanche rumors. Siamo ancora nel campo delle previsioni e la mia previsione è che non andrà tutto bene per una serie di motivi:

  • L’Eurogruppo non è il posto giusto per questo tipo di trattativa, visto che è la vestale del MES;
  • In un accordo di compromesso, se una parte chiede solidarietà con zero condizionalità e l’altra propone molte condizionalità, alla fine si darà nel mezzo e qualche condizionalità ci sarà per forza. Certo potrebbe trattarsi di forme di controllo soft, esterne, del genere di quelle poste in essere per l’attribuzione dei fondi strutturali ma che si stia discutendo da settimane per un’ipotesi minimale pare improbabile. Ci sarà un controllo “Tipo Trojka”, magari nascosto o soft all’inizio ma che si appesantirà nel tempo visto che, una volta entrati nello schema, poi la posizione dei nostri governi (qualunque siano ma soprattutto se di centro-destra) sarà debolissima vuoi per motivi di diritto (art. 136 TFUE e memorandum), vuoi per motivi economici perchè il mercato capirà che non siamo più in condizioni di autogestirci;
  • Il governo italiano è in condizioni di grave debolezza negoziale visto che il nostro Paese sta subendo gli effetti della crisi da Covid-19 in misura molto superiore agli altri paesi europei;
  • Il governo italiano ha accentuato la sua debolezza esacerbando i toni e gli allarmi sull’epidemia ben più di quanto hanno fatto gli altri e prendendo misure di blocco economico che non hanno riscontro in nessun altro paese occidentale: non si è verificata la previsione dell’Italia come modello per gli altri paesi;
  • Se chiedi che gli altri partecipino ai tuoi guai, è abbastanza logico che chiedano qualche garanzia e d’altro canto l’Italia dovrebbe porsi anche qualche problema dal lato del prestatore visto che i soldi che eventualmente saranno dati alla Grecia difficilmente torneranno indietro;
  • in ultimo, si sta trattando su cifre (16 mld di Sure su più anni, 36 mld di MES) che sono inferiori a quelle necessarie di almeno un ordine di grandezza: tanto impegno per un piatto di lenticchie.

In definitiva, questa era una partita che non doveva neanche cominciare. La strategia giusta non era chiedere soldi agli altri ma fare da soli con il supporto della BCE fino a fine anno per evitare di legarsi al carro UE prima del probabile “liberi tutti” che porterà anche gli altri su alti livelli di deficit e debito per diversi anni. La differenza è che loro lo faranno senza avere lacci e lacciuoli che influiscono sull’economia e sulla democrazia.

Del resto non è neanche più logico chiedere solidarietà in funzione della diversità epidemiologica italiana visto che questa talamena dura da diverse settimane e nel frattempo i contagi sono aumentati dappertutto (vedasi tabella sotto) talchè oggi tutti potrebbero legittimamente invocare la solidarietà degli altri.

USA 400,540 12,857
Spain 141,942 14,045
Italy 135,586 17,127
France 109,069 10,328
Germany 107,663 2,016

Se il MES è deleterio, non credo che neanche i coronabonds siano più di tanto favorevoli  in quanto un accordo su strumenti condivisi nuovi, in queste condizioni, qualche condizionalità la comporterà per forza.

La strategia di sistema doveva prevedere il rinvio di ogni accordo, l’impegno a fare da soli e le dimissioni del governo che ha dimostrato una miopia al limite dell’autolesionismo. Si conferma che Conte ha talmente  poca esperienza che praticamente ignora le reali dinamiche intraeuropee: viene da chiedersi dove fosse e cosa facesse nel 2008 e 2011, anni in cui questa esperienza se l’è formata anche un blogger appenninico semplicemente leggendo i giornali. A parte le responsabilità su interpretazione dell’epidemia e contrasto alla stessa, cambiare governo voleva dire sparigliare le carte e ritornare a trattare (perché niente è scontato, neanche l’appoggio BCE) più avanti ed in un altro modo, non certo da una posizione di forza ma con un piano. Piano che doveva essere un grande compromesso fra Italia e UE. Da un lato accettare definitivamente, in primo luogo, la partecipazione all’Euro, magari costituzionalizzandola come secondo comma dell’art. 12 della Costituzione (“La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. “La moneta della Repubblica è l’Euro”): avrebbe avuto più senso questo che non l’art. 81 di cui si è sempre fatto strame dal 2012 in poi.

Questa scelta avrebbe dovuto essere sostenuta, in secondo luogo, da un piano condiviso e rigoroso di risanamento delle finanze pubbliche attraverso forme di contenimento della spesa che prevedessero, però, anche un ruolo attivo della BCE nella compressione dei costi degli interessi passivi che sono un’eredità del passato e che rappresentano il macigno su cui si sono schiantate tutte le politiche di bilancio italiane degli ultimi 12 anni. Penso ad un’offerta obbligatoria di acquisto e scambio di tutti o di gran parte dei titoli italiani in circolazione che la BCE avrebbe ritirato per poi scambiarli con titoli italiani di nuova emissione, a scadenza lunga e lunghissima (secoli), a tasso zero, da ricollocare successivamente sul mercato secondario. Abbassandosi per forza il corso rispetto al valore nominale, per motivi di minor rendimento e maggiore duration, i risparmiatori avrebbero recuperato i rendimenti ma senza costi per lo stato. Di fatto si creerebbero, solo sul mercato secondario, degli zero coupon bond il cui rendimento sarebbe rappresentato dalla differenza fra costo di acquisto e valore di rimborso. Con perdite per la BCE, certo, ma anche queste spalmabili su decenni e secoli e che sarebbero state una giusta compensazione per i danni subiti per effetto di pratiche scorrette che hanno sistematicamente avvantaggiato il nord e penalizzato il nostro Paese, soprattutto con le scelte immotivate del 2011-2012 che hanno pregiudicato la situazione attuale. La stabilizzazione della situazione della finanza pubblica avrebbe poi favorito la visibilità del futuro da parte degli operatori economici e rimesso in moto meccanismi di sviluppo che avrebbero permesso il miglioramento del ratio debito / PIL.

Niente di facile, ci mancherebbe altro. Ma certo ogni corsa di 1000 miglia comincia con un passo ed il primo passo era volerlo fare. Il secondo era saperlo fare e tutto questo ci riporta inevitabilmente a Mario Draghi il cui programma è stato però rapidamente posto nel dimenticatoio da tutti, anche dalla destra che pochi mesi fa lo ipotizzava premier. Peccato, sarà per un’altra volta. Anche se allora io, probabilmente, non ci sarò più.

Discussione

3 pensieri su “Non andrà tutto bene

  1. La trovo sempre molto interessante da leggere, ma, per la seconda volta, non capisco il percorso, che, per inciso, non condivido. Da una parte prevede “un liberi tutti”, parametri deficit/PIl e debito/PIl saltati un po’ per tutti, dall’altra richiede per l’Italia questa adesione, quasi fatalista, all’Euro, addirittura con inserimento in Costituzione. Che poi, domanda ingenua, non usiamo già l’Euro e non stiamo risanando le finanze pubbliche, con anni di avanzo primario?
    Sembra che lei sia convinto che un salto in avanti non sia nell’agenda, nella maniera più assoluta, di nessuna cancelleria dell’area Euro. Un salto indietro, invece, non è fattibile/auspicabile. E quindi opti per una terza via, all’italiana, per poter vivere/sopravvivere.

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    Pubblicato da Stefano Petroncini | 8 aprile 2020, 14:41
    • Gentile Stefano, penso che l’istituzione europea, variamente denominata, sia stata una delle migliori intuizioni della politica fino al trattato di Maastricht del ’92, laddove si è usciti dall’economia e si è entrati nella politica. In Italia abbiamo, almeno fino ad oggi, una visione irenica e romantica che non trova più riscontro nella realtà almeno dalla crisi del 2011-12 che ha svelato la nuova versione dell’UE come strumento istituzionale e normativo in mano ad alcuni paesi ed usato contro gli altri. Le successive crisi delle migrazioni e, oggi, del Covid-19 dimostrano che questa è la sua nuova natura e mi confermano nel mio convincimento che questa infrastruttura non evolverà più verso un sistema di solidarietà e condivisione come è stato almeno fino al 2008. La strategia della sinistra europeista di diventare una provincia dell’impero rischia di farci diventare semplicemente una colonia.
      Detto ciò, la soluzione migliore sarebbe, a mio avviso, uscirne: bene o male, anche gli ondeggiamenti degli ultimi due governi verso Russia e Cina confermano che la natura profonda del nostro Paese è di carattere mercantile e, date le dimensioni, questo richiede la possibilità di muoversi negli spazi interstiziali fra grandi potenze e grandi blocchi. Ma anche se non ci fosse l’Euro, l’Italexit sarebbe fattibile soltanto in presenza di alcuni prerequisti che la Brexit ci ha dimostrato dal vivo: al netto di una spaccatura profonda della politica e dell’opinione pubblica, occorrono una classe politica intellettualmente e culturalmente formata e consapevole di sé stessa, un consenso politico vasto e duraturo dell’elettorato (dal giugno 2016 al dicembre 2019 sono passati tre anni e mezzo e la maggioranza Exiter è sempre rimasta tale), il sostegno almeno parziale dei poteri forti (in primis, probabilmente, la corona), condizioni economiche solide, la disponibilità a sostenere i disagi e le perdite che almeno in un primo momento ci saranno, un sistema mediatico almeno diviso in parti uguali fra le due opzioni. Niente di tutto questo c’è in Italia. In più c’è la questione Euro di cui l’Italia è innamorata ma nella cui logica (rigore, efficienza, produttività, controllo della spesa e, alla fin fine, disuguaglianza) non è mai realmente entrata. Il debito pubblico è un ulteriore fardello che, per quanto alimentato da questa logica distorta, non è ragionevolmente imputabile, per la grossa parte, né a questa classe politica, né a gran parte dell’elettorato (ricordiamo che i diciottenni di oggi nel 2008 giocavano con bambole e macchinine). Questo è il vizio originario della nostra adesione perché l’Italia aveva il ratio debito/PIL superiore al 100% già nel 1997 e quindi non sarebbe dovuta entrare nell’Euro ma curiosamente allora si disse che non era importante violando una delle numerose “condizionalità” di cui l’UE è infarcita. Questo fardello rappresenta un elemento di potente ricatto che genera instabilità politica ed economica e conflittualità intraeuropea.
      Volendo evitare l’assoggettamento via MES (che, detto per inciso e qualche ora prima della milionesima “riunione decisiva”, ritengo abbastanza probabile), l’alternativa sarebbe quella di proporre un grande patto che rimuova almeno gli effetti di situazioni pregresse e che, abbassando il carico di interessi, liberi risorse che possano essere reinvestite per aiutare sviluppo economico e modernizzazione. Siccome gli affari si fanno in due, L’UE potrebbe essere interessata? Forse sì, se si pensa che alla fine l’Italia ogni tre per due la sottopone a uno stress test ponendole problemi quasi insolubili che sono solo suoi e visto anche che il consenso verso l’istituzione europea sta scemando continuamente e che quindi un’ipotesi di Exit potrebbe cominciare, per converso, ad acquisirlo. Del resto rifiutare un’ipotesi realmente seria di sistemazione dei rapporti vorrebbe dire che l’UE tiene, più che all’Euro, agli spread che questo genera e ciò potrebbe esserle fatale. Ma ammesso e non concesso che ciò sia vero, per arrivare a questo risultato occorre pensarlo, volerlo e saperlo fare e nessuna di queste tre precondizioni mi sembra sussista in un governo rabberciato, con un partito ormai evaporato ed un premier che sembra veleggiare a un metro da terra, interessato solo al suo destino ed apparentemente sbalordito da quasi tutte le conseguenze delle sue decisioni.
      Draghi è un’opzione: è parte di un sistema ma forse non di questo sistema. È un dato di fatto che la sua azione ha coperto l’Italia e che la situazione è precipitata appena 4 mesi dopo che se n’è andato. Ha una sua agenda ma questa potrebbe in parte coincidere con quella del Paese, compreso il fatto che il Paese un po’ deve cambiare.
      Inserire una frase in Costituzione ha un significato simbolico alto ma un impatto limitato visto che sono almeno due decine gli articoli costituzionali che sono stati stracciati, di diritto o di fatto, con disposizioni secondarie che nessuno ha minimamente contestato e che in pochissimi hanno almeno analizzato: basterebbe un’altra crisi e si passerebbe tranquillamente sopra anche all’ipotetico secondo comma dell’art. 12. Ma d’altro canto modificare l’art. 12, che è principio fondamentale (una bandiera, sic!), vorrebbe anche dire superare di fatto la Costituzione del 1948 e crearne un’altra, magari aprendo la strada anche a modifiche ad ampio raggio che mi sembrano necessarie.
      Grazie per il commento e per l’interessamento e, vista l’epoca, un sincero augurio di serena Pasqua.

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      Pubblicato da Average Joe | 9 aprile 2020, 8:07
  2. La ringrazio per la risposta, un regalo inaspettato. Direi che concordiamo sui motivi che ci hanno portato a questa situazione. Però preferendo un’uscita, od un rompete le righe generale, qualunque altra soluzione mi appare una sconfitta (in tutto o in parte), e, peraltro, con scarse probabilità di successo, considerato che i paesi forti, a mio modo di vedere, non hanno alcuna intenzione di giungere a dei compromessi. Anche sulla moneta €uro ci troviamo in disaccordo. Romanticamente la percepisco come il simbolo di questa situazione, costituzionalizzarla sarebbe, per me, un po’ troppo. Nell’attesa di leggerla nuovamente, contaccambio gli auguri di una buona Pasqua.

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    Pubblicato da Stefano Petroncini | 10 aprile 2020, 8:30

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