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Di nuovo alla finestra

download Mi notano di più se ci vado o se non ci vado? Questo deve essere stato il dubbio di “Giuseppi” ieri sera quando, dopo avere fissato una conferenza stampa alle 20.30 alla fine ha optato per la seconda opzione e ha dato buca. Ora, non è che ci siamo persi molto: solo la drammaticità del momento impedisce di vedere il lato grottesco delle sue apparizioni video: come nelle canzoni di Vasco Rossi, lui solo in una stanza e tutto il mondo fuori, in compagnia delle bandiere, con i giornalisti collegati da remoto con qualche strumento tecnologico che, per motivi incomprensibili, deve risalire agli anni ’90 (“non la sento, è caduta la linea, mi richiami, passiamo ad un altro”). Niente di paragonabile a quelle di Borrelli, alla fin fine solo un impiegato dello stato e neanche tanto vispo, con le quali ci puoi rimettere l’orologio (“c’è Borrelli, allora sono le 18.00”) e che si svolgono, con ostentato sprezzo del pericolo, senza mascherina pur in presenza di giornalisti in carne ed ossa che fanno domande almeno acusticamente intelligibili.

Del resto la comunicazione istituzionale vive momenti grigi: per dire, anche la regina ha avuto un’audience mica eccezionale. È vero che sono pur sempre 24 milioni di spettatori ma in definitiva si tratta solo del doppio di Mattarella per un evento eccezionale, solo il quarto discorso fuori programma che la regnante faceva in 70 anni di regno. Probabilmente è il format che non funziona più: il sire, il presidente, il coordinatore che appare in TV ad ore improbabili e parla in modo paludato in un ambiente sontuoso è forse connesso tecnologicamente con il “suo” popolo ma non lo è più emotivamente. Funzionano altri format ma non è questo l’argomento del post.

Conte è il presidente del consiglio dei ministri e ha una tale considerazione di sé e del suo ruolo da avergli imposto una torsione autoritaria. È quindi strano che abbia deciso, ieri, di tenere un profilo tanto basso da assomigliare alla fuga. Probabilmente lo fa perché si sta rendendo conto che tutte le cose belle finiscono e che quindi anche questa luna di miele e fiele insieme con il “suo” popolo sta finendo. Perché siamo sinceri: nessuno ha mai avuto davvero paura di questa malattia, chiunque abbia meno di 65 anni pensa che la probabilità di ammalarsi sia infinitesimale e che, in tal caso, la maggior parte se la cava comunque con la vecchia ricetta di “lana, latte e letto”. Di più, molti pensano di averla già avuta, in tempi non sospetti, sotto forma di malesseri modesti ma persistenti e prolungati. Addirittura questa drammatizzazione che sta sfociando nella persecuzione, nella discriminazione e nella deportazione dei malati, complica la vita rispetto ad un decorso che normalmente è benigno e che altrimenti dovrebbe trovare soluzione nelle misure mediche e non in quelle simil penitenziarie che stanno avanzando. Questa reclusione è stata gradita all’inizio perché scambiata per una vacanza fuori ordinanza che permetteva di ritrovare con poco sforzo (dovevi stare sul divano, mica marciare nelle piazze e nei viali) uno spirito nazionale di contenuto puramente sentimentale e di esternare buoni sentimenti che hanno lasciato velocemente posto alla caccia ai jogger ed alla delazione punitiva verso quelli con cui, un mese fa, magari giocavi a carte. Ma adesso basta.

Adesso tutti i nodi stanno venendo al pettine. Il primo è che il governo è succube di esperti che non sanno: non sanno cosa è questa malattia, qual è la sua origine, quanto sia realmente diffusa, quanto sia realmente grave, come possa essere curata, se e quando ci sarà un vaccino e se questo sarà sufficiente a evitare nuove infezioni. La statistica è chiamata così perché quando nacque si pensava fosse necessaria per il governo degli stati: peccato che oggi chiunque sappia rapportare due numeri sia rigorosamente tenuto fuori dal sedicente Comitato Tecnico Scientifico. Sono due settimane che esimi esperti di statistica hanno stato proposto di fare un’indagine campionaria statisticamente rappresentativa per capire quanto è diffusa la malattia: 2.000 campioni per regione, una settimana di tempo, poi la verità. Che magari è che stiamo lottando contro l’influenza. Del resto alcune cose non tornano. Anche con i dati aggiornati al 28 marzo, nel pieno della tempesta Covid, il picco di mortalità è inferiore a quello del dicembre 2016-gennaio 2017 che era a sua volta inferiore a quello del 2015. In quegli anni gli “eccessi di mortalità” furono sottaciuti perché richiamavano alla mente i 700 bambini statisticamente morti in Grecia per i tagli alla sanità e la stampa di qualità (perché neanche lei ha più il coraggio di chiamarsi “libera”) aveva paura di fare il gioco dei populisti. Allora sorge un dubbio: non è che questa malattia è normalmente esistente in natura, è stata scambiata in passato per uno dei tanti virus parainfluenzali e solo adesso che ha un nome e cognome viene analizzata 24/7 in mondovisione? E se si è passati dall’occultamento all’ossessione non è, magari, che un motivo c’è?

Il governo quindi non è in grado di risolvere l’epidemia perché i suoi consulenti vedono i problemi ma non le soluzioni. Solo la buona stampa impedisce di vedere che la mortalità è calata di poco e che i picchi di 20 giorni fa sono da imputare non al virus ma alla disorganizzazione della (ex) mitica sanità lombarda  che tempestivamente ha aspettato ad aprire l’ospedale della Fiera il giorno in cui i casi di terapia intensiva hanno cominciato a calare.

Il secondo nodo è che aveva ragione Stalin: un morto è una tragedia, un milione di morti una statistica. Non siamo così truculenti ma alla fine, sinceramente, dopo un po’ si fa il callo a tutto e allora la notizia quotidiana che sono morti in altri 600 non fa più un grande effetto.

Anche perché, terzo nodo, ormai i problemi economici sono diventati prioritari e le scelte del governo, sia in campo sanitario che economico, anche in questo caso tendono a fare più parte dei problemi che delle soluzioni. Per quanto malinteso ed attenuato dal permanere dell’emergenza, il conflitto fra economia e salute comincia ad emergere ed è plasticamente rappresentato dallo scontro fra Confindustria e sindacato il quale, al netto di un orientamento ondivago di Landini pressato dalla FIOM, pare avere abbracciato la prospettiva di deriva venezuelana fatta di distruzione imprenditoriale e di statalismo in salsa emergenziale perenne.  Il quarto è che Conte, proprio ieri sera, ha preso una bella tronata in Europa: vi ricordate la gustosa gag in cui diceva “vi diamo dieci giorni altrimenti faremo da soli”? Bene, allora faremo da soli perché se la posizione era “sì coronabond, no Mes” la decisione finale è stata speculare: sì Mes, no coronabond. Il che lascia pensare che la ricreazione stia per finire e che a settembre, passata l’epidemia (che poi molti paesi ritengono che non ci sia manco stata e comunque la fine la fischieranno loro) si tornerà alla quaresima del fiscal compact. E allora vi stupite che uno accampi un altro impegno e vi dia buca?

Si evidenzia la totale inadeguatezza del governo e soprattutto di Conte che ormai interpreta il proprio mandato in termini puramente mediatici intrisi di vanagloria e solipsismo. In UE si comporta semplicemente come uno sprovveduto e sembra sostanzialmente inconsapevole della gravità della situazione politica ed economica e viene il dubbio, visto l’esito di ieri che un altro passo verso il Mes (l’assenza di condizionalità per le spese sanitarie è la foglia di fico per la pubblica opinione poi, una volta abboccato, si torna allo standard) se sia solo imbecille o anche complice di coloro che dentro e fuori, auspicano il dissesto italiano.

Dobbiamo prendere atto che la democrazia è stata posposta alla medicina. Questa constatazione consiglierebbe di approntare un piano di emergenza per salvare almeno i rudimenti dello stato democratico (art. 1, secondo comma, ricordate?) e chiedere ai cittadini, encomiabili per autodisciplina e rispetto del lockdown, chi vogliono che gestisca la situazione drammatica che si svilupperà dopo l’estate. Avremo probabilmente una finestra di opportunità elettorale fra giugno e settembre prima che l’autunno riporti, oltre che la legge di stabilità, anche l’epidemia. Non sarebbe male ipotizzare un election day autunnale con regionali e politiche abbinate lasciando perdere il referendum costituzionale che non è più una priorità per nessuno e che, in questo clima di cupio dissolvi costituzionale, può essere accantonato senza patemi d’animo. Senza considerare che Draghi può essere, in pectore, il candidato di molti, se non di tutti, per il prossimo mandato quirinalizio e allora, se si accantonano le velleità di Conte e le ambizioni confirmatorie di Mattarella (che comunque alla scadenza avrà 80 anni), questa attesa messianica del 2022 perde molto di senso. Del resto il rischio è che, magari con stop and go, questa situazione strana duri per anni e allora non possiamo aspettare la scadenza naturale della legislatura che comunque potrebbe ugualmente risentire di una epidemia non domata, almeno mediaticamente. Senza considerare che la prossima legge di bilancio sarà determinante per i prossimi due decenni (dalla crisi del 2008 non ci siamo ancora ripresi, figuriamoci da questa che sarà peggiore) ed affrontare questi passaggi critici in una situazione deteriorata sotto tutti i punti di vista, con un governo debolissimo che è minoranza nel Paese, un premier inadeguato, un parlamento neutralizzato ed in un regime fortemente soggetto alle “condizionalità” virali non sarebbe né produttivo, né giusto. Il silente vecchino del Quirinale (a proposito, come mai si sente così poco? E adesso che, dopo essersi sbilanciato tanto, l’UE gli ha fatto un ciaone, come si manifesterà) potrebbe farci un pensiero.

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Un sincero augurio di buona Pasqua a tutti i lettori. Anche se la Quaresima continuerà.

Discussione

2 pensieri su “Di nuovo alla finestra

  1. Grazie

    Piace a 1 persona

    Pubblicato da Stefano Petroncini | 10 aprile 2020, 15:10
  2. Conte parla e straparla di progetti ambiziosi,
    ma è incapace persino di far arrivare un tozzo di pane alla gente reclusa e senza lavoro.
    Il governo va a braccio, stritolato da quello che dovrebbe essere fatto, le decisioni che non è in grado prendere e il muro che l’Europa gli sbatte davanti alla mano tesa: nessuno ha voglia di aiutare chi non cerca di farlo da sè.
    E allora, via a Patrimoniali e sanatorie! Meglio andare sul sicuro. Il popolo non ha il pane ma magerà i croissant.

    La salute al primo posto, ma gli ospedali ci sono SOLO per il Covid-19 e gli ormai suoi rarissimi pazienti.
    Nessuno si chiede fino a che punto, l’isterica paura del contagio, può sopprimere il diritto ad una vita dignitosa.
    Non c’è proprio nulla, che stia andando bene. Facciamo passare la Pasqua. Aspettiamo. Aspettiamo ancora.
    Un caro augurio anche a lei.

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 10 aprile 2020, 20:06

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