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Coronavirus, Economia e società, M5S, Politica Europa, Politica Italia

Oro colato

The ESM is equipped with instruments that could be used, as needed, in a manner adapted to the nature of the symmetric shock caused by COVID 19. We propose to establish a Pandemic Crisis Support, based on the existing ECCL precautionary credit line and adjusted in light of this specific challenge, as a relevant safeguard for euro area Member States affected by this external shock. It would be available to all euro area Member States during these times of crisis, with standardised terms agreed in advance by the ESM Governing Bodies, reflecting the current challenges, on the basis of up-front assessments by the European institutions. The only requirement to access the credit line will be that euro area Member States requesting support would commit to use this credit line to support domestic financing of direct and indirect healthcare, cure and prevention related costs due to the COVID 19 crisis. The provisions of the ESM Treaty will be followed. […] The credit line will be available until the COVID 19 crisis is over. Afterwards, euro area Member States would remain committed to strengthen economic and financial fundamentals, consistent with the EU economic and fiscal coordination and surveillance frameworks, including any flexibility applied by the competent EU institutions.

Quello sopra riportato è il passo decisivo del documento finale dell’Eurogruppo del 10 aprile. Un capolavoro di equilibrismo verbale rispetto a cui l’”ibis redibis” era una grossolana filastrocca da prima elementare ed in cui, come sta accadendo, ognuno può trovarci quello che vuole.

Come va interpretato? Facciamo un esercizio facendo una tabellina in cui si confrontano, dividendoli fra favorevoli e sfavorevoli all’adesione, i diversi periodi e addirittura le diverse proposizioni dello stesso periodo:

FAVOREVOLI SFAVOREVOLI
ECCL precautionary credit line adjusted in light of this specific challenge  
with standardised terms agreed in advance by the ESM Governing Bodies on the basis of up-front assessments by the European institutions
The only requirement to access the credit line will be that euro area Member States requesting support would commit to use this credit line to support domestic financing of direct and indirect healthcare, cure and prevention related costs due to the COVID 19 crisis.  
  The provisions of the ESM Treaty will be followed.
  The credit line will be available until the COVID 19 crisis is over.
, including any flexibility applied by the competent EU institutions Afterwards, euro area Member States would remain committed to strengthen economic and financial fundamentals, consistent with the EU economic and fiscal coordination and surveillance frameworks,

La totale ambiguità del testo rende possibili tutte le interpretazioni e tutte le decisioni. Dice bene un eurolirico come Wolfgang Munchau sul suo blog http://www.eurointelligence.com/public.html quando afferma che “il problema (dell’UE, ndr) non è mai stato l’incapacità di raggiungere un accordo, ma la natura dell’accordo stesso” e prosegue con la constatazione che “Wopke Hoekstra e Roberto Gualtieri, i due principali oppositori alle riunioni dell’Eurogruppo di martedì e ieri, sono tornati con interpretazioni diametralmente opposte di quanto concordato. Gualtieri ha affermato che la condizionalità per un programma ESM era fuori dal tavolo. Hoekstra disse che era ancora lì. Hanno entrambi ragione. È compito della diplomazia trovare le parole giuste per renderlo possibile. I diplomatici dell’UE sono estremamente bravi in questo. Solo gli sciocchi possono mai scommettere contro un accordo UE. In questo caso specifico, il testo afferma che l’accesso al MES è incondizionato, ma dice anche che i termini standard saranno stabiliti dal consiglio di amministrazione del MES. Probabilmente non arriverà mai a questo punto, ma, se lo fa, la controversia viene solo posticipata”.

Quindi la discussione se aderire o meno al “nuovo MES senza condizionalità” (di seguito anche “Nuovo MES”) si basa su un artificio retorico il cui reale significato è al momento ignoto e che verrà deciso probabilmente in corso d’opera, in modo iterativo, in un rapporto fra le parti già squilibrato sin dall’inizio e che diventerà sempre più diseguale mano a mano che verrà dato libero sfogo alla capacità normativa degli organi europeisti e che la posizione finanziaria italiana si disvelerà vieppiù insostenibile nel momento in cui, usciti dalla bolla domestica che tutto attutisce, ci renderemo conto di quello che è realmente successo a livello economico ed occupazionale.

Credo che la figura dello “statista” non possa essere legata, come avviene in epoca contemporanea, al fare “le cose giuste anche se non portano consenso” ma, al contrario, al costruire consenso facendo le cose giuste per il consesso umano a cui si riferisce e, nomen omen, il concetto stesso è intimamente legato a quello di stato e quindi al popolo che ne costituisce l’elemento integrante vitale e consapevole. Quindi aderire al Nuovo MES va o meno nell’interesse del popolo italiano? La risposta risiede sulla previsione o meno di “condizionalità” e sulla natura di queste: sistemiche o limitate al solo impiego dei fondi come avviene, per esempio, nel caso dei programmi nazionali e regionali di spesa dei fondi strutturali? Predefinite o flessibili ed adattabili alla bisogna secondo la legge del più forte?

Sul punto sono intervenuti, negativamente, in tanti: ne cito alcuni.

Stefano Fassina: “L’adattamento della “Linea di Credito a condizioni rafforzate” (Enhanced conditions credit line) del Mes per offrire il prestito “Pandemic crisis support” è la trappola. Il Mes senza condizioni non esiste in natura, almeno fino a quando: si riscrive radicalmente il testo di tale Trattato internazionale; si elimina il riferimento, contenuto all’art 136 del Trattato di Funzionamento dell’Ue, alle “strict conditionality” per i meccanismi di stabilità; si abroga larga parte del Regolamento europeo 472/2013 attuativo della normativa “Two Pack”. È vero, come viene strombazzato, che nel Rapporto dell’Eurogruppo si prevede “come unico requisito di accesso alla linea di credito… l’utilizzo delle risorse per finanziare i costi  direttamente o indirettamente relativi alla Sanità, alle cure e alla prevenzione dovuti al Covid-19”. Ma è scritto anche che: “Le norme del Trattato Mes devono essere seguite.” e “Dopo [la fine dell’emergenza Covid-19], lo Stato membro [coinvolto nel programma] rimane impegnato a rafforzare i suoi fondamentali economici e finanziari, in coerenza con il quadro di coordinamento e di sorveglianza economica e di finanza pubblica dell’Ue.” In chiaro, vuol dire che la Troika arriva appena termina la crisi sanitaria”.

Alberto Bagnai: “Il Mes senza condizioni è realistico come un unicorno rosa. Per avere un MES senza condizioni bisognerebbe cambiare un trattato e un regolamento europeo. Bisognerebbe cambiare il trattato sul funzionamento dell’unione europea all’articolo 136 terzo comma e bisognerebbe cambiare il regolamento 472/2013. Sostanzialmente chi parla di un Mes senza condizioni mente”.

Giulio Sapelli: “Il problema fondamentale è che il ricorso a questo finanziamento porta di conseguenza l’aumento del debito pubblico, che a sua volta significa non rispettare i parametri del Trattato di Maastricht. E quindi, se non cambiano le regole, ci si espone contestualmente al pericolo sempre più reale di una ristrutturazione del debito. Le cose insomma sono peggiorate”.

Ancora Wolgang Muchau: “The text refers to standardised terms, which implies conditionality in our view, and kicks the decision to the ESM governing bodies and EU institutions. Everybody who asks for one will get it, so long as they promise to spend the money on healthcare-related issues. We think this facility, and all the fuss made around it, is ultimately irrelevant. The ECB’s pandemic emergency purchasing programme makes a liquidity squeeze very unlikely this year. The PEPP supersedes OMT and, as we keep pointing out, the various limits, even the capital key, are irrelevant in an emergency. […] So what’s the bottom line? We think the Italians have folded. The battle for the eurobond is lost. The re-nationalisation of policy is in full force. And we are set for another financial crisis soon, when the impact of Covid-19 on the debt sustainability of member states becomes only too clear”.

Considerazioni in calce:

  • Le polemiche sul firmatario del MES lasciano il tempo che trovano: nel 2011 il clima europeo era ancora, anche se per poco, improntato a condivisione e solidarietà. In questo senso si può spiegare la prima adesione del governo Berlusconi e del centrodestra. Al netto della aleatorietà, evidenziata da Munchau, degli atti politici dell’UE, il senso del MES è cambiato solo successivamente, col sigillo del governo Monti e con la manifestazione di forza verso la Grecia, usata come agnello sacrificale per educare gli altri. Di più, i processi decisionali europei si svolgono su archi temporali pluriennali e questo, vista l’instabilità politica italiana, comporta per forza il formale coinvolgimento di più governi;
  • lasciando perdere ogni considerazione sui rapporti di forza del tutto a noi sfavorevoli, resta chiaro che il “diritto” europeo è il risultato di migliaia di interventi di organismi di ogni genere che producono un coacervo inestricabile e interpretabile alla bisogna;
  • in una situazione così confusa, il rischio, anche solo per errore, di asservire il Paese ad una potenza straniera con la forma della “banca” è altissimo e giustifica tutta la prudenza e la riottosità di cui Conte si sta, penso peraltro solo apparentemente, facendo carico;
  • il rischio è quello di entrare in una “relazione” con il MES che, flessibile per previsione giuridica e per squilibrio negoziale, come nel caso della rana bollita, si vada progressivamente e lentamente trasformando in un cappio o in un guinzaglio: giorno dopo giorno, memorandum dopo memorandum, emergenza dopo emergenza, “aiuto dopo aiuto”, si realizzerà un accordo fra ineguali i cui effetti potranno essere visti solo fra anni, quando oltretutto il governo attuale sarà stato dimenticato;
  • le cifre in gioco (35 mld, 2% del PIL) e la destinazione vincolata alle spese sanitarie rendono del tutto insignificante l’intervento del fondo “salvastati” visto che le dimensioni della crisi (-31,7% consumi a marzo, -16,6% produzione industriale a marzo, indice PMI Markit Servizi 31,7, stima calo PIL FMI -9,1%, stima calo PIL Goldman&Sachs -11,7%) impongono (o imporrebbero) interventi di ben altra dimensione e natura;
  • l’affermazione (Fubini dixit) secondo cui l’adesione al Nuovo MES aprirebbe la strada alle OMT pensate da Draghi non ha senso. Le OMT erano una sorta di QE dedicato a singoli paesi progettate nel 2012 che, oltre a non escludere ma anzi a rafforzare l’ipotesi di un commissariamento nazionale, sono state superate nel 2015 dalla nascita del QE che fa (teoricamente) le stesse cose senza condizioni specifiche oltre a quelle della sostenibilità dei conti ex Fiscal Compact (peraltro ora sospeso insieme alla Capital Key sui limiti di acquisto del debito di un solo Paese;
  • l’adesione al Nuovo MES sanitario rimette in gioco le regioni (e non a caso Zingaretti inizia a muoversi come governatore e non come capo del PD) che sono l’anello debole di tutto il sistema, che hanno fallito su tutta la linea dopo mezzo secolo di retorica localista e di spesa forsennata e che, a seconda dei casi, si sono dimostrate incapaci di gestire la pandemia (Lombardia, Emilia) o hanno addirittura rinunciato al loro ruolo bloccando circolazione e accessi al di fuori di qualsiasi previsione costituzionale (tutto il sud);
  • l’adesione al Nuovo MES pone un pesantissimo vincolo sulla democrazia atteso che l’UE (o meglio, i paesi dominanti visto che la shampista la presidentessa Ursula, dopo i primi interventi sulla sospensione del fiscal compact, è stata cacciata dalle stanze dei bottoni) avrebbe un sostanziale potere di veto su elezioni che portassero al potere partiti non graditi (ma questo forse è proprio il motivo dell’adesione piddina);
  • pensare che le regole si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici, come mi sembra stia facendo il PD, e che quindi il Nuovo MES possa essere un “mero” guinzaglio per i governi di centrosinistra ed un cappio per quelli di destra, è molto pericoloso. Non più tardi di 5 mesi fa, la discussione sulla riforma del MES aveva ben evidenziato l’atteggiamento non proprio amichevole dei presunti “amici” benchè il governo attuale fosse sorto, solo 3 mesi prima, con il loro sostegno decisivo. Il progetto della riforma del MES è stato accantonato in primis perché in Germania implicava una maggioranza qualificata che non esiste più per la presenza degli euroscettici di AfD che sono preoccupati del coinvolgimento patrio nel fallimento del sud Europa e poi perché la contingenza Covid-19 ha aperto una finestra di Overton che non si ripeterà facilmente;
  • Oltretutto, a livello sistemico, non si ricorda negli ultimi dieci anni un intervento realmente solidale dell’UE nei nostri confronti: non è avvenuto con la crisi (addirittura eterogenerata del 2011), con l’immigrazione, con i terremoti. Anche nell’emergenza Covid-19 l’Italia, nelle prime settimane, è stata sanitariamente lasciata sola se non boicottata: abbiamo avuto missioni russe, cinese, financo albanesi ma non tedesche e francesi. Se tanto mi dà tanto, non si vede come mai gente che non ha mandato 9 infermieri adesso dovrebbe impegnarsi a finanziarci come se non ci fosse un domani;
  • È quindi probabile che Conte ed il PD facciano la fine di Chaim Rumkovski, il presidente del Consiglio del ghetto di Lódz, usato come testa di legno per il governo della comunità ebraica polacca durante l’occupazione e poi internato ed ucciso ad Auschwitz quando non era più utile.
  • Anche dal nostro lato le perplessità sono forti: che credibilità negoziale ha, nei nostri confronti, un premier che oggi disconosce il Nuovo MES mentre a dicembre aveva la penna in mano per firmare la riforma che l’avrebbe trasformato nell’equivalente finanziario della “Morte Nera”?

Il rapporto con l’UE è faticoso e opaco: tutto si svolge tramite una miriade di riunioni le più varie, frettolose, affannate, a ore improbabili, sempre volte a cercare un compromesso qualsivoglia per l’unanimità, con risultati sempre modesti, superficiali dubbi. Non c’è mai una prospettiva adeguata ai problemi: da una parte si lucra sui drammi (siano essi terremoti o coronavirus) per avere flessibilità ma poi, dall’altra, si impone che il deficit debba essere recuperato anno dopo, escludendo a priori di spacchettarlo e gestirlo con scadenze diversificate in relazione alle motivazioni per cui è stato fatto. Occorrerebbe un momento di sintesi su una base chiara: vogliamo stare nell’Euro? E l’UE vuole che ci rimaniamo? Se sì, occorre un trattato rifondativo della nostra partecipazione, un riorganizzazione del debito, un impegno a lungo termine per il rientro nei parametri veicolato da crescita e inflazione, altrimenti stop. Invece non si vede da nessuna parte uno in grado di prendere il toro per le corna e di dire cose semplici ed esaustive. La strategia negoziale è stata del resto delirante: Conte si è affidato a Gualtieri che del MES è stato relatore, all’Eurogruppo che l’ha gestito alla maniera greca, ad una richiesta di Eurobond che non ha nessuna possibilità di essere accolta se non solo nominalmente.

Ciò detto e confermato che la mia previsione è comunque quella per un’adesione al Nuovo MES giustificata dalla presunta mancanza di condizionalità, dall’emergenza e dalla vacuità dei governi nazionali che consente di addossare la colpa sempre ad un predecessore, continuiamo ad avere un problema. Le previsioni di debito pubblico e di deficit stanno diventando ancora più negative delle mie e rendono di fatto insostenibile il debito pubblico. La crisi non è congiunturale: il virus non scomparirà e costituirà uno degli elementi prevedibili dei prossimi anni. Questo significa che molti comportamenti, bollati come viziosi ma alla base di una sostanziosa fetta di PIL, si modificheranno strutturalmente. Turismo (12% PIL, 13% occupazione Italia e UE), ristorazione, commercio, trasporti di tutti i generi perderanno clienti e vedranno aumentare i costi, la domanda diminuirà per motivi sanitari ed economici e molte aziende falliranno o non rimarranno in questa forma. Per inciso, si pone anche un problema di destinazione dei fondi perché si rischia di sprecarli per mantenere in vita iniziative imprenditoriali modeste e non più in grado di sostenersi: meglio sarebbe incentivare la chiusura e dare una dote per riconvertirsi.

In mancanza di un “esorcismo” socialmente riconosciuto la crisi si stempererà ma non finirà nel 2020. Per inciso, si vede la follia del governo, che ha chiuso tutto e non sa come riaprire, e quella dell’opposizione, che non solo si è accodata ma ha fatto da apripista con i post di Salvini su Facebook® e con lo slogan “Chiudiamo tutto” che per giorni ha campeggiato sul suo profilo. Una dimostrazione di intelligenza politica al contrario: ha annichilito i suoi elettori (commercianti, professionisti, PMI) scommettendo su una valanga di spesa pubblica che, oltre a essere ideologicamente contraria alle sue predicazioni, non era minimamente plausibile.

L’alternativa al Nuovo MES, a parte patrimoniale e tasse assortite che ovviamente sono alle porte e che il PD ci ha appena mostrato dalla finestra, viene identificata in un prestito nazionale a lunghissimo termine e a bassissimo rendimento che gli italiani dovrebbero sottoscrivere in massa. Non si sa perché visto che la liquidità servirà nei prossimi molti mesi per campare, che i fondi sarebbero gestiti dagli stessi che ancora non sono stati capaci, dopo 75 giorni, di assicurare la supply chain delle mascherine e che la duration modificata del titolo lo renderebbe estremamente sensibile alle variazioni dei tassi di interesse. A questi livelli, l’esenzione fiscale presente e futura (al netto del fatto che, dopo avere fatto strame della Costituzione, niente garantisce contro una tassazione retroattiva) ha importanza del tutto marginale. Per fare un esempio, un titolo cinquantennale con rendimento 1% avrebbe una modified duration di 39,07 per cui l’aumento dell’1% dei tassi di interesse comporterebbe un calo delle quotazioni del 39,07%. Il calo delle quotazioni renderebbe conveniente il riacquisto di titoli di molto sotto la pari con il che la patrimoniale si realizzerebbe sul mercato secondario.

Se questi non sono certo investimenti per vedove e orfani, dove trovare fondi? Partiamo dall’assunto che il debito è dello stato e non dei cittadini e che lo stato, fosse una SPA, avrebbe uno stato patrimoniale in cui comparirebbero liabilities ma anche asset. Ed in particolare due:

  • Oro: l’Italia possiede 2.451,8 tonnellate d’oro, le quarte riserve al mondo dopo Germania (ma guarda un po’), USA e FMI. In questo minuto il prezzo dell’oro è di circa 50 €/gr. Di conseguenza le riserve auree valgono, 125 miliardi di dollari. Al netto dei problemi relativi alla disponibilità materiale e giuridica di cui si è parlato molto lo scorso anno, è davvero impensabile utilizzarne una parte per garantire un prestito a lunghissimo termine (anche secolare), a tasso bassissimo (anche nullo), espresso in dollari (come l’oro, così da coprirsi da rischi di cambio), con una remunerazione finale legata alle quotazioni? L’obiezione spesso è: così svendiamo l’argenteria di famiglia, le riserve auree sono la garanzia dello stato, ecc. Ma in queste condizioni, cosa volete fare? Se queste non sono condizioni di emergenza, in quali circostanze si potrà mettere mano alle riserve auree? Un po’ di argenteria va venduta per forza e allora meglio sarebbe quella dello stato piuttosto che quella dei cittadini.
  • Immobili: gli enti pubblici sono il primo proprietario immobiliare d’Italia: perché non trasferire tutti questi beni, tolti quelli storici ed artistici ma comprese parti di demanio disponibile, ad un fondo immobiliare da quotare in borsa? Si renderebbe rapidamente liquido un patrimonio altrimenti immobilizzato, certamente a sconto  (come tutti i fondi immobiliari del resto) ma non siamo nelle condizioni di fare gli schizzinosi, a cui potrebbero partecipare anche i privati sottoscrivendo le quote a fronte del conferimento di loro immobili. E la valorizzazione degli immobili con metodologie di sviluppo immobiliare renderebbe l’affare vantaggioso per tutti. In questo caso non si tratterebbe neanche più di debito ma dei risultati delle famose privatizzazioni che nessuno ha mai voluto, saputo o potuto fare. Poi è vero che molti immobili sono adibiti a pubblici servizi ma questo non esclude che si possano trovare forme di valorizzazione almeno parziale.

Con queste soluzioni si potrebbero forse trovare i 200/300 mld necessari per ripartire. Poi occorre fare chiarezza su due punti: chi gestisce questi soldi e per quali scopi. Ma questo è un altro argomento.

Discussione

2 pensieri su “Oro colato

  1. Tanto di cappello alla sua scienza Mister Joe.

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    Pubblicato da Axel | 15 aprile 2020, 15:53
  2. “La strategia negoziale” secondo me non cè mai stata.
    Che potere contrattuale può avere un Paese in ginocchio, che NON HA ALCUNA INTENZIONE DI USCIRE DALL’€ (nonostante l’ostilità dimostrata dai vicini di casa) e che neache si è dotato di strumenti finanziari interni? Cosa capiscono gli “amici di Bruxelles”?
    Capiscono che la perdita di tempo serve solo a salvare la faccia, ma che OVVIAMENTE, alla fine Conte firmerà, come la Merkel ha candidamente osservato. La loro insofferenza è ovvia: il gioco è bello quando dura poco.

    Lei parla di alternative per racimolare finanze. Ma i nostri, hanno il terrore a nominare l’oro.
    Perchè? Ma semplicemente perchè HANNO IL TERRORE DI RIVENDICARLO. La pace del vigliacco.
    Gli immobili… sa cosa penso? Penso che dopo la FIN TROPPO PREVEDIBILE firma del MES, chi ha un po’ di soldini, se li porterà all’estero, e gli immobili che finiranno sul mercato, magari all’asta, saranno quelli privati, oltre che quelli pubblici, perchè le case non si possono spostare e sono da sempre il bersaglio più facile.
    Fine della storia.

    La sua analisi sul MES è illuminante, grazie.

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    Pubblicato da Graziella | 18 aprile 2020, 16:58

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