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Coronavirus, Economia e società, Politica Italia

L’importante è la salute

covid19Sulla base dei dati Prociv aggiornati al 20 aprile, in Italia si sono registrati 181.228 positivi al tampone Covid-19 con 24.114 decessi di soggetti positivi. Qualche giorno fa l’Istat ha aggiornato il modello per la raccolta di informazioni sulle cause di morte (standard internazionale ICD-10) inserendovi anche due codici riferiti alla malattia da coronavirus. Questa scelta permette di standardizzare le procedure di rilevazione e avvia a chiarimento i dubbi sulla reale dimensione e portata del fenomeno. Il problema è tale che la stessa Istat, alla pagina https://www.istat.it/it/archivio/240401, dichiara che:

“Con riferimento alle numerose richieste di informazioni pervenute all’Istat a seguito della emergenza sanitaria in corso, si precisa che:

  • i dati elaborati dalla fonte Istat “Indagine sui decessi e cause di morte” fanno riferimento a quanto riportato dai medici sulle schede per la certificazione delle cause di morte, che devono essere compilate per legge per ogni deceduto sul territorio italiano; la scelta della “causa iniziale di morte”, la causa che viene utilizzata nelle statistiche ufficiali, viene effettuata applicando le regole di selezione definite dalla ICD-10.
  • la sorveglianza sanitaria presso la Protezione Civile registra invece tutti e soli i casi di COVID-19 diagnosticati dai laboratori di riferimento regionali, come indicato dalla Circolare del Ministero della Salute n. 0005443 del 22 febbraio 2020. Quindi la mortalità per influenza, bronchite, polmonite, tumori, malattie cardiovascolari e per ogni altra causa, di soggetti che non hanno la diagnosi di COVID-19 non viene conteggiata dai dati di sorveglianza.

Un confronto diretto tra i dati delle due fonti non sarebbe pertanto corretto.”

Quindi, su questa base, solo a fine anno sapremo quanto ha pesato la mortalità da Covid-19 sul totale delle morti italiane. Ad oggi la stima di 24.114 appare imprecisa per eccesso perché non tutti i morti CON coronavirus saranno presumibilmente morti PER coronavirus sulla base dei criteri ICD-10. Infatti il dato comprende tutti i morti cui è stato riscontrato il virus ma che avevano anche altre patologie e che sono morti per altre cause, ipotesi rafforzata dai dati dell’Istituto Superiore della Sanità alla data del 13 aprile che mostrano che i morti solo per coronavirus senza altre patologie erano solo 53. Il dato è tuttavia probabilmente approssimato anche per difetto perché non considera i probabili decessi da coronavirus avvenuti senza tampone in case private ed RSA. A questo riguardo circola una statistica Istat (https://www.istat.it/it/archivio/240401) sui morti per tutte le cause nel periodo 1 marzo – 4 aprile, limitata ai comuni in cui la mortalità è stata superiore di oltre il 20% rispetto alla media dell’ultimo quinquennio, che confonde ancor di più le acque visto che prende in considerazione soltanto i comuni (circa un quinto del totale) con forte eccesso di mortalità  e considera un periodo che esclude il trimestre dell’influenza in cui si concentrano maggiormente i decessi per problemi respiratori. Questa considerazione merita un approfondimento.

I dati mostrano un’impennata dei decessi nelle settimane di marzo preceduta tuttavia da un lungo periodo di minor mortalità rispetto ai valori attesi che, salvo un breve periodo fra maggio e giugno 2019, ha caratterizzato tutto l’anno passato. In particolare il gap fra decessi attesi e reali è stato marcato proprio nei periodi di dicembre-febbraio solitamente interessati dalla mortalità per influenza stagionale. Se quindi l’Istat offrisse i dati relativi all’intero Paese ed all’intero periodo invernale o, almeno, dall’inizio dell’anno potremmo vedere variazioni meno eclatanti. Gli stessi dati in questione dimostrano che l’andamento della mortalità nei primi quattro mesi dell’ultimo quinquennio è stato irregolare:

  • 2015: 238k
  • 2016: 216k
  • 2017: 238k
  • 2018: 231k
  • 2019: 233k

Quindi forti oscillazioni, anche del 10% del totale annuo decessi in Italia, non sono inconsuete. Questi dati dimostrano che impennate della mortalità non sono rare e che il 2020 ha sicuramente una maggiore mortalità ma che settimane critiche si sono avute in tutti gli anni, specie nel 2015 e 2017. Altri dati dimostrano che gli eccessi di mortalità si concentrano soprattutto nel nord Italia nelle fasce di età superiori ai 65 anni mentre, per le stesse fasce di età, i decessi del sud rientrano nei limiti degli intervalli di confidenza. Se questo quadro è ovviamente compatibile con l’impatto del Covid-19, occorre tenere conto anche dell’impatto sulla mortalità del dissesto sanitario in cui versavano molte regioni, specialmente quelle settentrionali. La maggiore mortalità potrebbe essere quindi imputabile anche alle carenze degli ospedali, all’abbandono delle RSA, alle mancate cure a malati di altre patologie meno mediatiche (la morte del giornalista Gianni Mura, “solo” cardiopatico, deporrebbe in tal senso).

La mortalità si concentra evidentemente nulle fasce di età più avanzate e malate: età media 79 e mediana 80 con 2,9 patologie medie. Questi dati potrebbero confermare l’ipotesi che la malattia assorba una serie di decessi di persone anziane e malate che si sarebbero comunque verificati nei prossimi 6-12 mesi, atteso che la differenza in termini di età media al decesso fra gli affetti da coronavirus (79 anni) e la popolazione generale (81,1 anni in generale ma 79,85, una volta standardizzata in base alla diversa ripartizione fra maschi e femmine dei due universi) è pari a circa 10 mesi. In questo senso il coronavirus si inserisce quasi fisiologicamente nei processi di fine vita di anziani e malati: probabilmente queste dinamiche si sono già manifestate in passato (2015-2017) ma con molta minore attenzione da parte dei media e della politica. Addirittura è possibile che le stragi “influenzali” degli scorsi anni siano riconducibili alla presenza di questa malattia non identificata prima di quest’anno: è del resto strano che una epidemia di questo genere si sia sviluppata in pochi giorni a partire da “un tedesco” che non avrebbe però infettato nello stesso modo la Germania. Come nel caso dell’influenza, c’è probabilmente un radicamento pregresso del virus che è stato riconosciuto solo oggi.

D’altro canto i decessi di under 40 senza patologie si limitano ad una cinquantina: la classi più giovani sono meno interessate dalla mortalità per Covid-19 come confermato dal gap di 15 anni fra età mediana dei positivi ed età mediana dei deceduti e dal fatto che la stragrande maggioranza dei casi attivi si conclude in isolamento domiciliare mentre l’ospedalizzazione riguarda ad oggi solo un quarto degli attualmente positivi. Si classificano come malati a rischio persone che nella stragrande maggioranza dei casi sono asintomatiche o paucisintomatiche, strana espressione che significa avere dolori, mal di gola, raffreddore, leggera febbre.

In ultimo, è da evidenziare che anche il denominatore presenta numerose incertezze: non è assolutamente chiaro quanti siano i positivi nella popolazione dato che la malattia è spesso a- o pauci-sintomatica. Stime di varie fonti arrivano ormai a parlare di numeri compresi fra 1 e 6 milioni di italiani contagiati con stime dei vari tassi che si abbatterebbero di interi ordini di grandezza (per dire, la letalità scenderebbe al 4 per mille, poco più dell’influenza ordinaria). Basterebbe fare un’indagine campionaria rappresentativa, come proposto da valenti statistici, ma questa ipotesi è scartata da tutti i 450 esperti riuniti in circa 15 commissioni chiamati ad assistere un governo che dei loro consigli comunque se ne fotte.

Oltre ai morti già accertati, da confermare secondo le prassi internazionali, le coorti giornaliere lasciano presagire altri 2.500 decessi a valere sui positivi già confermati. Il tasso di letalità è quindi stimabile nel 15%, superiore al tasso di mortalità apparente ma molto inferiore al tasso di mortalità finale (decessi / casi chiusi) comunque già sceso dal 45% al 33%. Considerando che Borrelli ha dichiarato che sono state testate 934.000 persone (meno del numero dei campioni fatti che conta una serie di duplicazioni), il tasso di positività oscilla attorno al 20% mentre la morbilità è di circa lo 0,3% il che significa che il 99,7% degli italiani non è stato contagiato. Il tasso di mortalità è quindi dello 0,03%. Dati 640.000 morti anno in Italia, la mortalità per coronavirus è pari a circa il 3,3% di tutte le morti italiane. Fra le diverse cause di morte, il coronavirus si collocherà fra le prime cinque ma con la metà dei decessi delle malattie respiratorie.

Nel mondo si contano ad oggi 2,557 milioni di positivi e 178.000 morti. Considerando 7,594 miliardi di esseri umani, abbiamo i seguenti tassi:

  • morbilità: 0,03%
  • mortalità: 0,002%
  • letalità: 6,96%.

Pur considerando tutte le incertezze sulla prevalenza della malattia nei paesi sottosviluppati, non sembra che la “pandemia” abbia effetti sanitari devastanti. Ed una domanda sorge spontanea: ma questa reazione politica e sociale devastante, alimentata da una campagna mediatica terroristica alimentata da scienziati palesemente non in grado di gestire la malattia, è veramente giustificata dai numeri?

In Italia il problema è stato approcciato in termini terroristici e operando una contrapposizione fra “salute” e “economia” tanto insensata quanto perniciosa. Il “diritto alla salute”, imposto come fondamento della convivenza sociale e dell’ordinamento giuridico, ha consentito di fare strame dell’economia, della Costituzione e probabilmente della sovranità nazionale. L’obiettivo del contenimento della epidemia è stato declinato nei consueti termini universalistici (“nessun morto”) e millenaristici (“zero contagi”, ergo eradicazione del virus). Lasciando perdere le incapacità del premier e del governo,  ancora oggi la situazione di eccezione pare destinata a durare a lungo mentre la mia generazione non vedrà mai più i benefici di una ripresa economica significativa. Sarebbe curioso, ma anche un po’ criminale, se tutto questo fosse avvenuto allo scopo di combattere un morbo di modesta portata.

Su tutto aleggia un tema politico: la scelta “salutista” del governo era proprio ineludibile? Ed un minor opportunismo politico, una più completa valutazione delle informazioni, una maggiore attenzione dedicata alla compatibilità delle soluzioni, un minor pregiudizio verso l’economia intesa solo come profitto degli imprenditori e non come valore aggiunto che si distribuisce fra la popolazione, una maggiore attenzione ai dati statistici, una maggiore flessibilità, una maggiore umiltà che non avesse voluto imporre un “modello italiano” talmente fallimentare che gli altri paesi lo hanno rifuggito, infine una maggiore attenzione alle esperienze all’estero che palesemente (Olanda, Svezia) o tacitamente (USA, UK, Germania, Giappone) hanno adottato la teoria dell’immunità di gregge che alla fine sarà anche da noi la soluzione, non avrebbero potuto portare ad esiti diversi? E non si dica che non si potevano fare previsioni perché tutte le contraddizioni delle scelte fatte e tutti i danni che ne sarebbero derivati sono stati indicati, con dovuto anticipo, da un blog amatoriale.

D’altro canto le scelte politiche vanno avanti anche sulle gambe di chi le propone e tutto il centro-destra si è trovato schiacciato sulle posizioni governative con Salvini che si è fatto promotore del “chiudere tutto” che ha aperto la strada a Conte: le decisioni del 9 marzo e del 22 marzo sono state precedute di poche ore da post del Capitano che invitavano il governo ad essere più draconiano. Certo, si doveva difendere l’indifendibile, la giunta Fontana che è un morto che cammina nell’attesa di rinvii a giudizio che non potranno mancare di fronte a 10/12.000 morti, neanche se la magistratura fosse indipendente. È tutta la politica italiana che ha fallito ma, a differenza del 1943, non verrà sostituita. Almeno per ora.

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