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Coronavirus, Economia e società, Politica Italia

25 aprile: Festa della Reclusione

Un popolo recluso si appresta a celebrare la festa della liberazione: è questo paradossale ossimoro, francamente inedito nella storia umana, che sintetizza il collasso nazionale che si è materializzato in questa fase di pandemia ma che era in nuce già da diversi anni.

L’Italia dovrà affrontare, e possibilmente risolvere, numerose crisi e la prima per importanza, prima ancora di quella economica, è quella costituzionale. Una modesta malattia, al momento totalmente inspiegata dalla scienza e mal gestita da politica e burocrazia, è riuscita a fare strame dei principi costituzionali e, al tempo stesso, a dimostrare l’obsolescenza della Costituzione stessa. Sono almeno nove i diritti riconosciuti dalla Costituzione che in nome dell’emergenza sono stati sospesi: di libertà della persona, di circolazione, di riunione, di culto, di libertà di espressione del pensiero, di insegnamento, di iniziativa economica, di tutela giurisdizionale, di proprietà privata. Il disconoscimento è tale che viene serenamente violato anche il totem eurista dell’art. 81 e dei suoi limiti al debito ed al deficit. Oltre al merito delle sospensioni dei diritti costituzionali, molto ci sarebbe da questionare sul metodo: la sospensione degli stessi è avvenuta non con leggi, soggette al vaglio del Parlamento ed alla santificante promulgazione del PdR, ma con poveri DPCM, ovvero norme di basso livello gerarchico che qualche giurista ha definito essere “poco più che una circolare”. E questo sarebbe ancora niente perché, nella marmellata istituzionale che si è creata, le limitazioni di sacrosanti diritti sono avvenute anche con decreti ministeriali o addirittura ordinanze regionali. La negazione della lettera e dello spirito della legge fondamentale è avvenuta nel silenzio e nell’acquiescenza di tutto quel vasto mondo di innamorati della Costituzione che per decenni ne ha dato un’interpretazione irenica, tendenziosa e partigiana, trasformandola in un catalogo di buoni propositi e sentimenti da cui trarre sempre il “principio” giusto per dare addosso al sempiterno fascismo che sempre ritorna. Solo per parlare degli ultimi anni, abbiamo avuto costituzionalisti che, postisi a capo di movimenti politici, nel 2016 e nel 2018 si sono scagliati con veemenza contro i due Mattei mentre adesso, dopo essersi inchinati alla priorità assoluta del diritto alla salute che tuttavia non si trova, chissà perché, nel panel dei principi fondamentali, dichiarano pacificamente che solo il tempo, lo stesso tempo che hanno negato a Renzi e Salvini, potrà dirci se questa emergenza si tradurrà in un regime autoritario. Grazie tante: così siamo tutti capaci ma il compito ovvio dei costituzionalisti non è quello di aspettare serenamente gli sviluppi ma di valutare, come del resto hanno sempre fatto prima, se questi sviluppi sono o meno compatibili con il dettato, pur interpretato flessibilmente, del documento che sintetizza il nostro patto sociale. E come i costituzionalisti hanno taciuto, altrettanto hanno fatto i jihadisti della Costituzione, i magistrati, le Boldrini, le Segre, l’ANPI, il variegato mondo di associazioni parapolitiche che ad essa si ispirano. E soprattutto ha taciuto lui, il vestale della Costituzione, il PdR che mai, ai tempi del governo giallo-verde, ha rinunciato al dovere ed al piacere di accompagnare la promulgazione delle leggi con un messaggino informale – quasi un pizzino – contenente un richiamo, un monito, un auspicio che altrettanto immancabilmente permetteva ai media, ai costituzionalisti, ai magistrati, all’opposizione tutta di dire subito, in tempo reale, al di fuori di qualsiasi istruttoria, in mancanza financo di un ricorso alla Consulta, che su quel provvedimento sussistevano “dubbi di costituzionalità”. Il tacito accordo fra le due presidenze esenta Mattarella (ma fino ad un certo punto perché molte delle norme dei DPCM sono state poi ricodificate dal DL 19/2020) dalla responsabilità giuridica di avere asseverato, sia pure sommariamente, la costituzionalità di provvedimenti palesemente liberticidi ma non lo assolve dalla responsabilità morale (e, direi, politica) di non essersi opposto, analogamente a Vittorio Emanuele III, alla montante torsione autoritaria di un regime che non trova, oggi come allora, specchiato fondamento nel dettato della carta costituzionale vigente.

Negli ultimi giorni Sabino Cassese, giurista costituzionale che si dice portatore del pensiero del Quirinale, ha ricominciato ad esprimere “dubbi di costituzionalità” sull’impianto normativo posto in essere per contenere il Covid-19. L’intervista al “Dubbio” può essere l’inizio di una riflessione sull’evoluzione della situazione rispetto alla quale il ritorno sic et simpliciter alla normalità ex ante sembra ormai escluso ma non si può non notare come questa discussione si svolga ancora troppo timidamente, sottotraccia, con il metodo della “moral suasion” che appare inefficace in un contesto caratterizzato dalla presenza di opzioni forti sponsorizzate da altrettanto forti poteri. Mattarella si è rivolto agli italiani, per parlare di questa situazione, solo una volta con il famoso “discorso dei capelli”, ma in quell’occasione ha mancato di dire l’unica cosa che il suo ruolo gli imponeva di dire: che questa è una situazione eccezionale e come tale sarà provvisoria e sfocerà nel ritorno alla situazione precedente. Del resto questo è quello che ha detto Macron pochi giorni fa ai francesi. No, in quella rara occasione Mattarella si è limitato a dire che tutto va bene perché ci sono i decreti legge (e quindi il suo silenzio precedente farebbe per converso pensare che i DPCM tanto bene non andavano), non ha rassicurato, non ha preso impegni. La discussione sui metodi lascia il tempo che trova rispetto a quella sul merito. E se sul merito il PdR non può rassicurare, allora si conferma la modestia caratteriale e/o morale e/o politica del personaggio che il blogger ha spesso evidenziato.

Ancor più grave, la Costituzione non è stata difesa da coloro che dovrebbero esserne i principali beneficiari: i cittadini. Pochi hanno percepito la gravità del vulnus e la stragrande maggioranza ha anteposto la tutela da rischi sanitari, comunque modesti, alla difesa dei diritti e delle libertà. Decenni di educazione a “cittadinanza e costituzione” impartita da una scuola “costituzionale” si sono dimostrati privi di effetti, certo grazie anche ad un sistema mediatico che, attentissimo ai diritti dei Rom e dei migranti, lo è stato molto meno verso quelli degli Average Joe. Sono bastati due mesi ad addomesticare leoni da tastiera energici e trasgressivi a cui verrà ora messo il braccialetto come salvacondotto per uscire di casa. Siamo lontanissimi da quello spirito eroico, peraltro molto sopravvalutato, che ispirava il 25 aprile di 75 anni fa.

La Costituzione si manifesta obsoleta nello spirito e nel dettato. Nata per proteggerci dal ritorno del fascismo, non è palesemente in grado di riconoscere minacce diverse da quella. Invero, l’impianto costituzionale è stato costruito per fronteggiare minacce ideologicamente definite, magniloquenti, incarnate da leadership forti ed evidenti. Lasciando perdere il fatto che i format avversati (fascismo, in parte comunismo) sono reperti del passato che possono essere traslati ai nostri tempi solo con un grosso sforzo di reinterpretazione a sua volta basato su presupposti ideologici, la Costituzione si è dimostrata chiaramente incapace di fronteggiare minacce (se apparenti o reali lo scopriremo solo vivendo, come suggerisce Zagrebelsky) a “bassa intensità” ideologica, talmente bassa da sfociare addirittura nel senso comune (“l’importante è la salute”), incarnate da ometti apparentemente innocui, lontani anni luce dallo stereotipo del guerriero e vicini invece a quello del gagà di provincia, veicolate attraverso strumenti mediatici di basso profilo e con toni professoral-paternalistici.

Il terrore dell’uomo forte ha impedito ai tempi di codificare misure chiare e trasparenti di crisis management che prevedessero forme controllate e controllabili di limitazione di diritti e di riorganizzazione di poteri. Ammesso e non concesso che in futuro si torni alla normalità, il rischio di involuzione autoritaria che stiamo correndo dovrebbe indurre ad una riforma in tal senso che dovrebbe e potrebbe essere per forza bipartisan visto che nessuno sa a chi toccherà gestire la prossima crisi. In senso più ampio, il regime assembleare previsto dalla Costituzione, già in origine ridondante di organismi pletorici da accordare ed ulteriormente complicato dalla mai abbastanza condannata riforma del titolo V, è ormai fuori dal tempo in un’epoca che richiede efficienza e rapidità di decisione.

La crisi Covid-19 ha evidenziato l’insostenibilità pratica del sistema parlamentare. La previsione costituzionale di un sistema politico imperniato sull’assemblea elettiva fa a pugni con la natura, portata, rapidità dei problemi che i governi devono affrontare, con il ruolo cresciuto della cooperazione fra stati, con la presenza di organismi internazionali che. bene o male. intervengono nella gestione. Il Parlamento, specialmente questo odierno fatto di partiti dissolti e di conflitti di interesse, aveva già perso da almeno un decennio il suo ruolo centrale riducendosi a “votificio” e dimostrandosi incapace di esercitare il suo ruolo principe di indirizzo e controllo delle scelte governative. Questo ruolo è stato sottratto all’elettorato e trasferito ad “alti magistrati” (PdR, magistratura ordinaria e costituzionale, organismi tecnici) se non a poteri stranieri, organismi internazionali e mercati finanziari. La crisi della formula parlamentare si è accompagnata quindi alla crisi della stessa politica che, rotto il rapporto con il “Popolo” e privata di orizzonti ampi, è stata ridotta a semplice esecuzione di “regole” o addirittura a strumento per la realizzazione di “cose giuste” eterodettate che prescindono dal consenso popolare. Ne abbiamo ampia dimostrazione in questi giorni con un governo che ha scalzato il parlamento ma è ostaggio a sua volta di comitati tecnici delle più varie fogge che, essendo specialistici, hanno per forza di cose una visione parziale dei problemi che necessariamente confligge con la visione altrettanto parziale degli altri. Da qui il paradosso di un governo che si vorrebbe forte ma che è ostaggio di un sistema di veti incrociati di che blocca e ritarda le decisioni. Una riforma democratica non può prescindere da una revisione in senso presidenziale che farebbe coincidere nuovamente costituzione materiale e sostanziale, riavvicinare elettorato passivo e attivo e rafforzare il ruolo della politica nel sistema dei poteri.

Il collasso istituzionale è completato dalla contrapposizione fra stato centrale e regioni e dalla inusitata conflittualità fra queste ultime. Le regioni si sono dimostrate, al nord come al sud, inadatte al compito di gestire la sanità, loro core business, ma la reazione a questo fallimento non è il loro ridimensionamento ma addirittura la rincorsa a maggiore autonomia, di diritto o di fatto, nutrita di patenti violazioni del dettato costituzionale che in nessun caso attribuisce ai governatori il potere di chiudere le frontiere interne. Il governo ha giocato un ruolo ambiguo, in parte nascondendosi dietro di esse, in parte scaricando su di loro compiti e responsabilità della gestione emergenziale. Sta di fatto che la situazione attuale pone in dubbio valori fondanti come l’unità dello stato e la certezza del diritto mentre il nord est si prepara ad una sorta di secessione fiscale.

L’emergenza ha generato anche il collasso dell’apparato burocratico ed amministrativo. L’Italia è oggi uno “stato fallito” che ha in panne il sistema sanitario, quello scolastico, quello giudiziario, quello fiscale, quello emergenziale. Colpa del distanziamento sociale, certo, ma colpa anche dell’arretratezza tecnologica, della superfetazione normativa (evidenzio che nessuna norma emergenziale è stata introdotta per la gestione degli acquisti pubblici e per la produzione di beni essenziali tanto che le mascherine sono ancora oggi prodotte all’estero ed in mano a trafficanti di dubbia etica ed efficienza), dell’inadeguatezza delle risorse umane (di cui le apparizioni televisive di Arcuri e Borrelli sono la plastica rappresentazione), della tendenza costante ad appesantire i fardelli anziché ad alleggerirli. Dopo quasi tre mesi, non esiste ancora un programma strutturato di approvvigionamento delle mascherine e dei tamponi. Metto in questo capitolo anche il problema montante delle forze dell’ordine che stanno manifestando atteggiamenti vessatori ed ostili verso la popolazione che, sempre in nuce per carità, richiamano quelli delle varie milizie est europee e sudamericane degli anni ’70.

Altro paradosso di questo 25 aprile è che non si tratta più di una ricorrenza ma di una prospettiva. È abbastanza probabile che il futuro ricordi molto le condizioni economiche al tempo della liberazione ed è quindi paradossale che il recupero dello spirito di quel giorno ci venga indicato come obiettivo comune dei prossimi anni, come se non avessimo attraversato decenni di prosperità, sicurezza e libertà con un modello politico ed economico che oggi ripudiamo.

In effetti le stime economiche stanno convergendo verso un consensus disastroso:

  1. PIL: fra -10 e -15%
  2. Deficit: fra 8,5 e 11%
  3. Debito: da 135% a 155/165%.

Realisticamente, in presenza oltretutto di una situazione deflazionistica mai vista (petrolio a 16$/14€), salvo operazioni straordinarie (default, ridenominazione, uso riserve auree, fondo immobiliare, minibot oppure negoziato col coltello fra i denti per ristrutturazione amichevole del debito da parte della BCE), non ci sono condizioni per evitare una manovra fiscale di consolidamento severissima e di lunga durata, riportandoci al primo quindicennio del dopoguerra fatto di povertà. Questa scelta sarebbe obbligata anche in condizioni di piena sovranità ma, mancando oltretutto il controllo dell’emissione monetaria, il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo prevederà per forza una qualche forma di commissariamento italiano, ci sia o non ci sia il MES. In queste condizioni qualunque forma di aiuto (anche corona-euro-recovery bond), anche l’intervento BCE, sarà condizionato.

Del resto la UE è uscita di scena: Ursula è buona solo ad interpretare l’archetipo femminile della matrona che piagne e si scusa ma, dopo l’uscita a sorpresa sulla sospensione del fiscal compact, è stata estromessa pari pari dai luoghi che contano, che poi sono quelli che i trattati non prevedono. Ormai parliamo di “UE” per facilità di comprensione ma è evidente che l’Unione è scomparsa sostituita da un tritello di alleanze fluide fra i 27 stati e staterelli che trovano suggello in questi consessi notturni come un tempo nella bolla papale.

Ciò detto, non vedo come si possa sfuggire a questo destino per il quale si sono mosse le pedine italiche. Il voto al Parlamento Europeo di qualche giorno fa ha definito le alleanze secondo lo schema Ursula dello scorso luglio: PD, IV, FI da una parte, Fratelli e leghisti dall’altra. Con il M5S che ha forse trovato lo schema giusto: una tripartizione fra astenuti, contrari e fuoriusciti dall’aula che ben si presterebbe, fra Camera e Senato, a salvare capra e cavoli, permanenza al governo e anima resa immacolata dal non avere votato il MES (così come il TAP, la TAV, l’ILVA). Alla fine, PD e FI hanno il 35% dei seggi, Salvini e Meloni il 21%, l’astensione del movimento permetterebbe di far passare il MES e di ristrutturare il governo con l’ingresso di qualche forzista. Maggioranza Ursula, appunto, e Conte III.

D’altro canto la situazione è disastrosa e solo la reclusione sanitaria ed il balletto delle date per la FASE 2 possono nascondere i problemi di aziende ormai già fallite e di posti di lavoro bruciati. Che poi la FASE 2 tanto attesa potrebbe anche dare a tutti il colpo di grazia: gli adempimenti per poter lavorare, fra code all’ingresso, mascherine, guanti, disinfettanti, un cliente per negozio (anche con un tempo limite? E se hai due bambini? Insegni loro ad abbaiare?), 4 persone su nove tavolini, appuntamenti per ogni cosa, sanificazione compulsiva, dimostrano che chi pensa a queste cose è economicamente rimasto all’archetipo della ferriera. Questo modello organizzativo può forse andare bene fino a settembre ma poi, quando comincerà a piovere, saranno ancora sostenibili code di 300 metri per entrare alla Coop®? Ed i concetti base del commercio e della ristorazione (ingresso libero, esperienza di acquisto, acquisto di impulso) reggeranno al cursus penitenziale che aspetta chi volesse tutto d’un tratto prendersi una pizzetta o un caffè?  Ed anche fosse, che prezzi dovranno far pagare locali che si vedono la clientela ridotta ad un quarto, se va bene? Sarà conveniente andare in treno (“così tanto ecologico signora mia”) con il prendi uno, paghi due? E la Ryan Air® col 2×3?

Chi sta preparando i piani per la fase 2 non ha probabilmente mai usato i mezzi di cui sta pianificando l’uso da parte di terzi: con che logica si può pensare che la metropolitana di Roma possa realmente far viaggiare i passeggeri soltanto seduti su seggiolini alterni? Come gestire tali buoni propositi con i bus ATAC che più facilmente prendono fuoco? E il sud? E le zone rurali? Che senso ha dire che non ci saranno più “ore di punta”? La realtà è che la sicurezza sanitaria si tradurrà in disservizi, aumenti, difficoltà di utilizzo dei servizi, maggiore diseguaglianza per coloro che almeno se la sfangavano col tramvai e che in futuro saranno costretti a interpretare la rappresentazione 2.0 della Cina maoista post-moderna: tutti in e-bike che così anche la Gretina gode. Del resto sin dall’inizio questo governo ha prestato grande considerazione ai modelli cinesi in tutti i campi – sanitario, emergenziale, tecnologico, comunicativo – e questa deriva italiana ci avvicina, passo dopo passo, al format asiatico.

I debiti che faremo quest’anno serviranno solo a tappare i buchi e a evitare il default interno ed esterno. Poi ne dovremo fare altri perché difficilmente l’economia riprenderà nei prossimi anni con il settore dei servizi e del turismo ridotto a morsi e bocconi. Il passo indietro dell’Italia è quindi probabilmente strutturale. Al contempo appare ormai rifiutata la prospettiva draghiana di accettare la permanenza per lunghi periodi di livelli alti di debito per cui, dal prossimo anno, ripartirà il consolidamento fiscale imposto dalla UE che distruggerà economia pubblica e privata. Resistere in queste condizioni sarà difficile, oltretutto in un contesto internazionale di quarantene e frontiere chiuse che bloccherà anche l’emigrazione. La ripresa, nei decenni, si giocherà in casa e per riuscire occorrerà anche discutere alcuni paradigmi culturali molto consolidati.

In Italia dovremo infatti, molto presto, fare un ragionamento sul rapporto con la ricchezza, la produzione, il lavoro. Il governo pare condividere un’opzione che mescola statalismo, dirigismo, pauperismo, redistribuzione, ozio. E’ una ricetta che non trova riscontro nel resto del mondo se non nel Venezuela. Sono ricette che possono essere adottate, forse e per limitato tempo, in paesi ricchi di materie prime ma che sono assurde in un paese che è stato ricco, nella sua storia, solo per la manifattura e, quindi, per il lavoro. Probabilmente il rapido arricchimento del dopoguerra ha creato una subcultura che induce a pensare che la ricchezza sia una entità data nella sua misura e durevole nel tempo. Questa subcultura è probabilmente sostenuta anche dal rapporto mai chiarito fra cattolicesimo e capitalismo. Ma appare strano che, di fronte a disastri così visibili, il grosso dell’opinione pubblica confidi ancora nelle provvidenze dello stato e non pretenda invece di andare sulla strada opposta della deregolamentazione e liberalizzazione. E’ un elemento di ignoranza che fa il pari con quello costituzionale e che pesa non poco sulle possibilità di ripresa.

Niente potrà ripartire senza una soluzione alla crisi sanitaria su cui il governo e le regioni hanno responsabilità enormi. Dopo avere preso la palla al balzo per sancire uno stato di emergenza che, a gennaio, era impensabile in questi termini, Conte ha oscillato fra sicumera e rassicurazioni prima di prendere misure draconiane prive di qualsiasi analisi costi benefici. Soprattutto ha generato, a partire dall’8 marzo, questa contrapposizione fra economia e salute che adesso lo sta imprigionando. Anche se tutto il mondo ha adottato forme di contenimento, l’Italia spicca per anticipo, durata ed estensione delle stesse nonchè per la rilevanza degli impatti sull’economia. In quasi nessun paese l’economia è stata bloccata nella stessa misura che in Italia. Le prime conferenze hanno trasmesso la sensazione di un autistico che ripeteva un copione a memoria e che semplicemente ignorava (lui, che si presenta in veste di “statista”) le controindicazioni sociali ed economiche delle sue decisioni. Può darsi che pensasse ad uno stop breve (anche Hitler del resto pensava ai blitzkrieg) ma anche questo errore dimostra come si sia lanciato in un’avventura improvvida (l’eradicazione di una sorta di influenza) senza avere la minima idea di cosa stesse facendo, di quale fosse la portata della malattia, di come si trasmettesse. Ha abboccato con tutte le scarpe alla propaganda cinese che pubblicizzava un modello epidemiologico inventato a tavolino. Ha descritto per settimane come “modello mondiale che tutti ci invidiano” il sistema sanitario di un Paese che ha avuto ufficialmente 25.000 morti, che ha perso oltre 150 sanitari per ignoranza della malattia e mancanza di presidi ed in cui migliaia di vecchi sono morti da soli nelle RSA, sottratti a qualsiasi contatto con i parenti e i loro medici, vecchi i cui cadaveri sono stati frettolosamente cremati, al di fuori di qualsiasi procedura legale e di qualsiasi servizio religioso, con il probabile scopo di ridurre i rischi di riesumazioni e autopsie. Un Paese in cui le regioni del sud, dopo 42 anni di ininterrotti finanziamenti per la sanità, hanno dichiarato default sanitario prima del tempo, rifiutandosi anche di accogliere i loro emigranti di ritorno. E vedendo che la malattia resiste, allora ha cambiato la narrazione e la reclusione, che era un mezzo, è adesso diventata un fine rappresentando il discrimine fra i bravi cittadini e gli untori che corrono.

Nel frattempo le autorità mediche hanno dato un pessimo spettacolo confondendo i ruoli e invadendo campi non loro. Dopo tre mesi non sappiamo ancora quasi niente di questo virus: origine, evoluzione, morbilità, letalità, modalità di trasmissione, cure. Si discute animatamente su questioni di tutta evidenza come la utilità di mascherine e tamponi. I virologi sono diventati (dopo economisti ed ecologisti) star mediatiche che appaiono, straparlano, accusano, cambiano idea senza che nessuno chieda conto delle loro contraddizioni. Hanno prima detto che si trattava di poco più di un influenza, poi che il contagio sarebbe stato difficile, poi che le mascherine non servono, poi che non servono i tamponi, poi che gli asintomatici erano una minoranza risibile, poi che i test sierologici non bastano e che non servono. Alla fine abbiamo capito che lo dicevano perché mancavano tanto le mascherine quanto i test. Intanto ci tengono agli arresti domiciliari, raccomandandoci di non fare polemica.

Il sistema sanitario si è dimostrato incapace di fare fronte all’emergenza anche dal punto di vista medico: il taglio dei posti letto può essere colpa della politica ma, alla fine, i protocolli di prevenzione e cura sono di competenza della classe medica e non di Fontana e Bonaccini e la fallimentare gestione interna di ospedali e RSA conferma il default etico e professionale di questa categoria che avrà certo pagato il tributo di sangue dei medici ed infermieri contagiati ma che porta a sua volta la responsabilità della morte di centinaia di persone che non hanno ricevuto cure adeguate.

La politica ha dimostrato la sua mediocrità. Conte è riuscito ad occupare il palcoscenico mediatico utilizzando i metodi ed i mezzi di Salvini alla faccia delle Sardine che tanto li criticavano e che, per inciso, sono sparite dalla circolazione insieme a gran parte delle ONG che non trovano evidentemente cool aiutare i loro vicini di casa che non respirano ma che pagano la colpa di non essersi buttati in mare su un canotto sgonfio. Conte, che non si è fatto mancare neanche le fake news sulla Meloni ed il MES, dimostra molti limiti caratteriali, decisionali e strategici coperti con una comunicazione pervasiva e terroristica mentre verso l’UE ha adottato un atteggiamento insensato, un misto di vittimismo infondato (anche gli altri hanno avuto le loro migliaia di morti, alcuni più dell’Italia) e di arroganza priva di contenuto, che ne ha ridotto molto la forza negoziale. Appare poi singolare che si sia affidato, nelle trattative, al ministro Gualtieri che, per ignoranza economica e fideismo eurista, incarna materialmente l’ambizione teutonica, espressa nel corso del governo populista, di prendere possesso del ministero del Tesoro italiano. Mancando una visione politica che non sia il contenimento della destra, il governo farà quindi quello che è nato per fare: sottomettere l’Italia a poteri stranieri. Ma anche la destra ha molto da riflettere. Salvini ha fatto oggettivamente da apripista alla strategia del “Chiudiamo tutto” (campeggiato per settimane sul suo profilo) per coprire una giunta lombarda che, con 10.000 morti accertati ed altre migliaia occultati, comunque finirà nel tritacarne della giustizia, in parte anche meritatamente. Ignorando il dato economico, ha distrutto il suo elettorato fatto di lavoratori autonomi ora posti alla mercè delle varie elemosine pubbliche. Tutto lo schieramento ha dimostrato una pavidità, un’incultura, una superficialità che, unite alla divisione interna, fanno fortemente dubitare dell’utilità di una loro vittoria elettorale. In generale, tutta la politica dimostra di essere priva di nerbo e di visione, fenomeno probabilmente conseguente all’abitudine all’eterodirezione tecnica ed europea che a sua volta riposa sul ripudio del legame comunitario con il popolo sovrano.

Il virus che circola non è solo il Covid e non è l’egoismo stigmatizzato dal Papa. È il virus della paura che si trasforma facilmente in sfiducia e ostilità verso gli altri. La crisi sanitaria è stata gestita secondo modalità terroristiche e mediatiche in mancanza di pianificazione e decisionalità adeguate. Le gravi carenze di governo e regioni sono state coperte da un atteggiamento accusatorio e colpevolizzante verso i cittadini. Le sanzioni comminate valgono al massimo lo 0,002% dei residenti e andranno comunque viste nel merito ma si è comunque portata avanti una campagna informativa che tende ad attribuire il persistere dell’epidemia a pochi comportamenti difformi. Questa narrazione ha facilmente favorito un clima che ricorda quello delle leggi razziali o dei regimi comunisti dell’est (e che, detto per inciso, dimostra come sia banalmente facile aizzare la popolazione contro categorie minoritarie, ieri gli ebrei, oggi i runner): insicurezza, colpevolizzazione reciproca, diffidenza, spionaggio, delazione praticata da cittadini contro altri cittadini, fra vicini di casa, fra colleghi, in futuro anche fra parenti. Questo virus è devastante a livello sociale e civile: il concetto di “società” implica necessariamente un rapporto di vicinanza, fiducia e collaborazione, financo di contatto fisico ed emotivo, che renda possibile quella divisione del lavoro che permette di migliorare le condizioni di vita di tutti. È urgente invertire la narrazione negativa e colpevolizzante e trovare un “esorcismo” che permetta di rimettere in moto i meccanismi sociali necessari. Del resto solo l’Italia sta programmando modalità di FASE 2 così complesse e stravolgenti mentre all’estero ci si prepara ad un ritorno alla normalità “normale”.

Il quadro non è per niente allegro. La differenza fra oggi ed il 1945 è che allora i responsabili del disastro furono allontanati ed il quadro normativo completamente cambiato mentre oggi è probabile che i colpevoli rimangano al loro posto e che la Costituzione distopica ed inefficace venga utilizzata per prolungare questo stato di cose, vivendo sempre un 25 aprile distopico che diventa simbolo di oppressione e povertà. Se il 1945 viene indicato come prospettiva, allora siamo di fronte alla distopia di un periodo in cui, a differenza di allora, gli spazi di sovranità, libertà e democrazia si restringono, la solidarietà politica si riduce, il livello di consapevolezza e maturità dei cittadini cala. Ed allora il 25 aprile non celebra una fine ma l’inizio di un percorso lungo e, probabilmente, molto difficile. Speriamo di no.

 

Discussione

4 pensieri su “25 aprile: Festa della Reclusione

  1. A parte qualche differenza di posizione qua e la, tanto di cappello per quello che ha scritto. La situazione è grave, anche perchè buona parte di nostri concittadini crede ciecamente a ciò che Le viene raccontato, nonostante le contraddizioni che questo racconto produce. Mi sembra in questo senso che nulla è cambiato quando sentivo i miei nonni dire “…lo ha detto la televisione…”. Proprio ieri una mia amica a proposito di Immuni mi scriveva “…qualsiasi cosa possa essere utile per la comunità e per uscire quanto prima da questo contesto debba essere fatta…”. Siamo pronti ad accettare qualsiasi cosa. Nonostante tutto, buon 25 aprile.

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    Pubblicato da Stefano Petroncini | 24 aprile 2020, 13:52
  2. Credo che molti cittadini non abbiano affatto accettato le disposizioni per obbedienza o paura del Covid, ma perchè terrorizzati dalle ammende mostruose, che si andrebbero ad aggiungere a mesi senza reddito e uguali spese.
    E temo che questa oscurità non si dissolverà da sola; la parola NORMALITÀ, è stata sostituita con: NORMALIZZAZIONE DELL’EMERGENA. La fase 2 è identica alla fase 1 e ugualmente si adatta alle angherie dei dittatorelli locali, a caccia disperata di quattrini. Intanto, le terapie intensive sono VUOTE. Ma che importa, la dittatura, mai nella storia si è ritratta naturalmente come un moto di risacca. E non lo farà stavolta. Il 25 Aprile sarà l’unica festa autenticamente sentita; la sua esclusiva infatti, non è rivendicata dai bella ciaisti? Quelli che vedevano la fine del fascismo come la possibilità di introdurre la dittatura comunista? Ecco, oggi è il gran giorno; come benissimo illustrato in questo articolo: https://comedonchisciotte.org/linganno-globale-del-coronavirus-serve-per-salvare-il-liberismo-da-se-stesso/ il regime comunista si erge a paladino del Nuovo Ordine, gaiamente festeggiato dalle sinistre vendute.
    Il futuro si presenta sempre più somigliante allo “stivale che schiaccia una faccia. Per sempre”.

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    Pubblicato da Graziella | 30 aprile 2020, 16:17

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  1. Pingback: Gli è tutto sbagliato | Average Joe - 3 giugno 2020

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