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Coronavirus, Senza categoria, Stats

Coronavirus: un’analisi statistica

Questo post si sofferma su dati aggiornati dell’epidemia, sviluppa alcune metodologie e riepiloga e dettaglia altre analisi statistiche proposte in passato.

Situazione Mondo

Diapositiva2

Evidenze e considerazioni:

  1. tasso di morbilità microscopico (mondo 0,04%, Italia 0,33%, quinta in classifica);
  2. tasso di mortalità infinitesimale (mondo 0,0027%, Italia 0,0446%, terza in classifica);
  3. tasso di letalità apparente: mondo 6,90%, Italia 13,53% (terza in classifica). Tuttavia, se prendiamo in considerazione soltanto i paesi con almeno il 37% di casi chiusi (casi chiusi = deceduti + guariti, media mondo: 37,01%) la percentuale italiana si piazza al primo posto;
  4. letalità finale (deceduti su casi chiusi): media mondo 18,65%, media Italia 28,82%. L’Italia si piazza al settimo posto. Tuttavia, visto che la morte interviene molto più rapidamente della guarigione (6 giorni dai sintomi, 5 dal ricovero, fonte: bollettino ISS), è chiaro che la letalità finale è più alta nelle fasi iniziali dell’epidemia in cui ci sono molti più morti che guariti. Se guardiamo il dato riferito ai soli paesi con almeno il 37% di casi chiusi (37,01% media mondo) la percentuale italiana si piazza al terzo posto;
  5. qualche considerazione su singoli paesi:
  • i numeri cinesi sono oramai risibili sotto qualsiasi profilo: non è possibile che gli indici citati siano una frazione di quelli medi mondiali, oltretutto ormai influenzati oltre misura dalla presenza di stati con sistemi sanitari e sociali incomparabilmente superiori a quelli cinesi;
  • i dati tedeschi sono strani: valore assoluto dei casi ormai paragonabile a quelli italiano e francese ma bassa morbilità con quasi tanti test per milione di abitanti dell’Italia, mortalità che è un quinto di quella francese e un sesto di quella italiana, letalità apparente e finale che segue in proporzione. Forse anche in questo caso non si sta parlando delle stesse cose;
  • la Svezia campione del “laissez faire” ha una morbilità di solo lo 0,19% (quindi la clausura forse non è necessaria?) ma una letalità finale del 69,35% e se è vero che la percentuale di casi chiusi è solo del 17,33% e quindi le guarigioni si devono manifestare in pieno, è anche vero che questa percentuale in Italia non c’è stata nemmeno all’inizio dell’epidemia segno che l’assistenza sanitaria svedese è forse da ripensare. O forse che aveva ragione il medico di mio padre che diceva che i paesi scandinavi erano molto più avanti nelle scelte eutanasiche e che mai avrebbero dato assistenza medica avanzata ad un 78nne.

Situazione Italia

Approfondiamo i dati italiani:

Diapositiva1

Il grafico n. 1 mostra il trend della letalità apparente (decessi / casi positivi) e finale (decessi / casi chiusi) su base giornaliera e cumulata. Evidenzio che, riguardo alla letalità apparente, al denominatore continuo a prendere in considerazione il numero dei tamponi anche se da qualche giorno la Prociv offre dati sui casi testati che sono ovviamente più attendibili ma che non offrono una serie storica abbastanza lunga. Dato che i casi testati ammontano a circa il 69% dei tamponi, i valori percentuali di letalità dovrebbero essere corrispondentemente aumentati. I grafici giornalieri hanno un andamento più irregolare ma si nota una convergenza dei due valori attorno all’area 16-19%. Il trend convergente viene rispecchiato in modo più evidente dai dati cumulati che mostrano una discesa graduale della letalità finale dalle punte del 47% di marzo fino a circa il 28% del 27 aprile. Come detto, dato che il decesso avviene mediamente 5/6 giorni dopo l’inizio dei sintomi, coloro che sono destinati a morire muoiono più rapidamente di quanto guariscano coloro che invece non sono destinati a morire. In effetti non si hanno dati precisi sui tempi medi di guarigione ma possiamo ritenere che si aggirino fra le 3 e le 4 settimane (i cinesi ammalatisi a Roma sono guariti in 29 giorni, Zingaretti in 24) con punte anche maggiori (Dybala è positivo da 40 giorni, alcuni passeggeri della Diamond Prince non risultano ancora guariti).

Dato che gli intervalli mediani, approssimabili a quelli medi, (Fonte: Bollettino ISS) sono i seguenti:

  1. sintomi – diagnosi: 6 giorni
  2. sintomi – ricovero: 5 giorni
  3. ricovero decesso: 5 giorni

e dato che la diagnosi è basata sul tempone che, a sua volta, viene prevalentemente effettuato su base sintomatica, la crescita dei contagi si accompagna ad una rapida crescita dei decessi che si accumulano maggiormente nelle fasi iniziali del ciclo epidemico, quando il numero dei malati cresce rapidamente e si verificano, appunto, i decessi che avvengono a breve distanza dai sintomi. Questo picco di mortalità viene gradualmente assorbito nelle fasi più avanzate quando i contagi diminuiscono e aumentano le guarigioni. I due dati (letalità apparente e finale cumulate) alla fine dell’epidemia coincideranno: ma su quali valori?

Una prima stima può essere effettuata mediante un’analisi dei decessi basata sulle coorti giornaliere di nuovi positivi. In scienze statistiche e demografiche, la coorte (altrimenti chiamata colloquialmente scaglione o contingente) indica un insieme di individui, facenti parte di una popolazione comunque predefinita, caratterizzati dall’aver sperimentato uno stesso evento in un periodo predefinito. In sostanza, sapendo che il decesso avviene circa 6 giorni dopo l’inizio dei sintomi e che la diagnosi viene effettuata tramite tampone svolto su base sintomatica, possiamo ipotizzare che, fra i nuovi positivi di ogni giorno, coloro che sono destinati a morire muoiano mediamente sei giorni dopo. Quindi possiamo calcolare la mortalità di ciascuna coorte giornaliera di positivi dividendo il numero dei decessi avvenuti il sesto giorno successivo a quello considerato per il numero di contagi del giorno preso in considerazione. I risultati (mortalità daily e cumulata) sono riportati nel grafico n. 2:

Diapositiva3

I dati aggiornati al 27 aprile si fermano, per le modalità di calcolo suddetta, al 21 aprile. Il dato giornaliero e quello medio cumulato tendono a convergere in area 12-15%. Per le modalità di calcolo adottate, rimane da stimare la letalità a valere sulle coorti dei positivi dei giorni dal 22 al 27 aprile per un totale di 15.457 nuovi contagiati per i quali non sono ancora decorsi i sei giorni che mediamente portano al decesso. Ipotizzando che la letalità permanga attorno al 12%, dovremmo avere ancora circa 1.855 decessi a valere sui contagiati fino al 27 aprile con un tasso di letalità cumulato del 14,60%.

(Ndr: il post è stato scritto nell’arco di diversi giorni il che ha consentito di avere i dati dei decessi fino al 1 maggio corrispondenti alle coorti di positivi dei giorni compresi fra il 22 ed il 25 aprile: si tratta di 1.259 decessi con una letalità dell’11,05% per cui il metodo sembra trovare riscontri).

La metodologia delle coorti implica quindi una stima anticipata dei decessi a valere sullo stock di malati. Di conseguenza ulteriori decessi saranno provocati soltanto da nuovi contagi. Arrivare a circa il 15% a partire da valori di letalità apparente del 13,5% e finale del 28% vuol dire che nei prossimi giorni dovrebbero aumentare significativamente le guarigioni. Del resto il rapporto guarigioni / decessi su base giornaliera è salito da circa 1 a circa 14. Peraltro è vero che, considerando uno stock di 105.813 positivi al 27 aprile, per avere solo 1.855 decessi in più occorrerebbe avere, su questo storico, un ratio guarigioni / decessi di 56 che al momento appare molto distante dalla situazione attuale ma che dovrebbe cominciare a realizzarsi nelle prossime settimane allorchè dovrebbero essere confermate le guarigioni delle numerosissime coorti della seconda metà di marzo e della prima decade di aprile. Questi dati saranno comunque “sporcati”, come sopra spiegato, dalla dinamica dei decessi a valere sulle nuove coorti. In definitiva, il dato di mortalità finale dovrebbe fissarsi in un intorno del 14%, comunque multiplo di 3 volte quello cinese (i dati ufficiali cinesi danno un numero di esiti finali pari ad oltre il 99% dei positivi per cui la mortalità apparente e quella finale quasi coincidono).

Correlazioni

La Prociv fornisce quotidianamente molti dati che è interessate correlare con il calcolo dell’apposito indice. Sono ritenuti significativi i valori di correlazione diretta > 0,7 ed in giallo ed i valori di correlazione inversa < -0,6

TOTALE ISOL. DOM. RICOVERATI TER. INT. DECESSI  TAMPONI % SU TAMPONI
TOTALE     1,000            0,861             0,367       0,211      0,891            0,343
ISOL. DOM.            1,000             0,355       0,272      0,715            0,062
RICOVERATI             1,000       0,878      0,107 –         0,611
TER. INT.       1,000 –   0,069 –         0,709
DECESSI      1,000            0,485
 TAMPONI            1,000 –                 0,650
% SU TAMPONI

Rispetto ad un post precedente le correlazioni si sono molto allentate. Rimane comunque una correlazione forte fra totale contagi e casi di isolamento domiciliare, conseguente al fatto che adesso vengono testati anche non ricoverati e vengono limitati i ricoveri, e fra totale contagi e decessi. Forte anche la correlazione fra diversi livelli di ospedalizzazione mentre il numero di tamponi è correlato inversamente, in modo significativo, alla percentuale di positivi il che conferma che l’aumento dei positivi non è totalmente legato al maggior numero di tamponi effettuati.

Problemi metodologici

Come già accennato in altri articoli, i problemi metodologici nella stima della mortalità da Covid-19 sono significativi. Qualche giorno fa l’Istat ha aggiornato il modello per la raccolta di informazioni sulle cause di morte (standard internazionale ICD-10) inserendovi anche due codici riferiti alla malattia da coronavirus. Questa scelta permette di standardizzare le procedure di rilevazione e avvia a chiarimento i dubbi sulla reale dimensione e portata del fenomeno. Il problema è tale che la stessa Istat, alla pagina https://www.istat.it/it/archivio/240401,  dichiara che:

“Con riferimento alle numerose richieste di informazioni pervenute all’Istat a seguito della emergenza sanitaria in corso, si precisa che:

 i dati elaborati dalla fonte Istat “Indagine sui decessi e cause di morte” fanno riferimento a quanto riportato dai medici sulle schede per la certificazione delle cause di morte, che devono essere compilate per legge per ogni deceduto sul territorio italiano; la scelta della “causa iniziale di morte”, la causa che viene utilizzata nelle statistiche ufficiali, viene effettuata applicando le regole di selezione definite dalla ICD-10.

la sorveglianza sanitaria presso la Protezione Civile registra invece tutti e soli i casi di COVID-19 diagnosticati dai laboratori di riferimento regionali, come indicato dalla Circolare del Ministero della Salute n. 0005443 del 22 febbraio 2020. Quindi la mortalità per influenza, bronchite, polmonite, tumori, malattie cardiovascolari e per ogni altra causa, di soggetti che non hanno la diagnosi di COVID-19 non viene conteggiata dai dati di sorveglianza.

 Un confronto diretto tra i dati delle due fonti non sarebbe pertanto corretto.”

Quindi, su questa base, solo a fine anno sapremo quanto ha pesato la mortalità da Covid-19 sul totale delle morti italiane. Ad oggi la stima di 26.977 (riferita al 27 aprile) appare imprecisa per eccesso perché non tutti i morti CON coronavirus saranno presumibilmente morti PER coronavirus sulla base dei criteri ICD-10. Infatti il dato comprende tutti i morti cui è stato riscontrato il virus ma che avevano anche altre patologie e che sono morti per altre cause, ipotesi rafforzata dai dati dell’Istituto Superiore della Sanità alla data del 29 aprile che mostrano che i morti solo per coronavirus senza altre patologie erano solo 90. Il dato è tuttavia probabilmente approssimato anche per difetto perché non considera i probabili decessi da coronavirus avvenuti senza tampone in case private ed RSA.

In ultimo, è da evidenziare che anche il denominatore presenta numerose incertezze: non è assolutamente chiaro quanti siano i positivi nella popolazione dato che la malattia è spesso a- o pauci-sintomatica. I bollettini ISS stimano che il 79,5% dei malati abbia sintomi compresi fra “assenti e lievi”, il 18,5% presenta sintomi severi e solo il 2% è in condizioni critiche. A parte che appare singolare, dopo tre mesi,  continuare a parlare solo di valori assoluti e percentuali sui tamponi e non valutare il reale impatto della malattia che, nell’80% dei casi, si risolve con qualche linea di febbre, stime di varie fonti arrivano ormai a parlare di numeri compresi fra 1 e 6 milioni di italiani contagiati con stime dei vari tassi che si abbatterebbero di interi ordini di grandezza (per dire, la letalità scenderebbe al 4 per mille, poco più dell’influenza ordinaria). Anche il Presidente ISS, Prof. Brusaferro, il 30 aprile ha ipotizzato che i contagiati siano da 10 a 20 volte più di quelli rilevati il che abbatterebbe comunque tutte le percentuali di mortalità. Basterebbe fare un’indagine campionaria rappresentativa, come proposto da valenti statistici, ma questa ipotesi è scartata da tutti i 450 esperti riuniti in circa 15 commissioni chiamati ad assistere un governo che dei loro consigli comunque se ne fotte.

Gli effetti del lockdown

Il grafico della letalità finale cumulata sembra disegnare un ampio plateau compreso fra il 13 ed il 31 marzo (da 46,80% a 44,14%) dopo di che inizia a scendere più velocemente anche se in modo molto graduale. È quindi interessante anche valutare l’impatto delle misure governative sull’evoluzione dell’epidemia. Consideriamo i due provvedimenti del 10 marzo (Lockdown di tutta Italia) e del 22 marzo (chiusura attività produttive non indispensabili) ed il loro impatto su contagi giornalieri e su decessi giornalieri.

Diapositiva4

Considerando un tempo di incubazione medio di 14 giorni, si vede che il 24 marzo si realizza un minimo relativo nei contagi giornalieri che, salvo un rimbalzo di un paio di giorni, non viene poi più superato. Il numero dei contagi giornalieri si inserisce quindi in un canale discendente regolare con minimi e massimi decrescenti. Appare perciò poco efficace il provvedimento del 22 marzo che, sempre in virtù dei tempi di contagio, coincide con un minimo relativo attorno al 6 aprile ma non sembra imporre un’accelerazione marcata al trend già esistente. La valutazione costi-benefici pone ulteriori dubbi circa l’opportunità di tale provvedimento così oneroso in termini economici.

Il calo dei contagi giornalieri va di pari passo con quello dei decessi (il massimo assoluto si verifica il 27 marzo, proprio 6 giorni dopo il massimo dei contagi) mentre il tasso di letalità apparente su base daily ha un andamento molto più contrastato all’interno di un rettangolo con minimi e massimi equilivellati che fa pensare che, al di fuori di un ragionamento per coorti, la diminuzione della mortalità dipenda solo dal calo dei contagi e non dal miglioramento delle capacità mediche.

A livello regionale, il grafico n. 5 espone i risultati della stessa analisi condotta per Lombardia, altre regioni ad alta diffusione (Emilia, Marche, Piemonte, Veneto) e su Italia.

Diapositiva5

A parte il fatto che il lockdown nel nord Italia risale al 9 marzo, si evidenzia che:

  1. l’andamento dei contagi ha un trend calante sia nelle “Altre regioni” che nel sud Italia, molto marcato in questo secondo caso e meno nel primo;
  2. non sembra che ci siano effetti significativi delle misure del 22 che non sembrano, neanche in questi casi, produrre un’accelerazione;
  3. il trend decrescente è invece molto meno marcato in Lombardia ove si ferma quasi subito e si inserisce di fatto in un rettangolo fatto di massimi e minimi equilivellati che solo verso la fine di aprile sembra essersi attenuato;
  4. il sud evidenzia un forte incremento verso il 18 marzo che si mantiene fino al 3 aprile (3 massimi successivi) che potrebbe essere compatibile con l’ipotesi di importazione del virus in conseguenza della fuga dal nord avvenuta dopo la fuga di notizie sul DPCM dell’8 marzo.

Si conferma che esiste uno “specifico lombardo” che, se non attentamente analizzato, non permetterà di risolvere l’epidemia. Tenendo conto che il lockdown aveva determinato, in Lombardia, il calo del 57% degli spostamenti, non sembra che il rapporto costi benefici di queste misure sia stato particolarmente favorevole.

Analisi regionale

L’esistenza di uno specifico lombardo è confermata anche da questa tabella che mostra come la regione, con un sesto degli abitanti d’Italia, incida per ben il 37% sui contagi e addirittura per il 49% sui decessi con un gap di 12 punti che dipende probabilmente dalle scelte organizzative e dal collasso strutturale subito dal sistema sanitario locale, con particolare riferimento alle RSA che si sono dimostrate, praticamente solo lì, un qualcosa a metà fra degli hospice e delle camere a gas. Sulla base di questi dati non penso che si possa esimere l’amministrazione Fontana da una chiamata in correo sia per le scelte strategiche che per la gestione dell’emergenza.

 

REGIONE DECESSI   REGIONE POSITIVI
Lombardia 49,24% Lombardia 36,86%
Emilia-Romagna 12,70% Piemonte 12,80%
Piemonte 10,96% Emilia-Romagna 12,38%
Veneto 5,22% Veneto 8,74%
Liguria 4,17% Toscana 4,55%
Marche 3,24% Liguria 3,89%
Toscana 3,01% Lazio 3,22%
Lazio 1,58% Marche 3,04%
P.A. Trento 1,49% Campania 2,15%
Puglia 1,48% P.A. Trento 2,00%
Campania 1,28% Puglia 1,98%
Abruzzo 1,14% Sicilia 1,54%
Friuli Venezia Giulia 1,03% Friuli Venezia Giulia 1,47%
P.A. Bolzano 0,98% Abruzzo 1,43%
Sicilia 0,84% P.A. Bolzano 1,23%
Valle d’Aosta 0,49% Umbria 0,68%
Sardegna 0,41% Sardegna 0,63%
Calabria 0,31% Valle d’Aosta 0,55%
Umbria 0,24% Calabria 0,54%
Basilicata 0,09% Basilicata 0,18%
Molise 0,08% Molise 0,15%

Dati demografici

La mortalità si concentra evidentemente nulle fasce di età più avanzate e malate: età media 79 e mediana 81 con 3,3 patologie medie (fonte: report ISS del 29 aprile). I maschi sono il 61,96%, le donne il 38,04%. Questi dati potrebbero confermare l’ipotesi che la malattia assorba una serie di decessi di persone anziane e malate che si sarebbero comunque verificati nei prossimi 6-12 mesi, atteso che la differenza in termini di età media al decesso fra gli affetti da coronavirus (79,59 anni, rielaborazione su dati ISS) e la popolazione generale (81,1 anni in generale ma 80,29 una volta standardizzata in base alla diversa ripartizione fra maschi e femmine dei due universi, (fonte: Istat 2017) è pari a circa 11 mesi. In questo senso il coronavirus si inserisce quasi fisiologicamente nei processi di fine vita di anziani e malati: probabilmente queste dinamiche si sono già manifestate in passato (2015-2017) ma con molta minore attenzione da parte dei media e della politica. Addirittura è possibile che le stragi “influenzali” degli scorsi anni siano riconducibili alla presenza di questa malattia non identificata prima di quest’anno: è del resto strano che un’epidemia di questo genere si sia sviluppata in pochi giorni a partire da “un tedesco” che non avrebbe però infettato nello stesso modo la Germania. Come nel caso dell’influenza, c’è probabilmente un radicamento pregresso del virus che è stato riconosciuto solo oggi.

D’altro canto i decessi di under 40 senza patologie si limitano ad una novantina: la classi più giovani sono meno interessate dalla mortalità per Covid-19 come confermato dal gap di 15 anni fra età mediana dei positivi ed età mediana dei deceduti e dal fatto che la stragrande maggioranza dei casi attivi si conclude in isolamento domiciliare mentre l’ospedalizzazione riguarda ad oggi solo un quarto degli attualmente positivi. Si classificano come malati a rischio persone che nella stragrande maggioranza dei casi sono asintomatiche o paucisintomatiche, strana espressione che significa avere dolori, mal di gola, raffreddore, leggera febbre.

Impatto sulla mortalità generale

L’impatto del Covid-19 sulla mortalità generale è probabilmente sopravvalutato. Le principali cause di morte in Italia (Fonte: Istat 2017, ultimo anno disponibile) sono le seguenti:

  1. Malattie del sistema circolatorio: 232.992
  2. Tumori: 180.085
  3. Malattie del sistema respiratorio: 53.372
  4. Malattie del sistema nervoso/degli organi di senso (Parkinson, Alzheimer…): 30.672
  5. Malattie endocrine, nutrizionali e metaboliche (diabete): 29.519
  6. Disturbi psichici e comportamentali: 24.406
  7. Malattie dell’apparato digerente: 23.261
  8. Cause esterne di traumatismo e avvelenamento (suicidi, omicidi, incidenti stradali…): 20.565
  9. Cause mal definite e risultati anomali: 14.257
  10. Malattie infettive e parassitarie: 14.070
  11. Malattie dell’apparato genitourinario: 12.017
  12. Malattie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo (es: artrite): 3.651
  13. Malattie del sangue e degli organi ematopoietici ed alcuni disturbi del sistema immunitari: 3.272
  14. Malattie della cute e del tessuto sottocutaneo: 1.413
  15. Malformazioni congenite ed anomalie cromosomiche: 1.399
  16. Condizioni morbose che hanno origine nel periodo perinatale: 801
  17. Complicazioni della gravidanza e del parto: 16

Ne risulta che il Covid-19 si collocherebbe al momento al sesto posto con possibilità realistica di scalare un’altra posizione. Come detto, è possibile che la malattia assorba una serie di decessi per altre cause di persone anziane e malate che si sarebbero comunque verificati nei prossimi 6-12 mesi, così come per converso sarebbe da interpretare l’effetto dell’epidemia sulle morti per altre cause atteso che il collasso del sistema ospedaliero ed il suo riorientamento verso il Covid hanno probabilmente abbassato il livello di cure per i malati di altre patologie.

Con una previsione di circa 30.000 decessi, rappresenterebbe circa il 5% dei decessi totali in Italia che sono stati i seguenti (fonte: tavole mortalità Istat, per il 2019 demo.istat.it):

  • 2014: 598.364
  • 2015: 647.571
  • 2016: 615.261
  • 2017: 649.061
  • 2018: 633.133
  • 2019: 590.449

Anche a livello infrannuale i dati hanno necessità di una corretta interpretazione. A questo riguardo circola una statistica Istat (https://www.istat.it/it/archivio/240401) sui morti per tutte le cause nel periodo 1 marzo – 4 aprile, limitata ai comuni in cui la mortalità è stata superiore di oltre il 20% rispetto alla media dell’ultimo quinquennio, che confonde ancor di più le acque visto che prende in considerazione soltanto i comuni (circa un quinto del totale) con forte eccesso di mortalità  e considera un periodo che esclude il trimestre dell’influenza in cui si concentrano maggiormente i decessi per problemi respiratori. Questa considerazione merita un approfondimento a partire da grafici che seguono (fonte: Ministero della salute – Simsg)

Diapositiva6

I dati mostrano un’impennata dei decessi nelle settimane di marzo preceduta tuttavia da un lungo periodo di minor mortalità rispetto ai valori attesi che, salvo un breve periodo fra maggio e giugno 2019, ha caratterizzato tutto l’anno passato. In particolare il gap fra decessi attesi e reali è stato marcato proprio nei periodi di dicembre-febbraio solitamente interessati dalla mortalità per influenza stagionale. Se quindi l’Istat offrisse i dati relativi all’intero Paese ed all’intero periodo invernale o, almeno, dall’inizio dell’anno potremmo vedere variazioni meno eclatanti.

Gli stessi dati in questione dimostrano che l’andamento della mortalità nei primi quattro mesi dell’ultimo quinquennio è stato irregolare:

  • 2015: 238k
  • 2016: 216k
  • 2017: 238k
  • 2018: 231k
  • 2019: 233k

Quindi forti oscillazioni, anche del 10% del totale dei decessi del periodo in Italia, non sono inconsuete. Questi dati dimostrano che impennate della mortalità non sono rare e che il 2020 ha sicuramente una maggiore mortalità ma che settimane critiche si sono avute in tutti gli anni, specie nel 2015 e 2017. Altri dati (vedasi grafico seguente) dimostrano che gli eccessi di mortalità si concentrano soprattutto nel nord Italia nelle fasce di età superiori ai 65 anni mentre, per le stesse fasce di età, i decessi del sud rientrano nei limiti degli intervalli di confidenza.

Diapositiva7

Se questo quadro è ovviamente compatibile con l’impatto del Covid-19, occorre tenere conto anche dell’impatto sulla mortalità del dissesto sanitario in cui versavano molte regioni, specialmente quelle settentrionali. La maggiore mortalità potrebbe essere quindi imputabile anche alle carenze degli ospedali, all’abbandono delle RSA, alle mancate cure a malati di altre patologie meno mediatiche (la morte del giornalista Gianni Mura, “solo” cardiopatico, deporrebbe in tal senso).

In definitiva i dati confermano, a mio avviso, i lati ambigui della pandemia e della gestione emergenziale. Il pericolo rappresentato dalla malattia appare molto sopravvalutato, sia a livello nazionale che globale, mentre i rimedi adottati, specie il blocco produttivo del 22 marzo, si sono rivelati poco efficaci ai fini del contenimento del contagio. La malattia è particolarmente focalizzata a livello regionale, sessuale, anagrafico e medico e questo richiederebbe approcci differenziati sulla base di un’analisi più approfondita che, al momento, solo la Meloni ha proposto. Questa analisi sarebbe vieppiù necessaria alla luce di una possibile seconda ondata autunnale che è possibile alla luce della dinamica “influenzale” che il virus ha manifestato e che, essendo correlata inversamente alle temperature, potrebbe dare luogo ad una recrudescenza in autunno-inverno.

Discussione

5 pensieri su “Coronavirus: un’analisi statistica

  1. Buongiorno. Trovo sempre molto interessanti i suoi articoli. Oggi è uscito una report congiunto Istat-iss, che mi lascia molto perplesso. Sto studiando un poco i numeri e scrivendo qualche riga al rigurado. Se interessato avrei piacere a inviarLe il tutto quando avrò finito.

    Cordilaità Edoardo

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    Pubblicato da edoardo | 4 maggio 2020, 15:14
    • Grazie, volentieri

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      Pubblicato da Average Joe | 5 maggio 2020, 7:47
      • Buongiorno. Abbozzo i miei ragionamenti e li presento scarni perchè tra lavoro e bambini da seguire (alla faccia delle tanto decantate lezioni on-line) il tempo è proprio poco. Segnalo poi che queste considerazioni sono state riportate sotto forma di commento a dei conoscenti: “Leggo una notizia sull’ansa del 4 maggio (di cui ho salvato l’immagine per futura memoria): tra il 20 febbraio e il 31 marzo sono morte 90.946 persone, rispetto alle 65.592 del medesimo periodo del 2019 (avranno tenuto conto che il 2020 è un anno bisestile?) . Tenuto conto che sono – estremi compresi – 41 giorni, vuole dire una media di 2219 persone al giorno circa. Nel 2019 sono morte in tutto, fonte istat, 635000 persone, ovvero 1739 persone al giorno. Facendo una banale divisione 2219/1739 si ottiene circa 1.27, ovvero si scopre che rispetto al 2019 intero, nel periodo considerato del 2020 sono morte lo 27% in più di persone.
        Ora, faccio tre osservazioni:
        1- nel periodo invernale muoiono più persone, quindi è ragionevole pensare che l’eccesso di mortalità sia decisamente inferiore al 27%, magari paragonabile alla normale fluttuazione statistica che è circa del 10%
        2- l’ansa titola, come da immagine allegata, +49% di morti ovvero quasi il doppio di quello che dicono i numeri (è vero che il titolo parla di “marzo”, ma poi perchè nell’articolo si riferiscono al periodo 20 febbraio -31 marzo?).
        3 – quanti di questi defunti sono stati lasciati morire volutamente?”

        L’impressione è che si voglia far perdure il clima angosciante degli ultimi due mesi, e anche giustificare quanto fatto per via della “terribile” epidemia. Posto che i morti sono morti, e su questo non si discute, ci sono tante e tali anomalie, specialmente in Lombardia, che il tutto appare quantomeno ambiguo.

        Cordiali saluti, Edoardo.

        PS leggo ora che in Francia il primo malato è di dicembre 2019 (https://www.corriere.it/esteri/20_maggio_05/coronavirus-francia-primo-paziente-covid-fine-dicembre-storia-amirouche-hammar-ab4bf7a4-8eb5-11ea-8162-438cc7478e3a.shtml?refresh_ce-cp). In Italia è ragionevole pensare, anche per le ormai molte testimonianze dei medici di base, che i primi casi si siano avuti addirittura prima. Quindi, alla fine di cosa stiamo parlando? Forse che l’influenza 2019-2020 sia in realtà il covid in varie declinazioni?

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        Pubblicato da edoardo | 5 maggio 2020, 16:27

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