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Coronavirus, Economia e società, Politica Italia

New normal

La fase 2 termina precipitevolissimevolmente, travolta dalla crisi economica e dallo spazientimento del Paese. La fase 2 è morta nel momento stesso in cui, il 2 maggio, Conte ne annunciò l’inizio con una diretta a reti unificate resa grottesca ed inverosimile dal suo sbirciare continuo sugli appunti, dal suo muoversi da tarantolato per gestire due vibracall tenuti nella tasca sinistra e nel taschino destro della giacca, dalla prolissità con cui rinviava l’annuncio della permanenza di misure umilianti come l’autocertificazione, dall’insoddisfazione generata dalla modestia delle misure di liberazione. Non è un caso che le misure annunciate il 2 maggio, che di fatto perpetuavano sotto falso nome la situazione di lockdown precedente, abbiano dato la stura alle insoddisfazioni dei soggetti più disparati, dalla CEI alla Confindustria, dalle regioni alle associazioni di categoria, financo ai costituzionalisti arruolati dal Quirinale, aprendo la rincorsa ad una chiusura dell’emergenza che il governo ha tentato, senza successo, di ritardare ulteriormente ma con spaccature anche al suo interno visto che la Lamorgese aveva sibillinamente dato ordine ai suoi militi di non fare più multe e controlli. La fase 2 è stata una parentesi veloce ed insignificante fra la fase 1 del terrore quotidiano e della clausura e la fase 3 del ritorno ad una parziale e nuova normalità e c’è da dire che questo esito non era nelle previsioni della “conferenza legge” di Giuseppi che si era ben guardato dal far balenare una data di scadenza del suo ultimo esemplare di DPCM, lasciando intravvedere nel 18 maggio un semplice passaggio verso una delle tante proroghe (15/3 – 3-4 – 3/5 – 18/5) che avrebbero reso dolcemente permanente il regime illiberale in cui eravamo sprofondati.

Il governo, intriso di sindrome cinese, si era dato il traguardo del 2 giugno perché segnava la scadenza delle 12 settimane di lockdown teorizzate come necessarie e sufficienti dal governo di Pechino. Amici che sanno le cose mi dicevano sin dallo scorso marzo che questa era stata la scelta adottata ed evidentemente la volontà era quella di portarla a compimento, soprattutto per mostrarsi allineati al nuovo e grande alleato, a dispetto dell’ormai palese evidenza dalla falsità dei numeri e delle teorie sanitarie presentate dai cinesi. Il modello epidemiologico ed organizzativo asiatico è caduto nel ridicolo di dati ufficiali che mostrano un terzo dei malati ed un settimo dei morti di un paese con un 1/23 della popolazione. Conte ha cercato di tenere il punto ma l’inverosimilità della proposta, l’inadeguatezza delle misure rispetto ad un contesto ancora un po’ democratico, l’emergere di un principio di realtà legato al crack economico, in ultimo l’attenuarsi dell’epidemia e della paura, lo hanno costretto a ritornare rapidamente indietro su tutto, salvo le aperture di palestre e piscine rinviato al 25 maggio ed il blocco degli spostamenti interregionali prorogato per l’appunto al 2 giugno.

L’epopea di Conte si è dipanata su basi prevalentemente comunicative a partire dallo scorso agosto, quando con tono affettato liquidò Salvini, raggiungendo il suo apice lungo tutta la lunga fase del Covid-19 in cui ha abbinato sapientemente toni terrificanti sulla situazione e suadenti riguardo all’azione del governo. Conte, da gennaio in poi, ha perseguito una politica fatta solo di comunicazione, in mancanza di qualsiasi pianificazione e con un’azione amministrativa priva di efficacia, e la qualità e gli esiti della comunicazione hanno segnato il corso del suo percorso politico, quasi trionfale all’inizio e poi sempre più affannoso. Quella conferenza stampa faceva infatti seguito a quella dell’11 aprile in cui il premier, avvertendo le prime difficoltà, si era giocato l’arma dell’usato sicuro con l’attacco immotivato, falso e sguaiato verso Salvini e Meloni colpevoli solo di dire quello che ieri ha detto lo stesso Conte, cioè che il MES è cosa sbagliata. Ed allora le due conferenze stampa, durante le quali ha trasgredito tutte le regole del public speaking, hanno dato il segno di un default comunicativo che si accompagna al declino politico segnato da insuccessi in patria (uscita dallo stato di emergenza che tanto faceva bene alla stabilità della sua leadership, scontento diffuso ovunque e di chiunque, richiami fortissimi ad un maggior rispetto della Costituzione, inadeguatezza delle risorse e default amministrativo) ed all’estero, con la lunga fase di negoziazione europea che si chiude con la beffa del MEF come unica soluzione, negoziata allo spasimo in nome degli “alleati” e rifiutata infine all’unisono dalla Grosskoalition latina. La mossa del cavallo francese, imprevedibile solo per chi si fosse estraniato anche solo dalla mera osservazione delle dinamiche politiche europee negli ultimi 12 anni, lo lascia nudo di fronte ad una scelta che sicuramente faremo ma senza alcuna spiegazione razionale. Sono esiti che dimostrano che Conte ha una visione tanto puerile della logica politica da essere sconcertante e da renderlo semplicemente “unfit” rispetto ai compiti che un capo politico dovrebbe svolgere.

Si arriva alla fine dell’emergenza senza che nessuno abbia provato a chiarire che cosa sia successo, dal punto di vista costituzionale, durante l’emergenza stessa che peraltro non è ancora finita visto che Conte minaccia di riaprire il lockdown, presumibilmente di sua sponte, sulla base di dati scientifici che comprovassero l’aumento dei contagi. Già il 2 maggio si era rivolto ai cittadini con il discorso degli 11 “vi consentiamo” che tradiva una visione graziosamente ottriata della carta costituzionale. Adesso siamo in una situazione di stallo che può essere descritta come “sospensione della sospensione della Costituzione” che evolverà in parallelo con l’evoluzione della stagione politica contiana, che al momento non sembra essere sfolgorante, ma non possiamo non constatare che, in questo periodo, molte linee rosse sono state attraversate impunemente (dall’inversione del rapporto governo/parlamento a quella del rapporto regioni/governo fino all’emarginazione, forse avallata, del PdR ed alla compressione ostentata e voluta di decine di diritti dei cittadini) e che questo indebolisce fortemente il quadro istituzionale in cui si svolgerà la dinamica politica nei prossimi anni.

Conte ieri sera ha detto che si assume un “rischio calcolato” imposto dalle esigenze economiche e sociali: segno che questo calcolo non era finora stato fatto. Come si possa essersi rifiutati di mediare fra un presunto diritto alla salute (che poi decine di migliaia sono morti anche per le cure negate ad altre malattie) e la tenuta economica dell’intero sistema rimane un mistero intellettuale, salvo per chi (come il blogger) ritiene che lo scopo di questo governo e di questo premier fosse proprio quello di dare il colpo finale al Paese, forse addirittura mostrando troppo entusiasmo.

Finisce infatti il lockdown non senza un tentativo, parzialmente riuscito, di avvelenare i ponti. Questo tentativo è stato condotto attraverso una minuziosa codifica delle modalità di riapertura tale da rendere organizzativamente difficile ed economicamente non conveniente la riapertura stessa. Il continuo tentativo governativo di lanciare il sasso e nascondere la mano si era tradotto nelle circolari INAIL che prevedevano metodologie di accesso e soglie di affollamento di bar, negozi, ristoranti ed arenili tali da rendere implausibile la stessa copertura dei soli costi variabili. Sin dall’inizio dell’epopea rosso-gialla, è stato evidente un pregiudizio verso il mondo dell’impresa in nome di un mix di valori che andavano dallo statalismo piddino al pauperismo grillino fino al tardo egualitarismo ecologista bergogliano. Ne avevamo avuto dimostrazione con la finanziaria di dicembre e le sue assurde tasse su plastica e zucchero. Maggior prova è stata resa con la gestione dell’emergenza improntata al disprezzo delle ragioni dell’economia, addirittura giustapposte a quelle della salute, che ha raggiunto il suo apice con la conferenza stampa gelidamente autistica del 22 marzo, unita ad una visione al massimo ottocentesca dell’economia stessa, tutta fatta di produzione industriale e di consumi di sussistenza. La chiusura degli esercizi commerciali e l’azzeramento del turismo corrispondeva, nel furore ideologico governativo, all’azzeramento di condotte ritenute futili, viziose, disegualizzanti, antiecologiche, ignari del fatto che, dati 2019, il 75% del PIL viene dal terziario e solo il 20% dall’industria con il 5% riservato ad agricoltura e costruzioni. Nella visione keynesiana dell’economia, da tutti invocata come atto di fede, l’happy hour, l’ombrellone, il giro turistico in aereo non sono solo vizi da reprimere ma fonte di PIL, occupazione e redditi. Il solo turismo vale circa il 15% del PIL ed altrettanto in termini di occupazione (senza considerare il suo impatto sulla produzione industriale) e fa gridare vendetta il clima di panico che il governo ha sparso sin da subito su un’attività che è sensibilissima alla percezione dei rischi personali. Grecia ed Egitto nel 2015, Turchia nel 2016, persero quote importantissime del loro PIL per crisi economica, attentati e colpi di stato e la stessa “rinascita greca” del 2019 è legata soprattutto alla riscoperta del paese come meta turistica. Recuperare un mercato perduto, soprattutto all’estero, richiederà almeno un lustro in cui il contributo del settore alla crescita economica sarà, alla meglio, dimezzato. Complice o imbecille, il governo invece che rassicurare alimenta le paure.

Mancano evidentemente aiuti in dimensione adeguata ai danni provocati ma del resto nessuno poteva immaginare, a condizioni date, l’erogazione di consistenti aiuti economici dello Stato al settore privato. Conte ha condotto il Paese in un’avventura tragica impregnata dei consueti “valori” universalistici e millenaristici del politicamente corretto: non ci si è limitati a gestire un’epidemia il cui impatto è tutto sommato modesto, non si sono fissati obiettivi realistici ma si è optato more solito per inezie come l’eradicazione del virus, la salvezza di tutti i malati (anche i nonuagenari con 4 patologie concomitanti), l’attesa messianica di un vaccino che non si sa se e quando arriverà, se funzionerà, quanto costerà, se potremo pagarlo.  L’unica alternativa era, al momento opportuno, contemperare, e non contrapporre, le ragioni dell’economia e quelle della salute ed è su questo punto che vedo le maggiori responsabilità della destra che, prigioniera dei fallimenti lombardi e dell’imminente stagione processuale sui migranti, ha aperto la strada al massacro di famiglie e piccoli imprenditori e liberi professionisti (oltretutto in gran parte suoi elettori) limitandosi ad alzare continuamente la posta (25 miliardi, no 50, no 70) rispetto agli annunci del governo. L’unico aiuto che si poteva dare a costo zero era quello normativo: abrogare tutte le norme che si sono stratificate in 30 anni per tutelarci dalla presunta cattiveria dell’animo imprenditoriale e che hanno reso stupefacente la costruzione di un ponte in soli due anni. Ma i DPCM che hanno abrogato la Costituzione niente potevano, si vede, contro le norme amministrative ed anzi si pensava di sottoporre la piccola imprenditoria ad un supplizio di Sisifo fatto di adempimenti capziosi e tali da allontanare la clientela.

La piccola impresa è fatta soprattutto di attività poco strutturate come negozi, ristoranti, servizi alla persona. Su questi settori si sono scaricate regolamentazioni minuziose e obblighi stringenti che comportano investimenti, costi e rischi di sanzioni financo penali. La qualificazione della malattia da Covid-19 come infortunio sul lavoro, apre la strada a pesantissime intromissioni giudiziarie nella gestione delle imprese, specie di quelle che sono di fatto impossibilitate a rispettare forme di distanziamento (si pensi alle cucine). A fronte di ciò, le previsioni di ricavi sono nettamente al ribasso data la sensibilità di queste categorie di spesa ai livelli di reddito, ai livelli di prezzo ed al clima complessivo delle aspettative. Il format previsto per le attività commerciali sembra essere quello dei magazzini GUM di era sovietica: code all’ingresso, clima scortese, servizio frettoloso, prezzi alti, carenza di merci (vedasi mascherine). Difficile ipotizzare come la clientela reagirà a situazioni che influiscono sui concetti base del commercio moderno: libero accesso, libero servizio, esperienza di acquisto, acquisto di impulso. In generale permane nel quadro normativo e comunicativo un mood desocializzante che alimenta paura, sospetto, ostilità, scomodità, tutti fattori che poco si sposano con la leggerezza d’animo che lo shopping richiede.

Del resto tutta l’esperienza della normazione anti epidemica dimostra come i capisaldi dei divieti andassero a impattare su quel nucleo di interessi e valori che contraddistingue quel grande ceto medio che non vota a sinistra: lavoro autonomo, appunto, oltre a seconde case (a cui è stato a lungo vietato l’accesso), automobili (con limiti assurdi di trasporto contemporaneo di conviventi), fede religiosa, famiglia (con divieti e limiti di incontro con i congiunti): tutte coincidenze?

Il negoziato stato-regioni del fine settimana ha allentato i vincoli e forse darà il “la” alla ripartenza imprenditoriale che spesso si nutre, più che di profitti, di orgoglio, emulazione e consapevolezza del ruolo sociale. Resta il fatto che questo negoziato ha dimostrato una riorganizzazione della Repubblica su base regionalistica con il governo centrale che ha recepito pari pari le linee guida che le 21 entità gli hanno sottoposto per la firma. Si apre una stagione nuova e strana in cui le regioni dialogano, litigano e si accordano fra loro e lo stato fa come la salmeria napoleonica. È in questo negoziato, non nel Parlamento, non nella dialettica politica, che si è trovato un limite alla deriva quasi totalitaria che il governo voleva imporre e questo è un ulteriore aspetto della riforma costituzionale silente che si è avuta in questi 90 giorni e che non potrà non avere conseguenze in futuro. Per fare un’ipotesi, la riforma dell’autonomia rafforzata potrebbe passare da accordi, anche finanziari, realizzati direttamente fra regioni del nord e del sud e poi imposti a Roma?

Le regioni si sono dimostrate pessime nella gestione amministrativa, fallendo in vario modo ma ovunque nel loro core business (trasferimenti versus gestione della sanità), ma fortissime politicamente, sia quando hanno litigato fra loro e con il governo, sia quando si sono accordate. Del resto lo squilibrio politico fra Conte ed un qualsiasi presidente di regione è evidente: chiunque di questi ha vinto almeno una battaglia politico-elettorale all’ultimo sangue e ha, nella sua ridotta, un consenso da tutelare che il premier si sogna. Non credo che Zaia, l’unico in Italia a vincere la battaglia epidemica e di cui i miei parenti residenti a Venezia parlano con voce rotta dall’emozione, o Bonaccini, vincitore solo a gennaio di una sfida esiziale con un Salvini all’epoca ritenuto inarrestabile, nutrano complessi di inferiorità verso un azzimato e logorroico primo ministro posto lì da chissà chi. Sono quasi dieci anni e 5 premier che il paese è governato da uno che non ha mai vinto un’elezione e questa debolezza politica, ormai palese all’esterno, comincia a farsi valere anche all’interno contro soggetti che hanno posto la loro esistenza al servizio della politica e hanno maturato una capacità di consenso che a Roma si reputa superflua se non disdicevole. Su questo si dovrebbe aprire una riflessione ad ampio raggio: solo in Italia, solo oggi, si ritiene che un governo possa prescindere dal consenso ed anzi in non pochi si vantano di avere fatto scelte che questo consenso lo hanno ridotto, interiorizzando il mandato europeo secondo cui ci sono cose giuste a prescindere che devono essere fatte nonostante il dissenso popolare. Un principio evidentemente antidemocratico che sta cominciando a minare le stesse basi del sistema.

Usciamo dalla fase 2 con un centrodestra ridotto a morsi e bocconi con FI che si è dileguata alla disperata ricerca di appigli romani ed europei di interesse della società del padrone (che putacaso ha sede in quell’Olanda tanto arcigna con noi), con Salvini che ha distrutto la sua credibilità con uno slalom assurdo fra richieste di aperture e di chiusure e con una sottovalutazione imperdonabile dei rischi economici, mentre la sola Meloni ha fatto qualche minima proposta di senso compiuto. Un’alternativa di destra, oltre che incertissima data la distanza temporale e la sensibilità delle elezioni ai rischi pandemici, appare politicamente inverosimile.

Il Paese si sveglierà malissimo a settembre quando la perdita della stagione turistica concretizzerà il crollo del PIL e scatenerà fallimenti e disoccupazione. A quel tempo Ursula avrà fischiato la fine dell’emergenza e disposto il ritorno alla normalità finanziaria. I prossimi mesi saranno orrendi, vista la situazione affidarsi ad un Cincinnato non sarebbe forse sbagliato.

Discussione

2 pensieri su “New normal

  1. E infatti, lo «stato di emergenza» è stato prolungato fino a Gennaio:
    niente manifesazioni, niente assebramenti, nessuna possibilità di reagire alla disintegrazione volontaria.
    L’Italia non si libererà della «emergenza», finchè non sarà ridotta, come dice Meluzzi, a una «pizzeria per tedeschi e un contenitore per immigrati»; e visto che è popolosa quanto imbelle, anche in un laboratorio permanente.

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    Pubblicato da Graziella | 20 maggio 2020, 11:23

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  1. Pingback: Una poderosa rassegnazione | Average Joe - 28 maggio 2020

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