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Economia e società

DAD

download Cominciano oggi gli esami di maturità con il consueto contorno di articoli e commenti stereotipati che trovano fondamento solo nei ricordi personali dei giornalisti. Più ancora che il servizio militare, solo maschile e del resto ormai abolito da due decenni, la maturità rappresenta il tratto emotivo unificante della quasi totalità della popolazione. Anche se la percezione dell’età matura si è spostata di molto in avanti (capita di leggere su riviste frasi del genere “sono un ragazzo di 39 anni” o “sono una ragazza di 35 anni”), la “maturità” inequivocabilmente segna la fine dei giochi e l’ingresso in una fase della vita in cui probabilmente nessuno ti ammazzerà ma altrettanto probabilmente nessuno ti proteggerà.

Quest’anno la maturità arriva a seguito della Didattica a Distanza (DAD), la furba trovata con cui la ministra Azzolina ha salvato l’anno scolastico. Diciamo che, nel momento in cui tirò fuori l’asso dalla manica, non potei non apprezzare l’astuzia con cui aveva risolto un problema (quello della validità dell’anno scolastico e, al contempo, del mantenimento di un contatto con 8 milioni di studenti) che avrebbe diversamente assunto dimensioni epocali: evidentemente la sua giovane età l’aveva resa smart per quanto riguarda il rapporto con la tecnologia, molto più del sistema scolastico nel suo complesso, però i problemi sono arrivati subito dopo perché, per inesperienza e mancanza di fondamentali, da lì in poi non ne ha indovinata più una. Ha sbagliato subito garantendo la promozione per tutti, senza se e senza ma, così disincentivando la partecipazione e lo studio e creando falle nella preparazione e disomogeneità nelle classi che si porteranno avanti per tutti gli anni a seguire. Ma soprattutto ha dimostrato di non avere la benchè minima idea non solo di come far ripartire la scuola “in sicurezza” ma addirittura di come funziona una scuola “in presenza”, cosa strana perché un po’ ha studiato ed insegnato anche lei. Esclusa la soluzione più logica (i doppi turni con sdoppiamento delle classi per un paio d’anni), si è avvolticciolata in soluzioni una più improbabile dell’altra: gli ingressi scaglionati, come se non esistessero sistemi di trasporto scolastico tarati su orari tipici; le mascherine portate per 6 ore (anche 8-9 se consideriamo il passaggio in bus o treno); i gabbiotti di plexiglas; le ore di 40 minuti. Ad oggi non si sa ancora quale soluzione sarà prevista a settembre. Probabilmente tutti sperano che l’estate fili via tranquilla per poter chiamare la fine dell’emergenza e permettere un ritorno alla vita normale perché il rispetto pedissequo di regole volte all’immobilizzazione delle persone si è dimostrato impossibile in occasione della riunione preliminare della maturità (60/70 persone in una scuola formato campus), figuriamoci quando fra alunni, docenti e amministrativi saremo oltre 1.000.

La DAD è stato un grande esperimento di innovazione didattica che dovrà essere meglio studiato in futuro. La portata dell’esperimento si capisce meglio se si pensa che ha riguardato quasi un milione di docenti (dalle materne all’università) e 8 milioni di studenti con le loro famiglie. Ma lo si capisce ancora di più se si pensa che si è trattato di una scelta obbligata, imprevista, non programmata e scarsamente regolamentata (per due mesi è stata addirittura facoltativa), attuata in pochissimo tempo, in piena autonomia da parte delle singole scuole e con il ricorso a risorse tecnologiche esterne ( i vari Zoom, Teams, Skype, Youtube), cioè tutto il contrario di quello che è abituato a fare il sistema scolastico: esperimenti mirati su scala infinitesimale, posti in essere dopo anni di studi e con programmazione e regolamentazione ossessivamente minuziose, con risorse costruite ad hoc per il sistema. Ovviamente occorrerà elaborare l’esperienza per capire quali sono i punti di debolezza (io ne vedo tre: i bambini delle elementari, i disabili e in generale l’ignoranza tecnologica delle nuove generazioni che vedono solo telefoni e manco usano il web) ma occorre vedere anche alcuni punti di forza. In particolare quello che tutti indicano come un limite dell’esperienza: la riduzione della relazionalità.

Rientrato a scuola dopo 32 anni, quello che mi parve subito strano fu la totale scomparsa dei tratti essenziali della scuola d’antan: la verticalità gerarchica, la finalizzazione e la responsabilizzazione. Il mistero è durato fino alla scorsa estate quando, leggendo il libro l”Aula vuota” di Galli Della Loggia (unico commentatore mainstream che si occupa stabilmente di scuola), venni a sapere che questa rivoluzione cominciò proprio dopo la mia maturità, a metà degli anni ’80, il che spiega ampiamente la mia ignoranza in materia ed il pessimo livello di molti professionisti che hanno una decina di anni meno di me. Fu in quegli anni che furono posti i presupposti di quel “diritto al successo scolastico” (erede del sei politico) che ribalta sugli insegnanti l’obbligo di adottare le cosiddette “strategie” per far ottenere il diploma agli studenti i quali, corrispondentemente, sono sgravati da qualsiasi motivazione, obbligo e impegno. Queste strategie si basano su di un’analisi talmente approfondita dei vari aspetti della personalità degli studenti, oltretutto svolta con ausilio di psicologi, educatori e altri professionisti, che dubito possa mai essere condotta financo dalla famiglia che non a caso viene considerata un impiccio salvo essere una presenza incombente che pretende per i propri pargoli il rispetto del “diritto alla promozione”. E da tale analisi nasce una conoscenza così approfondita della personalità e dell’esistenzialità dei ragazzi che tali aspetti prevalgono ampiamente sulle finalità della loro presenza in quel luogo. Di fatto l’apprendimento diviene l’ultimo dei problemi, sovrastato com’è dall’attenzione verso i più minuti aspetti esistenziali: le condizioni socio-economico-culturali della famiglia, lo stato di salute dello studente e dei familiari, lo stato dei servizi di trasporto che utilizza, le dinamiche sentimentali, e quanto più si voglia. Lascio perdere il sistema delle certificazioni (H, DSA, BES) che di fatto, imponendo obblighi didattici non osservabili e corrispondentemente vietando misure valutative adeguate, è un lasciapassare verso l’ignoranza. Tutto il sistema scolastico – fatto di consigli, collegi, gruppi di lavoro, organi interni univocamente diretti a garantire il fantomatico “diritto al successo” – nonché la presenza incombente di famiglie munite di associazioni e legali è volto a scoraggiare qualsiasi serio tentativo di impartire una “semplice” istruzione ai discenti e concretizza un’inversione della gerarchia ed una sostanziale defocalizzazione dei processi che si svolgono a scuola. In altre parole, una distorta relazionalità emotiva prevale sulle finalità dell’istruzione.

Con la DAD questa situazione è cambiata: sarà stato il “mediatore tecnologico” che per forza di cose riduce il grado di personalizzazione della relazione; sarà stata la semplificazione organizzativa ed operativa che il sistema è stato giocoforza costretto a subire; sarà stata l’impossibilità di avere un contatto con le famiglie del resto prive del know how per inserirsi nel processo e, al limite, per capirlo ma qualunque cosa sia stata ha permesso di semplificare i processi, ricondurli ad un obiettivo concreto di istruzione, ripristinare una corretta relazione docente-studente. Oltretutto è stato recuperato un modello di formazione basato sulla trasmissione dei saperi e non sulla costruzione di fantomatiche “competenze” da acquisire mediante improbabili percorsi laboratoriali autogestiti. E, non ultimo, ha fatto strame di tutti quei “progetti” che muovono incessantemente verso l’inclusione, l’integrazione e l’ambientalismo e che, oltre a costituire un’enorme perdita di tempo e di energie, costituiscono una contro-scuola che persegue obiettivi ideologici propri.

La scuola ha storicamente avuto un problema nel rapporto con la realtà a cui ha reagito alternativamente chiudendosi in una pervicace autoreferenzialità ovvero provando ad inglobare la realtà stessa nelle proprie logiche e dinamiche. Adesso si è trovata di fronte ad un immane “compito di realtà” a cui non ha potuto rispondere con queste modalità ma è riuscita comunque ad adattarsi ed a reagire efficacemente il che va a merito di una classe docente e dirigente probabilmente migliore di quanto si dice in giro. La DAD non è la panacea ma rappresenta un’esperienza che meriterebbe un prosieguo meno infausto di quello che probabilmente l’aspetta una volta riaperta la scuola ai tempi del Covid.

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