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Politica internazionale

Pipelines on the ground

La situazione libica è arrivata ad un punto di svolta che si sostanzia in una sorta di tregua armata fra i due contendenti (GNA di Al Sarraj e LNA di Haftar). A questo risultato si è giunti, come noto, sul campo ed a dispetto dei tentativi di mediazione operati a gennaio con il summit di Berlino che, a conti fatti, non ha prodotto alcun effetto. Determinante è stata l’escalation imposta da Erdogan con l’invio di 11.000 (ma qualcuno dice 15.000) mercenari arabo-siriani guidati da ufficiali regolari turchi e armati dal governo di Istanbul. La loro controffensiva ha rotto l’assedio di Tripoli e consentito di recuperare alcuni capisaldi costringendo il LNA sulla difensiva. La Libia si presenta come teatro di una guerra su ampia scala che coinvolge potenze straniere europee (fra cui l’Italia) ed extraeuropee che al momento stanno giocando un ruolo dominante.

Alcuni punti vanno tuttavia ancora chiariti. Il primo è relativo all’effettiva stabilità della situazione raggiunta sul campo. Ammesso che il retropensiero sia quello di una bipartizione del paese, rimangono punti di frizione relativi a Sirte, all’oasi di Al Jufra ed ai campi petroliferi della NOC, tutti in mano ad Haftar, che sono stati blindati dai mercenari russi della Wagner e hanno sollevato l’attenzione di Al Sisi che ha addirittura prefigurato un possibile intervento militare a sostegno del governo di Bengasi. In effetti il conflitto libico è durato molto poco ed è difficile ipotizzare che gli equilibri che in Siria si sono raggiunti dopo otto anni di guerra qui possano essere conseguiti dopo soli 14 mesi.

La Libia, data anche la dimensione territoriale, la scarsità di popolazione, l’assenza sin dall’inizio di una struttura statuale paragonabile a quella siriana, la debolezza militare autonoma dei contendenti, sembra configurarsi più che altro come un territorio occupato da eserciti stranieri che interagiscono con partigiani locali. Questa circostanza potrebbe in prospettiva protrarre la condizione di instabilità ed alimentare tensioni e provocare fratture sia sul lato GNA (penso a Misurata) che LNA (penso al Fezzan). Ciò ricondurrebbe la Libia alla sua configurazione storica di “federazione di tribù” normalmente in guerra l’una con l’altra. L’unico fattore di unità nazionale è probabilmente rappresentato dalla gestione dei proventi petroliferi che tuttavia, causa guerra e pandemia, sono oggi ridotti ai minimi termini.

A dispetto dei commenti prevalenti, l’Italia esce da questa situazione in condizioni relativamente buone. Premesso che l’egemonia sul paese ce la siamo giocata nel 2011, i governi italiani che si sono succeduti (4 dal momento in cui il “debolissimo” Al Sarraj è diventato premier libico) hanno giocato correttamente le proprie carte, probabilmente guidati da quel deep state nostrano che ha innervato l’ex colonia nell’arco di un secolo e che ha risorse, relazioni e know how che rappresentano il principale fattore di forza del Paese. Fortunatamente non si sono seguiti i consigli assurdi di chi suggeriva, 14 mesi fa, di fare il solito passo di lato cambiando alleanze in corsa. Invece il supporto politico e diplomatico ad Al Sarraj è rimasto fermo e questo consente oggi a Di Maio di conferire vis à vis con il capo tripolino mentre Conte sembra essersi giocato la credibilità con lo scherzetto del tentativo di incrocio fra Serraj ed Haftar a Roma nello scorso autunno. Peraltro non è mancato neanche il sostegno militare, modesto ma di lunga data: le navi a sostegno della guardia costiera libica e l’ospedale di Misurata, entrambi presi di mira da Haftar ma, ciononostante ed inopinatamente (almeno per l’animus pugnandi italico), lasciati lì dov’erano e che per lungo tempo sono stati garanzia sulla vita per il premier tripolino. Non è mancato neanche un supporto militare attivo come dimostrato dal caso del drone tricolore abbattuto dalla contraerea LNA qualche mese fa. Certo, l’intervento turco è stato determinante e ha cambiato gli equilibri politici locali ma realisticamente nessuno, neanche a Tripoli, poteva immaginarsi un massiccio intervento militare tricolore. Questa scelta sarebbe stata esiziale in quanto, oltre ad esporre il Belpaese allo stress di una campagna militare vera e propria ed ai rischi di una controffensiva asimmetrica fatta di terrorismo e barconi, avrebbe fatto esplodere il delicato puzzle tribale che i servizi italiani hanno ampiamente dimostrato di saper gestire dissolvendo i principali punti di forza del nostro Paese che sono proprio il radicamento sul territorio e la capacità di mediazione.

La Libia è l’unico paese al mondo dove l’Italia gode di una posizione dominante e questo fatto inusitato condiziona molto le valutazioni politiche che invece seguono il consueto filo conduttore della subordinazione ad un alleato potente. Dal 2011 in poi, e specialmente negli ultimi anni, fiaccate dalle ricorrenti crisi economiche e dalla mancanza di una classe dirigente decente, le posizioni italiane sono state aggredite da altri paesi che in ogni caso non avevano molto da perdere e quindi potevano adottare impunemente un approccio partigiano e distruttivo. L’Italia, potenza commerciale ma non militare, ha seguito correttamente una strada di posizionamento interstiziale fra i belligeranti garantendo, tramite l’ENI, il finanziamento delle casse statali di entrambe le fazioni, il mantenimento di servizi minimi alla popolazione ed il dialogo con tutte le componenti in conflitto.

Il governo si è mantenuto coerente rispetto alla posizione iniziale di una soluzione politica che evidentemente è l’unica plausibile vista l’impossibilità di replicare una soluzione siriana. Ferma restando la fedeltà al governo riconosciuto, ha mantenuto come ovvio canali di interlocuzione con Haftar, ancorchè gestiti con il consueto approccio puerile da parte di Conte (la vicenda del “trucco” per strappare una photo opportunity con i due contendenti non era stata capita fino in fondo finchè non si è visto, con il Covid, che Conte intende la politica solo come palcoscenico di una comunicazione autoreferenziale e vuota), e soprattutto con i suoi sponsor. L’Italia vanta oggi rapporti solidi con Russia (testimoniati, fra gli altri, dalla missione militare per il Covid), Egitto (ENI/Zohr, Finmeccanica/FREMM) e EAU (appalto a SNAM dei servizi di distribuzione gas per 10 miliardi). Dall’altro lato turchi e italiani possono discutere su diversi tavoli, compreso quello delle concessioni nel Mediterraneo orientale, il che lascia potere contrattuale perlomeno per il mantenimento delle posizioni attuali e d’altro canto sia Turchia che Russia vanno verso periodi difficili di basso prezzo del petrolio e di declino del commercio mondiale per cui non è detto che possano mantenere a lungo un apparato militare impegnato su molti fronti. Questo governo di scappati di casa agisce probabilmente a ruota degli apparati ma Di Maio ha imparato velocemente a seguirli e appare ben introdotto negli ambienti che contano.

Il futuro della Libia lascia aperti ampi spazi di manovra a chi dispone di infrastrutture e presenza sul territorio. La Libia ha bisogno di investimenti di ricostruzione e sviluppo per recuperare un decennio di guerra e devastazione. Turchi e russi hanno mandato solo mercenari e non è plausibile che possano dare un forte contributo in questo senso. L’Italia ha enorme esperienza e referenze nella gestione di scenari post-war ed il know how in questo campo è probabilmente inarrivabile: difficile che i libici ne possano fare a meno per poi doversi gettare in mano a potenze militariste e colonialiste. Del resto il rapporto con la Libia non è stato sempre lineare: già nel ’70 gli italiani furono cacciati ma poi la relazione fu riannodata.

In questo scenario la politica dovrebbe solo astenersi dal fare danni, come nel caso del rapporto con l’Egitto condizionato dalle recriminazioni strumentali sui casi Regeni e Zaki. Gli interventi della sinistra, compreso Zingaretti, sono incomprensibili in una logica di tutela degli interessi nazionali che è poi l’unica che dovrebbe ispirare le scelte di politica internazionale. Facile pensare che queste uscite mirino a coprire interessi stranieri ma in queste condizioni è anche difficile lasciare spazio a scelte suicide, anche se in Italia niente si può escludere.

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