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Economia e società, Politica Europa, Politica Italia

20 luglio

Il rinvio alle 16.00 odierne del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’UE offre l’occasione di fare qualche considerazione prima di conoscerne gli esiti definitivi. In premessa, prevedo che un qualche accordo, più che altro formale, verrà come al solito raggiunto grazie a qualche espediente verbale che potrà essere letto in un modo ad Amsterdam ed in un altro a Roma.

  1. L’UE come entità diversa dagli stati è scomparsa. La discussione si svolge solo fra governi con esclusione totale della damazza Ursula che, in un anno, non è riuscita ad andare oltre la sua immagine di prolifica sciura cotonata. Del resto se era la “numero n” della Merkel un motivo ci sarà stato e se nasci galoppina difficilmente, vivente la tua fantina, muori capintesta.
  2. Il peggioramento della qualità dei presidenti di Commissione UE (dopo “Drunkie” Junker, “Mom” Ursula) è sicuramente un motivo importante di declino dell’istituzione ma la causa determinante è un’altra ed è il progressivo aumento dell’importanza degli elettorati nazionali a sua volta determinata dalla presenza di un “Salvini” in ogni paese importante a sua volta determinata dalle cagate che la UE ha fatto negli anni passati, partendo dalla gestione delle crisi finanziarie, passando per l’immigrazione fino alla gestione della pandemia. Se la tua mission sembra essere quella di tormentare i tuoi sudditi fino allo spasimo, senza mai trovare una mezza soluzione che abbia un senso concreto, allora è evidente che i sudditi difficilmente risponderanno come un sol uomo nel momento in cui “ce lo chiede l’Europa”. Più facilmente faranno pressioni incredibili sui loro governanti, ultimo strumento che gli è rimasto prima della deriva cinese, per tutelare i loro interessi.
  3. D’altro canto il modello di governance incarnato dal Consiglio farebbe rabbrividire anche un amministratore di condominio delle case popolari. I rapporti fra i capi sono improntanti alla rissa, alla minaccia ed al ricatto. I meeting, che ai tempi d’oro erano messe cantate che si tenevano due volte all’anno, si svolgono adesso due volte al mese e danno luogo a litigi sempre più gravi e divisivi e sempre meno mediabili. Invito gli euro aedi a riflettere sul fatto che i toni e la sostanza del rapporto fra Rutte e Conte difficilmente si ritrovano nelle relazioni fra i governatori del Wyoming e del New Hampshire. Se questi sono gli USE, meglio soprassedere. Del resto le differenze sono caratteriali, sono politiche (perché, appunto, ognuno ha ormai il suo Salvini) ma sono anche economiche e strategiche. Un ente che avesse voluto andare verso maggiori forme di unità avrebbe dovuto sponsorizzare una crescita del mercato interno che creasse benessere e consenso come era avvenuto negli anni d’oro dal 1950 alla fine degli ’80. Invece la spinta all’austerità, all’ordine contabile, alla crescita export driven ha creato differenze e divergenze che adesso si manifestano in pieno.
  4. L’UE è divisa in sotto blocchi ben definiti: la Germania, integrata con Est Europa, Nord Italia e Catalogna, che guarda a Cina e, forse, Russia; la Francia, nobile decaduta, che rievoca i fasti del colonialismo italiano ed africano; i “frugali” che, con 40 milioni di abitanti, possono benissimo campare di attività corsare (finanza, logistica, commercio, dumping fiscale e segreto bancario) che trovano piena esplicazione nel mercato unico; l’Est di Visegrad che vive di trasferimenti basati su di una solidarietà a senso unico; i mediterranei che pretendono di tornare agli anni d’oro in cui erano prenditori netti ma che si scontrano oggi con la grettezza degli uni e l’avidità degli altri. Problemi che derivano dalla precipitosa apertura ad est dei primi 2000 ma anche dalle scorie di 3 recessioni sempre più epocali in 12 anni. Ed il tutto fa sì che staterelli che hanno meno abitanti di un quartiere di Roma oppongano impunemente il loro diritto di veto.
  5. Perché il problema di fondo è che la mission dell’UE (ex CEE, ex CE) era quella di creare convergenza fra stati e popoli in un trend di crescita costante. Non a caso i fondi strutturali si preoccupavano della convergenza fra regioni perché quella fra stati andava con il pilota automatico. Adesso siamo in una fase di grave divergenza ma soprattutto di declino di stati enormi (Italia, Spagna, in parte Francia) che possono essere arrestati solo con provvedimenti che sono fuori dalla portata degli staterelli periferici (i 15 stati più piccoli hanno meno abitanti dell’Italia, per fare la popolazione tedesca occorre sommare la popolazione dei 17 stati più piccoli, i “frugali”, compresa la new entry finnica, hanno la stessa popolazione della Spagna). Per questo la UE in questa forma ha il tempo contato.
  6. Ed infatti la trattativa di queste ore è un prodromo di alcune exit prossime venture ma anche la prova provata che si è incrinato non solo il motore storico dell’Unione (quello franco-tedesco) ma anche la leadership della Merkel umiliata nel suo ruolo di presidente di turno dell’UE: quando vuoi ritirarti, ti ritiri e basta. Dirlo tre anni prima ti porta ad essere un’anatra zoppa e ad un anno dalle elezioni teutoniche il suo ascendente è in forte calo.
  7. Alla fine un accordo lo troveranno ma il metodo del negoziato non è più il dialogo ma l’aggressione: nessuno può tornare a casa dicendo che si sono fatti accordi per il buon futuro dell’Europa, al più può presentare i risultati come il massimo che è riuscito a strappare dopo una battaglia furibonda e solo per evitare guai di volta in volta peggiori. È un metodo che difficilmente potrà andare avanti a lungo e che un giorno incontrerà il suo cigno nero che farà saltare tutto.
  8. Conte porterà qualcosa a casa, probabilmente una promessa di Recovery Fund condita di MES. Ricordiamoci che il RF era già un annacquamento degli euro bond. Tutta la propaganda si basava e si baserà sui famosi sussidi a fondo perduto. Mettiamo che siano 70 miliardi in sette anni e facciamo qualche altra considerazione:

a) Sono spiccioli: l’Italia ha visto tracollare il suo modello di business basato su PMI, export e turismo e per sostituirlo occorreranno almeno cinque anni salvo nuove pandemie. Se vogliamo evitare il tracollo sociale e la dissoluzione del sistema produttivo (che non aveva ancora recuperato i livelli del 2008), occorrono 150/200 mld per 4/5 anni. Se per averne 70 ci abbiamo messo mesi, a Natale saremo daccapo a quindici;

b) Arriveranno tardi: dal 2022 in poi (lascio perdere i commenti);

c) Saranno condizionati: è finito il tempo in cui scambiavi negri con soldi e quindi non puoi più spendere come se non ci fosse un domani. Questo delle condizionalità è un tema molto sottovalutato ma può avere conseguenze esiziali. Le condizionalità riguarderanno i progetti di impiego (e va bene, anche se la transizione ecologica non è la priorità del governo) ma anche le riforme (lavoro, pensioni, fisco, giustizia, scuola) che sicuramente servono ma che saranno dettate dall’esterno e quindi, suppongo, con scarso rispetto degli interessi del popolo sovrano, ed i diritti: qualcuno pensa che questo punto consentirà blocchi navali di migranti, espulsioni, multe alle ONG? O più facilmente si tradurrà in richieste di maggiore accoglienza ed integrazione (tipo, dico per dire, ius soli?);

d) dovranno comunque essere restituiti, se non dallo stato dal sistema Italia tramite aumenti di dazi su prodotti di largo consumo, quindi l’effetto di stimolo è limitato al primo anno mentre negli anni successivi si avrà un aumento del carico fiscale che deprimerà, ceteris paribus, l’economia.

Del resto il Covid è ormai solo una scusa, chi voleva affrontare la depressione (USA, UK, Cina, Svizzera) ha usato altri strumenti e fatto ricorso a ben altri volumi. In realtà con questo escamotage si perseguono tre altri obiettivi:

  1. gestione della problematica legata al bilancio ordinario UE, che si voleva aumentare ma con forte opposizione del nord Europa;
  2. rafforzamento dell’agenda UE, specie per la green economy, in momenti in cui pensare alle ubbie di Greta è pazzesco;
  3. stabilire un sistema di imposizione fiscale diretta UE che potrà essere utilizzato in futuro per scopi anche diversi e non necessariamente collimanti con quelli dei singoli stati.

Conte ha seguito una tattica suicida: puntare sul lamento e non sul progetto. È partito quando l’Italia aveva il primato mondiale di Covid-19 ma poi:

  1. La pandemia si è estesa a tutta Europa, anche in forma più grave;
  2. Ha millantato capacità di gestione della pandemia tali da essere proposte come modello e quindi non si vede perché debba lamentarsi dei danni provocati;
  3. Se al contrario i problemi ci sono, giustamente non si vede perché non acchiappi intanto il MES.
  4. Questo intreccio di contraddizioni ne ha minato totalmente la credibilità insieme ad un atteggiamento da professorino presuntuoso e pedante, che si rivolge agli altri con concioni e pipponi, che credo ne mini la simpatia in un ambiente narcisistico ed egocentrico come quello dei meeting dei capi. Del resto è il suo stile, sin da quando dette lezioni di aplomb istituzionale a Salvini tenendogli la manina sulla spalla (poi ha stracciato la Costituzione e fatto aggiotaggio sul titolo ASPI ma questo a lui si perdona).

Conte è un figlio del peggior sud, quello retorico, ampolloso e magniloquente che parla di massimi sistemi mentre fa la questua. Conte incarna i limiti culturali degli avvocati (mai conosciuto un legale che capisse di numeri) insieme a quelli del “terrone” che vuole i soldi senza darsi cura di preoccuparsi da dove vengono. In forma elegante, dà fiato al pensiero di molti per cui “’’o stato ci deve pensare”. E se lo stato non basta più, ci penserà l’UE e poi l’ONU. È vero che questa cultura è propria anche del M5S e del PD (ex DC) meridionale, ma almeno gli altri non hanno l’eloquenza necessaria a conferire a questa filosofia di vita eleganza ed attendibilità. Lui ce l’ha e sfrutta le sue doti per obiettivi pericolosi. È ormai evidente che la risposta al Covid è stata sproporzionata ma il retropensiero è ancora vivo e avrebbe portato facilmente, en passant, ad un nuovo stato di emergenza.  E le vicende estive (riaperture, Alitalia, Autostrade, prossimamente ILVA) dimostrano a sufficienza che il premier schifa chi lavora e fa impresa e ha una visione totalmente statalistica ed assistenziale dell’economia. Non solo, ma persegue un gioco solitario in cui coltiva ambizioni palesemente sproporzionate (la presidenza della repubblica, niente di meno) che tuttavia vengono avvalorate da una classe politica di scappati di casa che, vuoi per grettezza, vuoi per pochezza, non riesce ad eliminarlo.

Del resto il suo miglior alleato è Salvini che rimane fedele alla maschera che si è dato e che gli fa il controcanto senza alcuna idea reale e innovativa per la gestione del tracollo economico. Perché oggi è il 20 luglio, è il tax day, e da domani non si scherzerà più, non si parlerà più al futuro ma al passato: fra poche settimane, le presenze turistiche non “caleranno” ma “saranno calate”; il calo del PIL non ci “sarà” ma ci “sarà stato”; il gettito fiscale non “calerà” ma “sarà calato”; la disoccupazione non “aumenterà” ma “sarà aumentata” e così via. Il governo ha bloccato licenziamenti, sfratti, scadenze dei contratti a termine in un delirio venezuelano in cui il diritto, per l’appunto, prende il posto dell’economia: è la strada diretta verso il disastro a cui ci avviamo con pochi soldi, nessuna idea (anche quella del bond irredimibile con poco rendimento è stata vanificata dagli esiti del BTP Futura) e tante parole.

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 Come sempre, d’estate, i post si rarefaranno. Ai lettori, un caro augurio di buone vacanze.

Discussione

2 pensieri su “20 luglio

  1. La sua descrizione dell’attuale UE è di una lucidità disarmante.
    Una buona estate anche a lei, sperando comunque di trovare via via qualche articolo.
    A rileggerla presto.

    "Mi piace"

    Pubblicato da Graziella | 20 luglio 2020, 11:57
  2. Average Joe, la tua lucidità è salutare come una boccata d’aria di montagna. Buona estate, ma non dimenticarti dei tuoi lettori che aspettano nuovi tuoi post!

    "Mi piace"

    Pubblicato da Lettore1 | 20 luglio 2020, 15:19

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