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Economia e società, Politica Italia

Draghi uno e due

Supermario ha parlato. Le cronache santificano ogni singola parola del suo discorso al forum di CL di Rimini beatificando il suo impegno a favore dei giovani. Peccato che nel suo discorso i giovani siano citati solo 7 volte contro le 29 di Europa, le 16 di incertezza, le 10 di debito. Nell’incipit il banchiere più famoso del mondo si era impegnato a parlare di etica ma alla fine ne è risultato un classico intervento di natura economica che si inserisce nel filone inaugurato con il discorso di commiato dello scorso novembre e proseguito con il famoso articolo sul FT di marzo.

Il richiamo ai giovani è uno strumento retorico abbastanza datato sulla cui genuinità si possono nutrire notevoli dubbi. In effetti di giovani si parla sin da quando giovane lo ero anch’io ma, visto che la loro situazione è andata progressivamente peggiorando, si vede che alle citazioni non hanno fatto seguito politiche adeguate. Il richiamo a chi oggi soffre è poi un artificio facilmente usato per giustificare provvedimenti deteriori per chi sta un po’ meglio, in specie le persone mature probabilmente sospettate di essere ancora troppo distaccate da quella durezza di vivere che Padoa Schioppa auspicava un decennio abbondante fa. Quindi, come sempre, non si cerca di migliorare la condizione di chi soffre ma di peggiorare quella di chi sta meglio.

Le proposte formulate dall’esimio riguardo ai giovani sono poi abbastanza banali: formazione e niente più, come se il gap esistente fra le loro competenze e le richieste del mercato fosse l’unica giustificazione delle modeste prospettive loro riservate. Non si capisce quali siano le competenze che il mercato richiede e non trova atteso che, almeno in Italia, chi ha più competenze spesso deve emigrare all’estero per applicarle. Del resto un paese che fa il 17% di occupazione nel turismo e ristorazione non ha bisogno di particolari competenze. Nessuna considerazione sul ruolo che 30 anni di saldi primari ha avuto nel deterioramento della struttura produttiva nazionale e, quindi, nella riduzione di domanda di lavoro, qualificata e non. Perché se il sistema economico gira a pieno ritmo, la formazione la fanno le aziende stesse come fecero negli anni ’50-’60 riconvertendo masse di braccianti meridionali le cui skills culturali erano invero modeste.

In ogni caso Draghi, parlando di giovani, ha sferrato un uno-due micidiale al governo Conte che, non a caso, da quel giorno ha smesso di accarezzare l’idea di una non riapertura delle scuole per cominciare ad affrontare seriamente il problema, in primis commissariando il capro espiatorio  la ministra Azzolina. Il secondo colpo a Conte è stato la sconfessione della sua politica dei sussidi che dovrebbero essere sostituiti da investimenti. La sensazione è che la candidatura Draghi (se a PdC o PdR lo vedremo) stia avanzando a grandi passi vista la modestia che entrambi i presidenti hanno dimostrato negli ultimi mesi. Non ultimo, Marione è sicuramente filo-USA e quindi ben sostenuto per prendere il posto dei filo cinesi Mattarella e Conte.

Draghi ha indovinato anche una nuova formula mediatica dopo “whatever it takes”: “debito buono e debito cattivo”, il primo fatto per sostenere gli investimenti ed il secondo per finanziare i sussidi. Fin qui niente di male, siamo tutti d’accordo. Però si parla di una ricetta che va bene in tempi normali, di crescita o stabilità, non in questi tempi tragici di collasso dell’economia. Perché se aspettiamo gli effetti degli investimenti buoni allora campa cavallo: non soltanto i tempi della rabbia sociale sono significativamente più brevi ma anche quelli della resilienza del sistema economico sono totalmente diversi. In questo senso la proposta di Draghi si ricollega al discorso di novembre (la politica monetaria ha fatto quello che poteva, ora tocca a quella fiscale) ma è un forte passo indietro rispetto all’articolo di marzo in cui si vaticinava di forme di indebitamento tanto estese e prolungate da porre anche problemi di moral hazard da parte dei soggetti privati il cui debito avrebbe dovuto essere addirittura assorbito da quello pubblico: a marzo nessuna patente di bontà sembrava dover qualificare l’indebitamento. Del resto la ricetta marzolina è stata parzialmente adottata dal governo che oggi viene per questo rimbrottato.

Altro aspetto: è possibile che sia “buono” solo il debito che finanzia interventi neutri e non quello che finanzia interventi direttamente produttivi? Ci si rende conto che l’industria italiana aveva perso almeno il 20% dal 2008 e perde oggi un altro 12/14%? Si è realizzato che i servizi (turismo in primis) ripartiranno fra 4/5 ammesso che la pandemia venga dichiarata conclusa o che si trovi un vaccino? A cosa serve finanziare autostrade, porti e aeroporti se poi sempre in meno li usano? Il sostegno diretto al sistema appare una finalità che dovrebbe qualificare come “buono” il relativo debito.

Questo debito dovrebbe poi essere ripagato dagli stessi giovani le cui sorti cenciose sollevano le preoccupazioni di Mario ma il fatto che questi investimenti diano effetti in tempi e misure idonee a consentire il rimborso è di per sé abbastanza dubbio. Ora, il debito italiano è sorto principalmente nel ‘900 e quindi non solo i giovani odierni (ma anche, in gran parte, le persone di mezza età) non portano per esso nessuna responsabilita’ ma è  anche evidente che i tempi del rientro sono lunghissimei. La misura di questo debito è poi sproporzionata rispetto alle dimensioni a cui si è ridotto il sistema economico nazionale ed europeo e quindi evidentemente occorrono proposte più forti per gestirlo. Fra queste la mobilitazione delle risorse auree e immobiliari e la neutralizzazione del debito stesso mediante soluzioni eterodosse come l’emissione di bond irredimibili e secolari o, almeno, come l’impegno della BCE a ricomprare costantemente i titoli a scadenza. Invece no, si parla del debito pubblico come equivalente di quello privato che ha scadenza e clausole rigide ad allora, oltre ad essere molto lontani da una soluzione, ci si allontana molto da quello che si era pensato di capire a marzo. Che poi anche il debito è buono solo se contratto in modica quantità visto che “la responsabilità si accompagna e dà legittimità alla solidarietà” e quindi anche il debito per essere buono deve essere responsabilmente limitato.

Draghi enfatizza momenti terribili della storia economica come la fine della IIGM o la crisi petrolifera degli  anni ’70 in cui probabilmente vede le premesse di quei passi avanti che una crisi consente sempre di fare. Addirittura, degli anni ’70 lamenta la mancanza di punti di riferimento che adesso invece ci sono. Peccato che i ’70 aprirono la strada agli affluenti ’80 mentre le crisi strutturate europee (1992, 2008, 2011, 2020) non sono mai state risolte veramente e hanno portato al declino italiano che solo un poco nasconde quello complessivo europeo. Ma il quadro di riferimento  è  selmpre ed immancabilmente  quello europeo definito dall’accordo di luglio: poco debito,  fortemente condizionato  e controllato. E senza neanche considerare che a quella data la pandemia era ritenuta conclusa mentre adesso siamo nel pieno di una seconda ondata che cambia  di nuovo il quadro di riferimento ed allunga la prospettiva di incertezza che stiamo vivendo,  oltretutto  aumentata dalla volontà  di ripartire dal 2021 con il consolidamento fiscale.

Inquietanti, infine, i richiami al FMI e al multilateralismo che addirittura viene definito, come l’UE, uno dei nostri “principi”: esporli alla concorrenza delle bidonville indiane e sudamericane è certamente un modo efficace di aiutare i famosi giovani.

Quindi un intervento che rafforza la candidatura di Draghi ma che lascia molte perplessità: se a marzo sembrava parlare agli operatori economici, adesso sembra parlare all’establishment per rassicurarlo che alla fine andrà tutto avanti come prima. Attendiamo quindi, con cautela, le prossime esternazioni che forse offriranno  più lumi.

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