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Economia e società

Thriller School

La riapertura delle scuole non segnerà il ritorno alla normalità ma la sua normalità metterà alla prova, per la prima volta, le scelte politiche, organizzative e comunicative sul Covid-19. La scuola è la più grande organizzazione umana esistente con circa 10 milioni di studenti, docenti e impiegati ed indirettamente coinvolge la maggioranza della popolazione italiana e ampi settori del sistema economico e sociale. La sua forma organizzativa, basata sulla vicinanza e sul contatto fisico ed emotivo, ha origini ancestrali e, avendo oltretutto rifiutato di analizzare e valorizzare gli aspetti positivi della DAD primaverile, si scontra adesso con la realtà virtuale dei protocolli “scientifici” che sono sostanzialmente impossibili da applicare su numeri così enormi e per tempi prolungati nell’anno e nella giornata.

In generale, si abbandona l’utopia del rischio zero e si entra a piè pari nel campo incognito del rischio calcolato e della convivenza reale con il virus. La strategia del governo (per la verità non solo del nostro ma anche di altri, soprattutto in Europa) è stata quella di chiuderci in una bolla di immobilismo e separazione confidando che il virus passasse o, più credibilmente, che la gente si abituasse. Ma la realtà è dura a morire: le società sono nate per raggruppare gli individui, non per isolarli, e quasi tutti i processi umani (produttivi, educativi, ricreativi, assistenziali) implicano forme di contatto che rendono per lo più implausibile il rispetto del fatidico metro di distanza. La mia impressione è che le soluzioni organizzative trovate in questi mesi si siano basate su un’autodisciplina indotta dalla paura ma anche sul bel tempo primaverile-estivo che ha reso tollerabili, se non piacevoli, code ed attese di fronte a negozi ed uffici. Ma si potrà continuare ad aspettare 20 minuti di fronte al forno mentre nevica? O a fare la coda alla posta per la pensione sotto i fortunali? È evidente che a lungo andare un ritorno ad una più normale normalità sarà necessario e la scuola è il primo passo in questa direzione.

Abbiamo cominciato a parlare di riapertura a marzo e adesso, quando mancano meno di 20 giorni al suono della campanella, come sempre la situazione diventa grottesca. La ministra Azzolina (ma con lei anche tutti i soloni del MIUR e del CTS) paiono accorgersi solo ora ed all’improvviso che la sicurezza è una questione di strutture e che queste hanno la spiacevole caratteristica di non essere facilmente modificabili.

In primis i “muri”, come si dice in Toscana: ma come, avete passato decenni a chiudere scuole periferiche e succursali per concentrare gli alunni ed i docenti in pochi e grandi plessi meglio raggiungibili e controllabili ed a creare le classi pollaio per ottimizzare le docenze e adesso vi stupite che le aule sono poche, piccole, stipate? E avete fatto la sceneggiata di passare tutta primavera ed estate a progettare opere di ristrutturazione ed ampliamento che neanche le piramidi per poi arrivare alla conclusione che tutti sapevamo, e cioè che era solo ammuina perché fra sovrapposizione di competenze (le scuole sono di comuni, province e città metropolitane ma il management è ministeriale), lunghezza delle procedure autorizzative, dei lavori e dei collaudi, stanziamento dei fondi, pensare di ristrutturare le aule o, addirittura, di costruirne di nuove durante l’estate era niente più che un volo pindarico o un argomento buono per i gonzi.

La ministra si vanta di essere una collega e di avere esperienza di campo. Bene: si era mai chiesta prima come facessero studenti e personale ad arrivare più o meno puntualmente in classe? Essendo al momento privi del teletrasporto o dei vacuum tunnel che secondo Grillo dovevano prendere il posto della TAV, ha mai notato il triviale e plebeo brulicare di bus, pullman, treni che circolano attorno ai plessi scolastici? E come pensavano, i soloni, che mezzi che ospitano così immense masse umane potessero essere modificati in poco tempo nella struttura e nell’organizzazione? Il trasporto pubblico è un buco nero economico, a maggior ragione quello scolastico che succhia risorse ingenti dai bilanci pubblici locali: davvero si pensava di trasformare i bus in una specie di taxi con un servizio just in time (Paolo Rossi entra alla 8.00, Maria Bianchi alle 8.10, Sergio Verdi alle 8.20 e così via)? E se invece, realisticamente, gli studenti arrivano tutti alla stessa ora, dove attenderanno il loro turno di ingresso? In un bar sovraffollato e non controllato? E allora non è meglio che entrino in classe secondo tutti i crismi?

Adesso si sta trovando l’escamotage di considerare “congiunto” anche il compagno di classe per cui si può viaggiare con lui a meno di un metro ma con la mascherina, praticamente un congiunto di serie B. Ma a parte l’assurdità di affrontare problematiche mediche con metodi burocratici; a parte che la condivisione di momenti di vita con il cinesino dell’ultimo banco è cosa rara, nessuno ha mai pensato che il bus ed il treno rimescolano l’umanità al di là dei confini della classe e che quindi il concetto di “congiunto” andrebbe allargato come neanche Asimov con i Kromo aveva pensato di fare? Solo formalismo per evitare un brusco ritorno alla normale realtà che se ne frega di protocolli e ossessioni di telecontrollo, senza considerare che questo concetto di “congiunto”, elastico come la trippa, comincia a circolare troppo e rappresenta probabilmente il grimaldello per imporre, in futuro, ulteriori e deliranti restrizioni: tua sorella non è congiunta ma il migrante appena sbarcato sì, o qualcosa di simile.

E se anche tutto ciò fosse possibile, si è chiesta l’Azzolina come si farebbe a coordinare gli orari dei docenti delle medie e delle superiori? Perché se inizio la lezione alle 8.00 e un collega alle 8.10, poi come facciamo a scambiarci le classi? Accumuliamo 10 minuti di ritardo per ogni ora come l’Intercity da Reggio Calabria?  

L’unica soluzione sensata era quella in uso ai tempi delle mie elementari: i doppi turni, mattina e pomeriggio. Allora le aule sarebbero diventate improvvisamente grandi per le classi dimezzate ed i trasporti avrebbero potuto essere riorganizzati in termini realistici. Ma questa soluzione aveva il grave handicap di comportare aumenti di costi per il personale docente e amministrativo e allora non se ne è mai voluto discutere: vuoi mettere spendere un miliardo per i banchi con le rotelle, oltretutto con gara pubblica secretata?

Una volta entrati in qualche modo in classe, stiamo a un metro, ci sanifichiamo, teniamo la mascherina. Bene: poi basta una positività e tutta la classe, i docenti di ruolo e quelli che sventuratamente abbiano fatto un’ora di supplenza vanno automaticamente in quarantena, così, senza alcuna verifica e senza ovviamente alcun riguardo per la vita personale, familiare, professionale, tanto che vuoi che sia. E allora una domandina: a parte che almeno inizialmente distanziamento e mascherina erano misure alternative, ma le tre fatidiche misure non dovevano proteggerci? E allora, se siamo fiduciosi che sono atte a proteggerci, perché quarantenarci di default senza nemmeno un test o un sintomo piccolo piccolo? E al contrario, allora, se tanto non servono a nulla, perché imporle e rispettarle? Mah. A parte che con la mascherina mi sembra difficile anche ordinare un caffè, figuriamoci spiegare l’analisi di bilancio o il business planning, poi si apre un altro problema: un docente ha mediamente 4/5 classi. Per quella in quarantena scatta la DAD, bene, e per le altre? Vengono a scuola per fare lezione in presenza con tutti tranne che con il quarantenato che fa DAD alla classe riunita? E ci sono gli strumenti? E, lasciando perdere l’efficacia didattica di parlare dallo schermo ad una classe che sicuramente interpreterà l’evento come ora libera, chi controlla i pargoli liberi di assembrarsi e smascherarsi? Io da casa tramite lo schermo?

E poi: questo schema di quarantena a cascata (il bimbo che “contagia” i compagni e prof che “contagiano” conviventi ecc.) quando si ferma? Perchè, come sei gradi di separazione ci connettono a Trump o Xi Jinping, sei gradi di quarantena si possono anche trasformare in un lockdown mascherato (per restare in tema) senza neanche la noia di scrivere i DPCM e di illustrarli alle otto di sera. Comunque, ipotizzando un tasso di morbilità del 2,5% (media Istat), una scuola di 1.000 fra studenti, docenti e addetti avrà 25 contagi all’anno, abbastanza da bloccare la scuola per mesi, senza considerare le isterie da riapertura che regolarmente seguiranno ogni sospensione, anche parziale, delle lezioni.

Ora, io non mi stupisco dell’Azzolina che evidentemente è stata messa lì per prendere gli schiaffi. Mi stupisco che tutte le strutture di Via Arenula che, per dire, scrivono 89 pagine di linee guida solo per i PCTO, non siano in grado neanche di pensare a questi problemi che un uomo di scuola dovrebbe conoscere a menadito. Ed allora viene un sospetto: che in realtà fosse tutto pronto per non riaprire e che solo il plauditissimo discorso di Draghi a Rimini abbia insinuato il leggero dubbio che chiudere le scuole fosse un po’ in contraddizione con l’investire in formazione per i giovani. E soprattutto che quel discorso fosse l’inizio della sua corsa verso una delle presidenze. Da lì la strizza e quindi la corsa a riaprire, le riunioni, i dossier, le proposte a cappella, la scomparsa dagli schermi del clausorista Ricciardi, l’intervista improvvisamente rassicurante di Speranza e l’apparizione di tanti “studi” che dimostrano che aprire le scuole (cosa, detto per inciso, che nell’UE hanno fatto sin da maggio-giugno) sia più sicuro che tenerle chiuse.

Lasciamo perdere il resto. Il primo si ricomincia e quest’anno sarà dura. Che Dio ce la mandi buona.

Discussione

3 pensieri su “Thriller School

  1. I suoi articoli, sarebbero da stampare e affiggere ovunque e da leggere al megafono in tutte le piazze.

    Poi, a costo di passare per petulante, vorrei sottoporre un quesito.
    Visto che in Toscana sono usciti i bandi per adibire alberghi a gulag per asintomatici (cioè per portatori sani, perchè chi sta male va in ospedale) e nelle scuole vogliono inserire personale sanitario (raccomandati di partito) che come kapò, decideranno cosa fare degli studenti che starnutiscono, è inverosimile pensare che si ripeta una Bibbiano versione soft? Cioè che per far guadagnare albergatori scambiamazzete, gli garantiscano il pienone? Magari imponendo la convivenza e la fraternizzazione con i compari di Oseghale? Temo il peggio…

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    Pubblicato da Graziella | 28 agosto 2020, 11:48
  2. Buona sera, la leggo sempre con piacere.
    E’ da qualche giorno che non scrive nuovi posto, ma la capisco, non è sempre facile, anche perché lei si documenta parecchio prima di scrivere.
    Le offro io uno spunto, sul tema Covid.
    Risale a circa 2 settimane fa, in occasione della prima inoculazione sperimentale del vaccino italiano allo Spallanzani.
    Senta quel che dice il direttore sanitario, dott. F.Vaia dal minuto 1.30 in poi: “Al di là di quello che si dice, in Italia non c’è questa catastrofe, non abbiamo tutti questi malati…”.
    “Per la seconda fase sperimentale probabilmente dovremmo andare in america latina”.

    Il Corriere, che pur riporta il video, nel lancio della notizia, omette il passaggio cruciale. “Non abbiamo tutti questi malati”.
    https://video.corriere.it/cronaca/coronavirus-direttore-spallanzani-somministrata-prima-dose-vaccino-volontario/92e56492-e5e6-11ea-943c-b2c77e7530c9

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    Pubblicato da Enrico | 9 settembre 2020, 19:21

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