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Scuola

Effetto gregge

Lunedì è Santa Susina, si torna a scuolina. Suonerà la prima campanella e torneremo a scuola come tutti gli anni. Cioè, no, non proprio come tutti gli anni. Il Covid ha militarizzato le scuole e le ha trasformate in una via di mezzo fra un riformatorio ed un campo di rieducazione. Millanta sono le regole e prescrizioni da rispettare fra cui, tanto per dire il clima di terrore (o terrorismo?) che si sta vivendo, il divieto espresso di usare la cattedra ed il PC di classe e quello fattuale di andare in bagno. Ai docenti, evidentemente considerati intrusi potenzialmente pericolosi nonostante mascherine, gel e guanti, sarà vietato stazionare negli ambienti scolastici fra una lezione e l’altra ma le sale docenti saranno chiuse o diversamente utilizzate ed il bar scolastico sbarrato: passeremo le mattinate in attesa nella macchina parcheggiata?

Ovviamente la didattica sarà quest’anno l’ultimo dei problemi. Se non altro la ferale malattia ha disvelato ai colti ed agli incliti che la scuola, in Italia, ha solo una funzione logistico-alberghiera (oltre che occupazionale): il suo scopo è quello di liberare le famiglie dagli obblighi di cura dei pargoli che hanno così tanto voluto da sbarazzarsene quasi subito per affidarli ad altri, poi che studino, facciano gite, vadano al museo o al giardino chissenefrega, cosa vuoi che sia se agli esami di maturità si rivelano sconcertanti incapacità di gestione delle preposizioni articolate. Del resto il problema è ben noto ai vertici ministeriali che tuttavia cercano di occultarlo dando la colpa alle incapacità didattiche dei docenti e promuovendo una proliferazione fuori controllo di piani (PAI, PIA, PDP, PEI, PFI) che dovrebbero migliorare la didattica e che invece, alla fine, di fatto ne prendono il posto.

La realtà è che la motivazione allo studio è bassissima perché lo studio stesso è ritenuto ininfluente per il percorso di vita. Chi la pensa diversamente spesso emigra anche perché, dati della settimana scorsa, il 25% dei lavoratori è sovraformato rispetto al lavoro che fa. Da decenni si è rotto il circolo virtuoso/vizioso fra istruzione e pubblico impiego (ma anche settore bancario e assicurativo) che assorbiva milioni di persone di medie capacità che potevano lavorare, almeno un pochino, anche con la testa e che poteva dare un senso ai 13 anni passati sui banchi: se la prospettiva è di fare il commesso, il cameriere o la badante, a che pro impegnarsi tanto?

Da mesi si vaticina di una riapertura disastrosa e le premesse sono evidenti. Abbiamo un ministro che, dopo il colpo fortunato della didattica a distanza (da lunedì: didattica digitale integrata), non è riuscito a replicare il coup de theatre con i banchi semovibili che arriveranno, se va bene, fra un mese ma più probabilmente dopo Natale. L’arrivo dei banchini avrebbe coperto le minchiate pensate, dette e scritte riguardo ad interventi più consistenti: le mura hanno il maledetto difetto di essere immobili per cui interventi di ampliamento e modifica erano quasi impossibili nei 6 mesi che sono intercorsi dalla chiusura. Lo sapevano tutti ma si è fatto finta di delegare ai DS che, non avendo potere sulla loro scuola, hanno atteso comuni e provincie per rimanere con le mani vuote. Il compito di trovare altri ambienti (qualunque fossero, tanto devono fungere da magazzini di studenti e non importa mica che siano adatti alla didattica o conformi alle altre norme di sicurezza) è stato rovesciato sui comuni che, evidentemente, responsabilità e costi del genere non se li sono presi. Così come era evidente che servizi di trasporto pubblico già di per sé sottodimensionati (nessuno, ai vertici, pare abbia mai assistito all’arrivo di un bus scolastico strapieno come nei film di Fantozzi) non avrebbero mai potuto aumentare le corse e rendere flessibili gli arrivi in funzione di fantomatiche differenziazioni degli orari di ingresso. Ma tutta l’estate è trascorsa così, cazzeggiando amabilmente, nella convinzione che tanto l’aumento dei casi, vero o presunto, avrebbe alla fine risolto i problemi impedendo l’apertura delle scuole che, fra l’altro, hanno anche l’orrendo difetto di ospitare i seggi elettorali. Ma è arrivato Supermario, imbeccato da chissachì, a parlare di giovani ed istruzione prima di fare la sua solita lezione di economia e allora il giochino è stato sgamato e, in 25 giorni, si è dovuto pensare ad aprire davvero scoprendo che non solo non ci sono i banchini che si muovono ma manco le mascherine che quindi, ieri sera, diligentemente, mi sono comprato da solo: un altro miracolo di Arcuri che, ricordiamolo, per settembre ne aveva promesse 90 milioni al giorno di cui 11 solo per le scuole.

Se dovessimo guardare ai vertici dell’organizzazione, non possiamo che ipotizzare un disastro totale. Ma stiamo attenti, c’è un altro fattore in gioco: il corpo docente. La categoria dei docenti, in Italia, è una delle più mediocri che abbia conosciuto piena com’è di meridionali in fuga dalla disoccupazione, di anziani (me compreso, per invero) estromessi dalla professione e dalle aziende, di donne in cerca di un part time ben pagato, di omosessuali che vi hanno trovato una comoda safety zone. Nessun giudizio negativo, per l’amor di Dio, solo la constatazione che, alla fin fine, le motivazioni professionali, se mai ci fossero, passano fortemente in secondo piano rispetto a quelle personali. È ben evidente che, almeno fino a quest’anno, la scuola non era fatta per gli studenti ma per il personale che, come nella Russia dei Soviet, scambia bassi salari per riduzione dello stress, fuga dalla competizione, orari ridotti, lunghe vacanze e poco impegno. Lo stipendio medio di un docente laureato è inferiore al primo salario di uno dei suoi studenti e ben più basso di quello di un metalmeccanico turnista. I bassi stipendi costringono persone adulte a condividere una stanza e talvolta a dover vendere la propria casa. Tuttavia questa circostanza, a differenza ad esempio di quanto avviene per altre categorie (una per tutte, gli stessi metalmeccanici), non è vissuta con amarezza e delusione ma viene sublimata in una retorica infarcita di alti obiettivi, doveri morali, senso di responsabilità che compensa e fa premio sul pauperismo retributivo e che rappresenta la principale motivazione della categoria che per il resto brilla ben poco. Ho conosciuto persone di livello culturale ben inferiore alle aspettative che si potevano ragionevolmente nutrire verso una classe che svolge comunque una funzione intellettuale, intrise di un conformismo sconcertante, soprattutto del tutto refrattarie ad un confronto che esuli dalla enorme mole di minuziosa normativa che regola la loro attività. Il terrore che ci possa essere una comparazione diretta sui modi e sui risultati del lavoro svolto li induce ad accettare qualsiasi regolamentazione che, stabilendo parametri precisi e spesso del tutto oggettivi (ma non per questo significativi), possa allontanare il rischio di un confronto personale.

Questa passività è la principale risorsa su cui contare per la riapertura. Nessuno, a nessun livello sindacale, ha posto obiezioni sulle condizioni avvilenti e poco dignitose in cui saremo chiamati ad operare e, anche nei conciliaboli di corridoio, il tema è solo come adeguarsi ai protocolli e scovare chi, negazionisticamente, si rifiuta di fare il test che i più diligenti, portandosi avanti, hanno già fatto tre volte durante l’estate. Meglio essere ridotti a secondini che esprimere un proprio pensiero: qui l’effetto gregge è sempre esistito.

Una classe docente che ha professionalizzato il mestiere genitoriale e che, in tutti gli ordini e gradi, ha ormai in mente solo di mettersi a servizio del lato esistenziale dei ragazzi, come in un enorme e sempiterno kinderheim, si farà in quattro per assicurare che i diktat “scientifici” siano applicati alla perfezione. Alla fine la vocazione al martirio dei docenti compenserà in gran parte le inefficienze strutturali dell’organizzazione. Chi punta su una partenza naturalmente disastrosa, al netto della propaganda mediatica che comunque occulterà i problemi, fa una scommessa rischiosa: questo esercito di mediocri pecoroni potrebbe fargliela perdere.

Discussione

Un pensiero su “Effetto gregge

  1. Leggo e piango. Un ritratto fedelissimo della situazione. Lo dico da coniuge d’insegnante, al corrente della situazione per i racconti di prima mano. Siamo ben oltre il punto di non ritorno.

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    Pubblicato da Nello Desabbiagra | 16 settembre 2020, 15:54

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