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Politica Italia

Post voto

  1. Sondaggi e sondaggisti: nel corso delle settimane, fino alle “expectations”” dell’ultima quindicina, hanno vaticinato con precisione millimetrica i risultati di Veneto, Liguria e Marche. Non hanno visto la vittoria a valanga di De Luca e hanno ovviamente sbagliato i sondaggi di Toscana e Puglia, puta caso le uniche regioni che contavano nella valutazione politica dei risultati. In compenso, in queste regioni hanno colto al millimetro i risultati delle due candidate cinque stelle. Quindi ci sono sondaggi che funzionano bene e altri che vengono male e questi ultimi – come a gennaio con l’Emilia Romagna – riguardano sempre le regioni dove le masse devono essere chiamate alla pugna per sconfiggere il fascismo che sempre rinasce. Un caso, appunto.
  2. L’Italia è attraversata da una terribile epidemia e votare era considerato “una follia” perchè favoriva gli assembramenti. Ma se rischi di perdere la Toscana, allora un’alta affluenza alle urne è auspicabile.
  3. Le elezioni regionali hanno sempre assunto un significato politico, specie quando ne votano tante: basti ricordarsi di D’Alema e Veltroni. Dopo il Covid queste elezioni mantengono un significato politico ma diverso. La gestione dell’epidemia ha creato, nel rapporto fra stato, regioni e cittadini, delle distorsioni enormi: i governatori, che solo un anno fa discutevano di semplice autonomia rafforzata, si sono poi arrogati poteri incostituzionali sia nell’ambito dei rapporti con il potere centrale che nei confronti dei cittadini a cui sono stati posti, con mere ordinanze, limiti alla libertà di movimento sul territorio nazionale così pregnanti da prefigurare la creazione di frontiere. La gestione della sanità – settore critico della vita sociale – ha prefigurato la nascita di 21 staterelli indipendenti. Molti governatori hanno adottato metodi e stili di governo tali da ricordare i caudillos del Sud America. Le elezioni di ieri hanno semplicemente ratificato questo stato di fatto delle cose che, detto per inciso, avrà probabilmente un peso nel momento in cui governatori che hanno vinto elezioni con percentuali plebiscitarie dovranno confrontarsi con premier non eletti.
  4. Infatti i governatori uscenti vincono a valanga, con percentuali bielorusse, sull’onda del modo in cui hanno affrontato l’emergenza. Zaia si fa forte del suo acume e della sua efficienza, De Luca del suo fare aggressivo e tamarro da guappo napoletano, Toti del suo buonsenso e di un atteggiamento che abbina correttezza dei modi a nettezza delle posizioni dimostrato anche nella gestione della difficile vicenda dei trasporti liguri. Emiliano rimane una spanna sotto gli altri, vince ma convince meno, se ci fosse stato un altro al posto di Fitto probabilmente avrebbe perso.
  5. Nelle due regioni dove non si ricandidavano i governatori uscenti, in una vince la continuità e nell’altra il cambiamento. Viene da pensare che se il PD avesse lasciato Ceriscioli, molto deciso nella fase iniziale dell’epidemia, si sarebbe probabilmente tenuto la regione. La Toscana è sfuggita al Covid, magari con qualche magheggio a Prato e dintorni, e il popolo grato ringrazia i governanti.
  6. Il caleidoscopio di volti e di caratteri rimanda ad un panorama di grande frammentazione che richiama i personaggi della commedia dell’arte: Zaia come Pantalone, De Luca come Pulcinella, Giani come Stenterello, tutti i governatori impegnati ad identificarsi con lo spirito più profondo della loro popolazione.
  7. Con il che Zaia e De Luca si confermano come potenti figure regionali talchè lo stesso enorme successo che hanno ottenuto conferma la loro caratterizzazione locale e rappresenta un peso enorme per futuri eventuali passi avanti in campo nazionale. Senza considerare che il percorso formativo di ottimi amministratori locali (lo confermano Bersani, Zingaretti, all’estero la supposta delfina di Angela Merkel Annegret Kramp-Karrenbauer) non fornisce probabilmente le skills richieste da ruoli governativi di livello nazionale ed internazionale.
  8. In generale, le regionali appaiono simili, nella dinamica, a delle grandi amministrative con l’importanza rivestita da liste locali e personali e con risultati non necessariamente indicativi a livello nazionale.
  9. Rimane una domanda: se il successo di Zaia ne fa ipso facto una potente alternativa a Salvini, com’è che questo non vale per De Luca e per Zingaretti? Misteri a cui solo la stampa di qualità (che libera non ha più, neanche lei, il coraggio di chiamarsi) può dare una risposta.
  10. La stessa stampa qualitativa ha deciso che Salvini ha perso, ha talmente perso che ha perso anche la Toscana che non ha mai avuto: i sondaggi non valgono quando si chiedono le elezioni per cambiare un parlamento non più rappresentativo ma valgono quando uno non vince in una regione dove, riffa raffa, era dato per favorito. La realtà è che il centrodestra esce con una regione in più e ne governa 15 su 20. Nessuno fra l’altro parla della Val D’Aosta dove la Lega sembra confermarsi primo partito davanti agli autonomisti per cui il punteggio sarebbe di 4-3, come nel ’70. Oltre a ciò, i moderati sono in testa in molti comuni: ci sono vittorie peggiori di sconfitte come queste.
  11. Il PD perde un’altra regione ma vale la regola che una sconfitta lungamente annunciata diventa una vittoria. Conferma debolezza in Liguria ma si indebolisce anche in Toscana dove la destra guadagna 300.000 voti rispetto al 2015 e la sinistra, nell’insieme, perde 3 punti. Giani assorbe metà dell’elettorato che di solito votava per l’estrema sinistra, realtà talmente importante che anni addietro andò al ballottaggio a Firenze contro Dominici.
  12. Da segnalare che l’unico accordo PD-M5S attuato sulla base della richiesta di Conte (Liguria) naufraga nel ridicolo e offre alla destra il miglior risultato storico nella regione.
  13. La destra si prende tutte le regioni “rosa”, quelle dove predominava la componente democristiana: Liguria, Marche, Basilicata. Tutte regioni, fra l’altro, dove prima è passata un’ondata grillina: aveva ragione Bersani, anni fa, a temere che il grillismo avrebbe aperto la strada alla destra.
  14. Volendo poi trovare un pelino nell’uovo, oserei dire che De Luca e, in parte, Emiliano non sono organici al PD che quindi si appropria elegantemente di vittorie non sue: in Campania ed in Puglia il partito segue i candidati, non li governa. Diversamente, potrebbe avere trovato risorse importanti per risalire la china. Ma anche loro sanno che non è vero.
  15. Se poi si risale con la memoria a prima dell’estate, si dovrebbe dare ragione a Salvini quando diceva –  strumentalmente, ma lo diceva – che Fitto e Caldoro non erano adatti. La destra arranca dove presenta delle cariatidi, gente che emerge dalle nebbie ogni 5 anni, con una nuova casacca, per provarci ancora.
  16. La Meloni cresce ovunque ma partiva da molto lontano. FdI non sembra avere il passo per scavalcare la Lega salvo fratture interne a quest’ultima: ha beneficiato del contraccolpo della caduta del governo giallo-verde ma non mi sembra che la Meloni riesca a riempire la scena, anche considerando che si sta limitando a gestire la situazione favorevole senza dire praticamente niente. Il rapporto Lega-FdI potrebbe essere simile a quello che c’era fra FI e LN: un partito più attento alle istanze dei ceti produttivi ed uno più attento a quelle del sud.
  17. Il flop di Caldoro è probabilmente la pietra tombale sulle aspirazioni elettorali e di potere di FI.
  18. La partecipazione in Toscana è cresciuta ma meno che in Emilia, non c’è stata mobilitazione popolare (Sardine del tutto assenti) ma voto di apparato. In Toscana la destra cresce e si radica: abbiamo avuto anche Salvini nel Mugello, a due passi dalla linea gotica. In giro, si sentiva solo gente che votata per la Ceccardi. Appaiono sentimenti di orgoglio, appartenenza, coraggio. Si sapeva che la Toscana era difficile, anche più dell’Emilia: Salvini lo ha sostanzialmente capito, volando un po’ più basso. Peccato per la battuta sul 7-0 a cui la stampa di qualità lo impiccherà per anni.
  19. La Ceccardi fa un bel risultato, soprattutto considerando che è pisana, qualità che in Toscana un po’ conta in negativo. Tuttavia perde proprio a Pisa e Siena, città passate al centrodestra recentemente, ed è fuori partita in tutto il comprensorio fiorentino senza il quale non si vince. Scardinare un sistema così radicato richiede tempo e investimenti in presenza, visibilità e formazione. Susanna aveva il vantaggio di essere un amministratore, requisito senza il quale non si è competitivi a questi livelli. Ormai la presenza di destra nelle città toscane è ampia, occorrerà nei prossimi anni selezionare gli elementi più brillanti per promuoverli alla sfida regionale. Occorre anche investire sul fiorentino per portare a casa qualche sindaco da promuovere in futuro.
  20. Renzi prende ovunque l’1-2 per cento ed il 4,5% in Toscana: visto il margine a favore di Giani, non è determinante neanche qui. Se si somma il flop di Scalfarotto, ininfluente in Puglia, direi che il suo progetto politico è fallito.
  21. Il M5s sparisce dal centro nord e diventa un partito governista-assistenzialista-meridionale. Anche in questo caso il suo carattere vanamente ribellista ben si sposta con l’essenza del meridione piagnone e immobile. Il fatto di dover essere governista, con una legge proporzionale, non garantisce poi sul fatto che rimanga di sinistra.
  22. Zaia esprime esigenze del nord ma non necessariamente di tutto il nord. Sono istanze importanti ma la Lega di Salvini, se non è forse fortissima al sud, è comunque uscita dalle valli alpine e arriva almeno fino a Roma: un ritorno al passato equivarrebbe non solo ad un ridimensionamento ma ad uno snaturamento. C’è la necessità di un raccordo fra i residui della Lega Nord e la Lega Nazionale, come era in passato fra LN e FI, ma deve essere una mediazione interna che metta insieme elementi di efficienza ed autonomia con quelli, ineludibili in epoca Covid, di solidarietà interregionale e nazionale. L’errore capitale sarebbe quello della scissione o di un ribaltone per tornare all’epoca pre-Salvini: un mero partito del nord, oltretutto capeggiato da gente priva del carisma di Bossi o Berlusconi (ricordarsi di Maroni), non avrebbe presa alcuna sotto Rovigo e non so neanche quanto consenso avrebbe a nord del Po. La Lega di Bossi non è mai stata maggioritaria neanche al nord, con l’eccezione del Veneto, ma poteva permettersi di essere nordista senza se e senza ma perchè forte della relazione strategica con FI con cui condivideva elementi culturali importanti e che svolgeva quel ruolo di partito nazionale entro cui si realizzava comunque la mediazione degli interessi. Questo ruolo è stato assunto oggi dalla stessa Lega di Salvini senza la quale una rinata Lega Nord dovrebbe andare da sola alla mediazione con FdI (che prenderebbe gran parte del voto in fuga dalla ex Lega salviniana) o, addirittura, con la sinistra, aree con le quali le affinità sono ovviamente molto minori se non nulle.
  23. Al contempo occorre smetterla con prove di forza che si perdono regolarmente: le elezioni nel 2019, poi l’Emilia e la Toscana. Continuando a porre l’asticella sempre troppo in alto si falliscono gli obiettivi e si perde di credibilità ed attrattiva. Occorre una strategia di medio-lungo periodo e personaggi che possano essere trasversali e raccogliere quei 4-5 punti che servono per governare tranquilli. Nessuno pensa a Toti? Calmo, pacioso, efficiente, rassicurante, ruvido nei concetti ma corretto nell’eloquio, parla un corretto italiano: non potrebbe essere un candidato nazionale del centro destra?
  24. Le elezioni politiche a questo punto sono più incerte nell’esito, il che le può anche rendere più vicine, mentre la pseudo vittoria del PD apre la strada ad un ridimensionamento di Conte e ad una recrudescenza del confronto con il M5S: non è detto che il governo sia più stabile.

Discussione

5 pensieri su “Post voto

  1. Le asticelle alte e basse c’entrano poco. Il fatto è che l’opposizione non ha nulla da dire di diverso al governo e il PD continua decidere cariche e a far mettere i tombini. È il banco che conta, perchè il banco vince sempre.

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    Pubblicato da Kuma | 22 settembre 2020, 21:05
  2. Non so perchè sono andata alle urne.
    Sapevo già che il PD in Toscana (come in Emilia e dovunque gli si permette di radicare con voti di scambio) è inespugnabile. Ho votato senza convinzione, uno schieramento nel quale non credo e che non mi rappresenta. Per forza di inerzia, più che per flebile speranza. Credo sia stato così per molti.
    Ora mi pento di essere andata al seggio, a fare la fila come un’idiota per mettere una crocetta inutile.

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    Pubblicato da Graziella | 23 settembre 2020, 10:34
    • Chissà, veda il lato positivo, forse sta guarendo dalla Tifosite che ha infettato il nostro stupido popolo da decenni. Non si mette la crocetta ad mentula canis. Se il mercato del foro boario non ha merce di qualità appena minima, si girano i tacchi e si torna a casa. Questa è la via maestra per dimissionare i banditi. Siccome la prossima volta non staremo meglio di oggi, scheda bianca o, volendo, condita a piacere.

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      Pubblicato da Ned | 25 settembre 2020, 12:25
      • Accetto il consiglio.
        Scheda bianca mai, più volentieri girerò i tacchi e mi dedicherò ad attività più utili.

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        Pubblicato da Graziella | 25 settembre 2020, 16:37

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  1. Pingback: Stretta è la via | Average Joe - 28 settembre 2020

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