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Politica Italia

Stretta è la via

Neanche il tempo di gustarsi la “vittoria” alle regionali e subito è partito l’attacco concentrico alla Lega e a Salvini. Subito Toti che, mentre stappava lo spumante, epitetava il leader leghista di essere unfit per guidare il centro destra, come se il contributo leghista non fosse stato determinante per sconfiggere la vincible armada giallo-rossa. Poi è toccato a Giorgetti dire (o lasciarsi dire) che la Lega doveva entrare nel PPE e Salvini doveva incontrare Draghi: il non detto è che nel PPE sarebbe entrata con la testa del Capitano su un vassoio d’argento visto che non sono più i tempi di Orban e che d’altro canto anche Fidesz non brilla di gran luce nel mondo dei popolari. Alla fine è arrivato Mieli che ha detto papale papale che Lega e Fratelli d’Italia devono liberarsi di Salvini e Meloni per entrare tutti e due nel PPE e che per farlo devono candidarli a sindaco rispettivamente di Milano e di Roma: sai che carriera, soprattutto per la ducessa che candidata (e trombata) a quella carica lo è già stata.

Ora, tutto questo fiorire di suggerimenti nasce in primo luogo da una interpretazione totalmente faziosa dei risultati elettorali. Lo avevo scritto subito ma adesso tutti riconoscono che chi ha vinto sono i governatori di ogni partito e che adesso tutti i partiti devono adeguarsi a gestire delle dinamiche che non si aspettavano. Quindi il PD non ha vinto così come il centro destra non ha perso anzi, volendo essere onesti, sarebbe comunque passato da 14 a 15 regioni. Per di più, se qualcuno ha “vinto” è il PD mentre il M5S si vede avviato verso la divisione interna (oggettivamente, chi ha votato per le candidate grilline tosco-apulo-campane lo ha fatto per far cadere il governo Conte) e probabilmente verso il collasso elettorale. Ma anche volendo sposare questa interpretazione, non si capisce poi perché Salvini debba essere chiamato in causa anche per gli errori degli altri partiti della coalizione: è stata la Meloni a farsi irretire da uno che aveva vinto 3 lustri fa e che dopo aveva girato come una trottola fra mille sigle una più inventata dell’altra. Ed è stato Berlusconi che, dalla Francia, fra un festino ed un tampone ha imposto un candidato che aveva vinto 2 lustri fa ed era già stato sconfitto nel 2015. Salvini aveva contestato le candidature – certamente solo per sostituirle con suoi uomini – ma non era stato lui ad insistere su candidati sbagliati. Poi ha perso in Toscana, certo, ma con 8 punti di scarto e il 40% dei voti e solo chi non vive in Toscana non riesce a capire sino in fondo il significato di questo risultato.

Se il centro sinistra ha vinto, non si capisce come mai non si chiamino le elezioni per liberarsi definitivamente dei sovranisti e di Renzi e non si capisce neanche questo accanimento verso un leader dichiarato decaduto ed allo sbando. E se, come dice Mieli, il Covid ha creato un prima e un dopo ed il Recovery Fund rappresenta il miele che oggi cola dall’UE non più matrigna e amata dai popoli, allora non si capisce come mai chi questi soldi perora e gestisce, oltretutto ricattando le regioni per averli, non abbia tenuto le Marche e ripreso la Liguria e invece festeggi con canti e balli vittorie fortunose nelle altre regioni.

La verità, come i primi sondaggi hanno dimostrato già da martedì, è che il problema sovranista è ben lungi dall’essere risolto. Un anno abbondante di Conte 2 ha fallito l’obiettivo principale perché la Lega ha sì perso consensi ma questi non sono andati ai partiti di governo ma alla Meloni per cui la destra oscilla ancora fra 40 e 42% e, insieme a Berlusconi, vincerebbe con tutte le leggi elettorali, scorno supremo per un governo che non sa più cosa fare e che forse comincia a covare idee strane di rinvio dell’appuntamento del 2023 causa Covid.

Gli europeisti confidavano, oltre che in una reale sconfitta della destra, almeno in una crescita della Meloni che quindi, non si capisce peraltro secondo quale logica autodistruttiva, avrebbe potuto attaccare direttamente la leadership di Salvini per frantumare lo schieramento sovranista, oppure in un voltafaccia di Zaia che avrebbe spaccato la Lega fra nordisti e nazionalisti. Ma la Meloni, che da parte sua si è accreditata facendo per mesi la succhiaruote (termine ciclistico, non sessista) e ridimensionando progressivamente temi e toni delle sue uscite (con Salvini ministro degli interni chiedeva quotidianamente il blocco navale, con la flotta di barchini accolti a braccia aperte dalla Lamorgese invece silenzio assordante), ha perso nelle Puglie mentre Zaia sembra al momento fuggire da velleità nazionali per limitarsi al governo regionale.

La guerra quotidiana fatta dalle procure (49 milioni, rapporti con la Russia, Gregoretti) lascia ormai il tempo che trova perché l’elettorato è troppo radicalizzato e perché le intercettazioni dei magistrati ormai le hanno lette tutte. Quindi le uniche risorse sono la denigrazione mediatica e la ricerca di un Bruto che pugnali Salvini alle spalle per conto dei poteri forti. Giorgetti, antico mestierante della politica che prima invocava la crisi perché i pentastellati gli stavano sulle balle e adesso rimpiange di essere uscito dal governo, ha alzato subito la mano forte del numero di Supermario contenuto nella sua rubrica. Così facendo rischia di candidarsi al ruolo di novello Fini o Alfano, personaggi che hanno tentato il salto della quaglia per finire allo spiedo, e di riportare la Lega ai livelli dell’epoca maroniana così pregiudicando anche gli interessi del mitico nord. La partita è ardua in quanto il problema che la Lega pone non è di natura parlamentare, talchè basterebbero un po’ di leghisti responsabili, ma elettorale. Quindi oggi non basta fare una manovra di palazzo stile FLI o NCD ma è addirittura necessario spaccare davvero il centro destra e la Lega stessa per fugare qualsiasi rischio elettorale presente e futuro: sicuri che Giorgetti lo voglia e lo possa fare?

Dall’altro lato, il tema che Giorgetti e Mieli pongono è reale: cosa deve fare la Lega (e con lei FdI) con il 40% dei voti in un Paese dominato da poteri stranieri e finanziari? È realistico continuare a cercare ribaltoni improvvisi ed improvvisati che sono sempre più rischiosi e meno produttivi e che lasciano sul terreno scorie crescenti dello scontro con i vari deep state? O forse è meglio cercare una soluzione mediata che apra allo schieramento le strade del governo ma a prezzo di un cedimento su alcuni temi identitari? In una negoziazione serrata, l’Europa potrebbe forse accordare spazi di manovra sul fronte dei migranti, atteso che anche la proposta di riforma del trattato di Dublino ripudia ormai l’accoglienza indiscriminata Italian Style che pone problemi a tutti, ma richiederebbe una definitiva adesione al progetto eurista. Questo accordo sarebbe benedetto e garantito da FI, facente parte proprio del PPE, che così sopravviverebbe al declino di Berlusconi.  E, probabilmente, da una garanzia personale rappresentata da un premier diverso. La strada che porterebbe ad un simile accordo divide un successo da una capitolazione ed è strettissima e Salvini la dovrebbe percorrere per trovarsi alla fine di fronte di fronte ad un bivio: ambizioni personali vs realizzazione di un progetto politico. Non chiara e non scontata la risposta.

Discussione

Un pensiero su “Stretta è la via

  1. Massì… abbiamo scherzato sino adesso!
    Un po’ di carota per far digerire il masso €uropeo.
    E continuarono tutti felici e contenti ognuno con la sua mediocre vittoria in tasca.
    E’ proprio vero, passano i governi, passano le stagioni, ma i problemi degli italiani rimangono sempre gli stessi e ad ogni giro una illusione in più!!

    "Mi piace"

    Pubblicato da eugenio bongiorno | 29 settembre 2020, 13:03

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