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Coronavirus, Politica Europa

Caccia al Conte

Comunque la si pensi sulla sua politica, non credo si possa negare che l’epopea di Conte si è basata, sin da febbraio, su uno stato di eccezione determinato dalla malattia, accettato unanimemente dalla politica ed ampiamente tollerato dal grosso della popolazione. È sulla base di questa eccezionalità che il premier si è potuto permettere di infrangere le leggi dell’economia così come quelle della politica e, dettaglio, anche quelle costituzionali. Nel far questo si è fatto forte anche dello stato di stordimento iniziale del PD che, ritornato al governo all’improvviso e senza preavviso, talmente incredulo e scettico sulla durata dell’esecutivo da formare una squadra ministeriale di mezze seghe, per lunghi mesi si è accontentato del colpo di culo e non ha profferito parola, anzi si è dimostrato essere, molto più del M5S, il miglior alleato di Giuseppi. Giuseppi, a sua volta, novizio della politica, è caduto nell’equivoco di credere che l’arte del governo fosse attività di nessuna difficoltà e l’ha sostanzialmente fatta coincidere con quella della comunicazione: tanta paura diffusa a piene mani, il sostegno di un consiglio scientifico da lui creato e composto da carneadi ansiosi di visibilità e dindi, chiacchiere a vanvera su nuova normalità e nuovo umanesimo, un po’ di rassicurazione tanto per far vedere che aveva la situazione in mano, passeggiate enfatiche nei corridoi, applausi al ritorno da Bruxelles dopo avere fatto il pieno dei soldi del Monopoly®, insomma tanta fuffa a reti unificate che ha finito per neutralizzare qualsiasi voce critica, non solo della maggioranza ma anche dell’opposizione. Un atteggiamento condito da una serena indifferenza circa gli effetti delle sue decisioni e da un atteggiamento del genere l'”Etat c’est moi” che gli consente di partire in anticipo da Bruxelles, abbandonando l’ennesimo vertice epocale lasciano nelle mani della Merkel, andare ad un convegno di radical chic e dedicare solo gli spiccioli del suo tempo, oltretutto notturno, all’esiziale vertice governativo che ci chiuderà di nuovo in casa. Unico problema, quei rompiballe delle regioni che non rinunciavano (talvolta, invero, improvvidamente) al loro Titolo V e che pretendevano, poveri demodè, di far valere i voti che avevano preso in quella pratica ancestrale ed obsoleta chiamata “elezioni”. Il suggello di questa situazione erano le conferenze stampa alle otto de la tarde in cui, con cadenza quasi quotidiana, ci ammanniva i suoi ordini che spesso, dettaglio, calpestavano i diritti costituzionali e la logica economica ma, appunto, si trattava di dettagli di nessuna importanza perché “l’importante è la salute”.

Diciamo che questa situazione è durata fino alla fine della primavera venendo poi in soccorso, ai primi di luglio, il prestigio ottenuto nell’epica lotta di Bruxelles da cui è tornato con il premio della speranza di un carico di debiti condizionati che oggi si sta oltretutto dimostrando abbastanza illusoria. Dopo l’estate Giuseppi è sparito dalla circolazione mediatica: non c’era più la malattia ma non c’erano neanche i soldi e quindi meglio girare alla larga da quella seccatura della pubblica opinione. Nel mentre è sceso un po’ nell’agone politico facendo un endorsment ad Emiliano, decidendo (probabilmente obtorto collo) di aprire le scuole in presenza e, soprattutto, consentendo, magnanimo e contro il parere dei virologi, che il popolo potesse officiare di nuovo quello squallido rito tribale che consiste nell’andare a mettere fogli di carta segnati con la croce (pure quella tocca subire, fosse almeno una mezzaluna) in grossi scatoloni non a caso chiamati “urne” come quelle del cimitero. Nel cominciare a fare politica, Giuseppi ha probabilmente fatto una scommessa speculare a quelle di Salvini: magari io invito tutti all’alleanza però senza espormi, magari non la fanno, magari perdono e io divento, dall’alto del mio auspicio, il federatore di tutta la sinistra visto che comunque alle elezioni vere non si può andare.

Come tutte le scommesse politiche, Conte poteva vincere e poteva perdere e ha perso. Perché l’alleanza non l’hanno fatta ma il PD ha “vinto” da solo per cui all’improvviso la favola bella è finita e Conte è diventato un politico come gli altri in un mondo in cui i voti, ogni 5 anni, contano eccome. In specie, il PD si è svegliato dal torpore e, ingrato, ha cominciato la caccia al Conte con vari obiettivi: prendere il controllo (con il 18%, ricordiamolo) del governo ed eliminarlo da una ipotetica corsa al Quirinale per la quale nel partito ci sono ormai le liste di attesa. Da lì la forzatura sui decreti Salvini, il pressing sul MES e soprattutto quello sull’emergenza sanitaria. Verrebbe quasi da dire che il PD sia tornato a vedere il premier come lo vedevano inizialmente Salvini e Di Maio, una figurante elegante ed affabile il cui compito era solo quello di celare la reale collocazione del potere. Dall’altro lato il PD svela un volto inquietante, estremista nella politica e nell’economia, più vicino al chavismo che alla tradizione comunista europea che comunque privilegiava il sistema produttivo. Adesso, mentre avvelena i pozzi per conto degli alleati europei, pretende anche di definire cosa è essenziale e cosa no, come se ci fosse qualcosa che dà al governo il diritto di farlo, alla fin fine ipotizzando un modello di cittadino che produce poco e consuma poco, tenuto com’è lontanissimo da concetti modernamente viziosi come sport, turismo, svago, cultura. In ciò appoggiato forse da un papato che ambisce probabilmente ad un Natale silente che allontani dalla pastorale la scandalosa figura di Nostro Signore e della sua Croce.

È proprio il pressing sulle misure sanitarie che gli fa particolarmente male perché rappresenta un attacco al cuore della constituency del suo potere: l’allarmismo e la paura elette a metodo di governo. Le uscite di De Luca confermano che i pochi governatori rimasti al PD svolgono il ruolo di mosca cocchiera per il partito: come la scorsa settimana, De Luca gioca a fare il duro costringendo Conte ad un’affannosa rincorsa. Conte sembrerebbe oggi più propenso a ricercare un approccio più equilibrato alla gestione della pandemia mentre è il PD che imbraccia il vessillo della chiusura ad oltranza. Resta il fatto che il premier si trova a dover gestire pressioni e condizionamenti a cui non era abituato, solitamente anticamera di un logoramento esiziale.

E’ chiaro che il governo è arrivato impreparato alla riapertura: il fatto che le terapie intensive siano oggi solo un migliaio in più di quelle che c’erano a febbraio è assolutamente indicativo del default organizzativo estivo. Ancora più probante la situazione delle scuole che, dopo sei mesi di dibattito inconcludente e spesso surreale, hanno riaperto così come erano il 4 marzo salvo l’obbligo della mascherina. Seguendo la discussione per tutta l’estate, la sensazione era che in realtà il retropensiero fosse quello di gettare la spugna all’ultimo momento salvo l'”August Surprise” di Draghi e del suo discorso sui giovani e sulla formazione. Ma non volendo aprire, si sono sprecati i mesi utili per incidere efficacemente su strutture, trasporti, organizzazione, strumenti disciplinari. A scuola, almeno nelle migliori realtà, obblighi di distanziamento, igiene e mascherina vengono abbastanza rispettati ma, a parte che il 100% è impossibile da raggiungere, è tutta la filiera esterna che fa acqua e questo non è responsabilità delle scuole ma della politica. Sono mancate scelte politiche efficaci:  i 3 miliardi spesi per i banchi con le ruote potevano essere usati per i trasporti (si parla di un fabbisogno di soli 300 milioni) o per potenziare la DAD o per organizzare le scuole su doppi turni e classi dimezzate. In queste condizioni, come detto qualche giorno fa, se si ammette che l’unica medicina sia il distanziamento sociale allora la razionalità suggerisce di chiuderle.

In generale, la speranza che si trattasse di un evento spot è ormai sfumata: indipendentemente dalla gravità che si riconosce alla situazione, il Covid-19 è diventato una patologia endemica che rimarrà con noi. Essendo una malattia parainfluenzale, si manifesta con ondate stagionali che hanno il loro fulcro nell’autunno inverno. Si tratta di capire come mai l’infezione manifesti gradi diversi di intensità in luoghi diversi (l’anno scorso in Italia, quaest’anno in Francia, Spagna e UK) ma, a parte che questa variabilità è una delle caratteristiche ricorrenti di tutte le malattie di tipo influenzale, alla fine si può semplicemente trattare di limiti nei processi di identificazione e valutazione, roba da tecnici. Del resto il tracciamento si doveva basare su Immuni che invece si dimostra essere il ridicolo simulacro digitale di una società che digitale non è, la scimmiottatura a scopo propagandistico delle realtà asiatiche, mentre si conferma anche il fallimento dell’inusitato tentativo di attuare un sistema di tracciamento manuale rispetto al quale si cade nella contraddizione logica: il vate Ricciardi lamenta che esso intercetta soli il 5% dei positivi ma allora questo significa che ieri i positivi erano 20 volte 10.000, cioè 200.000, e che i decessi di ieri (55) sono stati solo lo 0,0027% dei positivi: ma allora siamo sicuri di essere nel mezzo di un’emergenza sanitaria? Oppure lo scientismo di governo sta trasformando in fine quello che è solo un mezzo?

La scienza si è dimostrata al momento incapace di svolgere il suo compito, che è quello di indagare il morbo e trovare le soluzioni, ma questa non è una responsabilità che le può essere addossata: le modalità operative della scienza non si prestano all’emergenza ed all’esposizione mediatica ma richiedono tempi lunghi, abbondanza di informazioni, spirito critico, riserbo, silenzio, ragionamento, dialogo aperto e scevro da pregiudizi, comunicazione specialistica. Proprio questi elementi rendono gli scienziati inidonei al governo della società, arte (non scienza) che richiede invece rapidità di decisione ed esecuzione sulla base di dati incompleti, comunicazione massiva e grossolana, capacità di persuasione emotiva. In questi mesi la scienza, investita di compiti improbi e lasciatasi peraltro strumentalizzare, ha pensato di superare questi suoi limiti trasformandosi in funzione di governo sociale mentre la politica si è specularmente assunta compiti di natura medica. Ma come la scienza non può governare, analogamente la politica non può avere il compito di proteggere la salute individuale in quanto la sua funzione è invero quella di proteggere il sistema (politico ma anche socio-economico e culturale) che la esprime e consentirne la riproduzione. Proprio quello che il governo attuale, nella diatriba fra duri e durissimi, non ha mai fatto e non farà nel prossimo futuro.

Ad oggi non è ancora chiara la stessa natura di questo virus mentre non vi è unanimità di consensi sulle cure anche perchè, dato l’imbastardimento della scienza che sembra avere abbandonato la ricerca della verità per obiettivi economici e politici, le cure stesse sono diventate oggetto di polemica politica (vedi alla voce idrossiclorochina). I positivi asintomatici sono considerati latori di uno stigma sociale (gaudenti egoisti che mettono a rischio i nonnini) senza un minimo di approfondimento sul livello di infezione e sulla loro contagiosità. Le stesse modalità di trasmissione sono ignote: la scienza di governo non ha voglia, modo e tempo di fare la peer review e tutti gli studi sembrano buoni, anche quelli che parlano ricorrentemente, con poche o punte prove, di contagi trasmessi con l’acqua, le scarpe, le banconote e quelli inventati di sana pianta per contrastare Trump e la sua idrossiclorochina. Il vaccino sembra avere preso il posto che nella religione è proprio della vita eterna: un premio posto in un orizzonte temporale indefinito che serve ad affrontare un presente pesante, soluzione idonea a favorire un governo degli illuminati (o, almeno, da essi sostenuto) che ha venature autoritarie. Nel frattempo si glissa sui rimedi medici che pure esistono (plasma, cortisone, Remsenavir) presentati alla stregua di placebo anche se la statistica dimostra  che in pochi mesi questi rimedi hanno abbattuto la mortalità di interi ordini di grandezza.

Il modello sociale che viene proposto appare totalmente subordinato al virus ed alle sue manifestazioni: economia, politica, valori fondamentali, religione diventano mere variabili dipendenti rispetto ad ondate pandemiche interpretate e rappresentate  come una sorta di moderne manifestazioni del volere divino. Così come assurge ai crismi di una nuova religione l’obiettivo di reagire perseguendo la finalità universalistica e millenaristica dell’eradicazione del virus, obiettivo di per sè inaudito: l’unico virus eradicato nella storia umana è quello del vaiolo che non aveva certamente modalità di diffusione parainfluenzale. Viene invece esplicitamente negata la possibilità di fare ciò che l’umanità ha sempre fatto con le malattie: conviverci, il che significa continuare a fare quello che si faceva con un po’ di precauzioni in più. Invece il lock down è il moderno sacrificio offerto a questa divinità maligna: lungi dal distruggerla, distrugge i sistemi socio economici e politici che, fase dopo fase, ne vengono colpiti ed indeboliti mentre il virus riparte dopo sei mesi. E la stessa criminalizzazione dei cittadini copre la sostanziale irrealtà del rispetto di obblighi generalizzati nel tempo e nello spazio: il cristianesimo, conscio della debolezza umana, ammette una riconciliazione che viene invece negata dai vati scientisti della nuova religione.

Quanto può durare un sistema moderno costretto a vivere secondo ritmi stagionali ancestrali resi ulteriormente incerti dai capricci virali? Chi potrà fare progetti che portano a consumi ed investimenti in uno scenario così incerto? Il lockdown da Natale a Pasqua riproporrà il virus a settembre se non altro perché gli spostamenti non possono essere fermati completamente e d’altro canto, dopo tre o quattro lockdown, come sarà ridotto il sistema? E se sarà, come è presumibile, conciato male, quante risorse saranno disponibili non solo per affrontare i bisogni di una società moderna ma anche solo per continuare a lottare contro il Covid? Lo stesso vaccino non è all’ordine del giorno e non sembra poter garantire protezione totale e duratura per cui questa situazione sembra dover diventare sempiterna. Ma data l’nsostenibilità dei rimedi proposti, occorrerebbe invece accettarla e cominciare a convivere con il virus il che significa difendere i più deboli, curare i malati e lasciar vivere gli altri che, poi, sono la maggior parte della popolazione.

Come Gramsci scriveva nei suoi quaderni, la paura può stimolare comportamenti stoici ed anche eroici nel breve termine ma provocare rigetto nel lungo periodo. Una politica che voglia mantenere un allarme continuo rischia di cadere in una crisi di consenso oltretutto accompagnata dal progressivo decadimento del rispetto delle misure: a Conte ed al PD l’ardua sentenza, ricordandoci che i popoli possono scambiare facilmente libertà con sicurezza ma quest’ultima, anche in senso economico, non può venire a mancare. Il rischio dei leader, in questa fase, è quello di non essere mai sincronizzati con la realtà ma di sopravvalutarla, con conseguenze economiche disastrose, o di sottovalutarla, con l’espansione della malattia. Vedremo in futuro, per adesso, sono andato dal barbiere: taglio stile Marine perchè si sa, del doman non c’è certezza.

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