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Coronavirus, Politica Italia

“Matteo” Conte

Ieri l’Istat ha comunicato che nel terzo trimestre del 2020 il PIL italiano ha registrato un deciso rimbalzo del 16,1% rispetto al trimestre precedente. Il dato è congiunturale (quindi calcolato rispetto al secondo trimestre 2020 che invece aveva visto un -13% rispetto al primo) mentre il tendenziale (calcolato rispetto al terzo trimestre 2019) è negativo per il -4,7%. Variazione acquisita per il 2020: -8,2%. Non si sono registrati commenti da parte dell’esecutivo: Conte silente, solo Gualtieri (che effettivamente aveva parlato a Cernobbio di fortissima accelerazione) ha detto che questo dato conferma il quadro definito dalla Nadef di qualche settimana fa che prevedeva un -9% per l’anno in corso. La mancanza di commenti entusiastici si può ben comprendere se si riflette sulla contraddizione in cui il governo è caduto: il rimbalzo del PIL è dovuto ai “rischiosi” comportamenti di produzione e consumo posti in essere dagli italiani dopo la fine del primo (ormai si può definire così) lockdown, proprio quei comportamenti che, secondo le posizioni degli “scienziati” ormai avallate anche dall’esecutivo, il governo avrebbe dovuto vietare ma che a qual tempo non vietò pur rammaricandosi adesso del fatto che gli italiani non li abbiano comunque evitati proseguendo volontariamente la loro reclusione. Quindi il PIL è aumentato per effetto di comportamenti che si ritiene abbiano aumentato la diffusione del Covid ma che il governo non vietò per ottenere un aumento del PIL che essi hanno effettivamente provocato a danno della salute pubblica. Un bella contraddizione, quello che dici sbagli: ti entusiasmi per la consistente ripresa e ti dicono che è pagata dai morti e dalle terapie intensive, parli della tragedia dei morti e delle terapie intensive e ti dicono che il problema è anche il calo del PIL.

La contraddizione risale alle origini di questa vicenda quando, con i DPCM dell’otto, nove e ventidue marzo, il governo operò quella cesura fra ragioni dell’economia (banalmente indicate come ragioni del profitto) e quelle della salute. Da allora si è sempre ragionato così: o malati o poveri. Il problema di Conte è che adesso la congiunzione da “o” si è fatta “e”: malati e poveri allo stesso tempo. E ciò sta avvenendo perché sono crollati i due pilastri su cui il premier ha basato la propria strategia politica: la gestione efficace della pandemia e la tutela assistenzialista dell’economia tramite interventi statali e apporto di fondi del Recovery Fund.

Dal primo punto di vista, il governo ha fallito il test estivo della riorganizzazione in previsione di un ritorno autunnale della malattia, circostanza su cui tutti giuravano. Le quattro “T” sono state un fallimento via l’altro: pochi tamponi all’inizio della ripresa pandemica, quando l’isolamento dei positivi poteva essere utile e proficuo; tracciamento basato su una manualità sconcertante mentre l’APP Immuni si è dimostrata un guscio vuoto; terapie intensive non allestite; trasporti lasciati esattamente nella situazione in cui erano prima. A questo si può aggiungere anche la “S” della scuola che si pensava, probabilmente, di lasciare chiusa fino a che Draghi sentenziò sulla necessità di formare i giovani ma che poi è stata riaperta con modalità che, al netto del default dei trasporti, appaiono demenziali alle luce delle notizie circolate negli ultimi giorni: uno studio citato anche da Galli dimostra come un solo positivo in una stanza piena di gente senza mascherina e senza ricambio dell’aria (situazione che si riscontra in tutte le nostre aule) sia in grado di contagiare tutti i presenti.

L’inefficacia del governo nella programmazione delle misure antipandemiche fa il paio con la sua ostentata e reiterata ostilità verso l’economia. A questo riguardo, dopo mesi passati a osservare la protervia con cui si sono prese decisioni decisamente distruttive per le aziende e per il sistema economico negando qualsiasi possibile mediazione, non si capisce se questo atteggiamento sia dovuto ad ignoranza, a ideologia o, più probabilmente, a tutte e due. Conte ed il suo governo di politicanti meridionali hanno una visione ancestrale dell’economia, tutta fatta di fabbrica ed operai, e schifano quel settore terziario che vedono solo come foriero di vizi e dissipazioni e che invece rappresenta nell’insieme i tre quarti dell’economia. Solo il turismo pesava per il 13/15% di PIL e occupazione e, analogamente a quanto avvenuto negli scorsi anni per la Grecia, non ci sarà ripresa fino a quando anche il turismo si riprenderà. A livello microeconomico, i nostri capi hanno una visione puerile delle aziende interpretate evidentemente come organizzazioni di ricconi che dispongono di masse liquide poste a servizio illimitato del pagamento delle tasse e dei contributi per cui il problema, per loro, rimane solo quello di ristorare i dipendenti e dare un sussidio agli (ex?) imprenditori: non passa per la mente che ci siano costi fissi da onorare (investimenti finanziati da mutui, affitti, utenze, scorte che diventeranno obsolete o senescenti ) per i quali nulla si è mai previsto. E non passa per l’anticamera del cervellino l’idea che ogni azienda è relazionata con le altre per cui il mancato pagamento di tali costi determina la crisi di altri soggetti (fornitori, consulenti, banche, proprietari immobiliari) per i quali magari non è previsto alcun “ristoro”. Al contempo l’intento evidentemente statalista delle misure adottate sembra soddisfare pulsioni ideologiche di stampo collettivista o decrescitista: anche parlando della massa di soldi teoricamente proveniente dal New Generation UE non si è mai espressamente previsto un ruolo per l’economia privata. Ma lo stesso Recovery Fund sta scomparendo nelle nebbie di Bruxelles da cui era improvvisamente emerso. Il nome stesso (Fondo per la Ripresa) lasciava intendere il diverso stato d’animo che dominava a inizio luglio quando venne messo a punto: uno strumento per ripartire dopo che l’emergenza era finita. Ad oggi siamo di fronte ad una recrudescenza pandemica probabilmente sopravvalutata ma che ha comunque spazzato via l’ottimismo estivo e dimostrato l’insufficienza dello strumento per dimensioni, modalità di erogazione, tempi e finalità. Ursula vive in un fatato mondo elitario intriso di tecnologia ed ecologia che è ormai distante anni luce dalla realtà di società impoverite, impaurite e squassate da divisioni, massima quella fomentata dal terrorismo islamico: pensare di usare quei soldi per promuovere politiche gretine (soprattutto dopo la scomparsa mediatica dell’insopportabile svedesina) appare, appunto, gretino. Ma la scomparsa del New Generation UE mette il cappio al collo di Conte che, pur con pochi meriti reali, ci aveva messo sopra il cappello e aveva ipotecato il resto della legislatura legandolo alla gestione della massa di soldi che doveva arrivare.

Oggi la posizione di Conte è insostenibile. Perduta la credibilità nella gestione pandemica, ormai identificata solo nella riproposizione di lockdown come se non ci fosse un domani, e privato della leva finanziaria europea sta toccando con mano, per il tramite delle proteste di piazza pacifiche e non, l’insostenibilità politica della contrapposizione salute-malattia che ha perorato nei mesi passati. Vero è che probabilmente oggi seguirebbe una via mediana fra le due esigenze ma il tempo passato ha creato distinti “partiti” della salute (CTS, virologi assortiti, PD, Speranza, governatori) e dell’economia (alcuni virologi, Confindustria, imprenditoria privata, parte del M5S pur solo in chiave di tutela dei propri ministri, centrodestra pur con molte contraddizioni) che oggi si fronteggiano con i loro vati ed i loro schieramenti mediatici e questo scontro prescinde oramai dalla sua figura che sta rapidamente perdendo autorevolezza e capacità di leadership. Mi spingo a dire che se anche, dopo il lockdown prossimo venturo, si dovesse verificare un marcato calo dei positivi questo non basterebbe più a mantenerlo all’apice del sistema politico a causa della crisi sociale e del calo di consenso che ormai investe la sua contraddittoria figura.

La crisi di Conte è talmente grave da avere fermato la spinta a logorarlo posta in essere dal PD subito dopo le regionali. Il PD vuole assumere il controllo dell’esecutivo ma lasciando Conte a prendere gli schiaffi e salvaguardandone comunque la stabilità per evitare crisi al buio che possono sfociare non dico in elezioni ma in governi del Presidente che marginalizzino i partiti ed influiscano sulla corsa al Quirinale. Conte è stato costretto dai governatori PD e da Speranza ad emettere DPCM in serie sempre più restrittivi e distruttivi ma le proteste di piazza, pacifiche e non, lo hanno chiamato in causa direttamente distruggendo la sua autorevolezza e facendo naufragare quell’immagine di pater familias duro ma illuminato che aveva cercato di accreditare nei mesi. Di suo ci ha messo un’inesperienza politica che sfiora l’ingenuità e che lo ha indotto a ripetere modelli decisionali e comunicativi che andavano bene a marzo, quando l’epidemia era considerata un accidente del destino, ma non adesso dopo 6 mesi passati a non fare niente. A un certo punto la sua posizione è diventata così evidentemente debole da fargli sparare previsioni a caso sul vaccino a novembre (cioè entro sette giorni) così da indurre il PD a frenare il suo impeto visto che, invece che a un rimpasto, si poteva arrivare ad esiti non prevedibili. Ciò non toglie che anche Conte è diventato un “Matteo”, un leader politico che ha conosciuto un successo rapido ma breve ed incapace di variare la sua offerta politica ed i suoi riferimenti, e a tendere (magari a primavera quando la pandemia darà un po’ di respiro) concluderà la sua parabola.

Del resto l’errore strategico, che accomuna peraltro tutti i leader europei, è stato quello di considerare la pandemia non per quello che è, cioè un semplice fenomeno sanitario da gestire e mitigare, ma una singolarità tale da dare avvio ad una nuova era negli assetti giuridici-economici-sociali. Ad oggi la scienza non ha ancora dato risposte chiare riguardo a nessuno dei punti critici dell’epidemia: la sensazione è che non si abbia neanche una chiara idea dei meccanismi di diffusione delle malattie virali respiratorie che evidentemente vanno al di là del mero contatto fisico one-to-one visto che anche l’influenza ha cicli di sviluppo e remissione stabili da millenni che non sono stati toccati significativamente neanche dai vaccini. In generale è assurdo pensare che l’obiettivo delle politiche sanitarie debba essere un illusorio eradicamento del virus che conduca a rischio zero e zero morti e che tutto questo debba oltretutto avvenire senza l’impiego di medicinali ma solo tramite l’imposizione di comportamenti individuali elencati minuziosamente, oppressivi, pesanti e non coordinati. Siamo arrivati a dire che la malattia si diffonde perché gli occhi non sono protetti (saremo imbavagliati ed anche bendati?) o perché ci tocchiamo il viso: a questi livelli, l’unica soluzione è l’imbalsamazione. Queste idee deliranti che vorrebbero imporre divieti assurdi ed antiumani sono volte solo a colpevolizzare le persone e a scaricare sui loro modesti inadempimenti la causa dell’epidemia. Del resto se si voleva che la salvezza provenisse solo dai comportamenti, allora perché non preferire le “egoiste” maschere FFP2 che almeno avrebbero responsabilizzato sull’autotutela della propria salute?

La strada giusta era quella della mitigazione: accettare realisticamente che il rischio zero non esiste e che qualcuno morirà e operare per ridurre i danni a partire dal rafforzamento delle strutture ospedaliere. Al netto dell’inazione del governo e delle regioni (tutte: nord e sud, destra e sinistra, perfino l’Alto Adige) in estate, le notizie sullo stato degli ospedali sono confuse: siamo al caos oppure la situazione è sotto controllo? Le terapie intensive sono 5.000? O 6.000? O 10.000? Ed il personale c’è o ci sono solo i letti? Visto che il dimensionamento dei servizi deve essere attuato sui livelli massimi di domanda, come si può essere al collasso con un tasso di occupazione delle terapie intensive compreso, a seconda delle stime, fra il 18 ed il 22%? Se poi in un mese Bertolaso aveva aperto due ospedali Covid con la miseria di poche decine di milioni di Euro, cosa impedisce di farlo anche ora e nelle altre regioni?

Domande oziose così come l’analisi dei numeri (a proposito, ieri strilli sui giornali ma morti in calo e mortalità su coorte calata all’1,04%) mentre si va verso un lock down motivato solo da preoccupazioni per l’inverno così come la preoccupazione per l’autunno aveva fatto prorogare lo stato di emergenza (ma non indotto a rafforzare gli ospedali) a luglio con gli ospedali vuoti: del doman non v’è certezza ma di questo passo siamo sicuri di non uscirne più.

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