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Politica internazionale, Terrorismo

La posta in gioco (e Vienna)

E finalmente ci siamo arrivati: stanotte (ora italiana) si decide il destino di Trump e della singolarità politica ed esistenziale che ha rappresentato negli ultimi quattro anni. Portato a Washington dall’ondata populista del 2016, rappresenta oggi l’ultimo scoglio su cui può infrangersi la risacca politicamente corretta veicolata dal Covid e dalla sua narrazione.

Vale poco tratteggiare i quattro anni passati: un inizio molto balbettante che dimostrava inesperienza nel ruolo e scarsa capacità di scelta dei collaboratori seguito da un biennio molto più positivo sulla base di una stretta alleanza con il mondo militare (ad un certo punto la Casa Bianca sembrava essersi trasformata in una “Junta”) che aveva sostituito i businessmen della prima ora e di una ripresa economica che, prima del Covid, aveva assunto caratteri inconsueti anche per la dinamica economia americana, portando a livelli infimi il tasso di disoccupazione. Buoni successi in campo internazionale ottenuti con uno stile assolutamente eterodosso, nessuna nuova guerra avviata, la fortunosa ma efficace riorganizzazione delle Corte Suprema, il progressivo riconoscimento del fatto che The Donald poteva essere “strano” nei modi, certo molto lontani da quelli tipici delle messe cantate di politica e diplomazia, ma molto efficace nei risultati. Nel frattempo le rivolte antifa della prima ora, il Russiagate completamente inventato, accuse di sessismo provenienti da pornostar assortite, l’ostilità della stampa a reti e pagine unificate e, in un 2020 da crescendo rossiniano, il tentativo di impeachment, il Covid, le rivolte negre, la malattia che lo ha personalmente colpito. Un percorso segnato dall’indice di gradimento di Rasmussen (l’unico istituto demoscopico che nel 2016 predisse la sua elezione) passato dal minimo di 38 all’attuale 51%, lo stesso livello di Obama nel novembre 2012. Lo stesso Rasmussen lo dà oggi indietro di un solo punto su Biden ed in stretta lotta nelle strategiche Arizona e Florida.

Due i grandi limiti della sua presidenza: il mancato riavvicinamento politico (quello personale con Putin pare esserci stato) con la Russia, pegno pagato all’alleanza con i militari che lo trasse fuori da guai nel 2017, e la sua incapacità di tessere alleanze globali con movimenti politici similari. Si è mosso bene con i suoi pari (Bolsonaro, Johnson, polacchi e ungheresi) ma la politica partitica non fa per lui. In Italia, in particolare, non sembra avere trovato personaggi all’altezza finendo per ripiegare su un “Giuseppi” che per lo meno lo ha aiutato nell’intricata vicenda di servizi segreti che lo stava stritolando, segno peraltro di quanto poco gli interessi il Belpaese.

Nel tempo si è spostato progressivamente su posizioni sempre più convintamente religiose culminate con la partecipazione (unico presidente nella storia americana) alla marcia per la vita antiabortista. È parso paradossalmente incarnare le vesti di un’alternativa alla Chiesa bergogliana persa dietro un’assurda deriva globalista, terzomondista e islamista. Questo ruolo gli è stato pienamente riconosciuto dall’altra strana figura di Monsignor Viganò che pare avergli conferito il ruolo dell’antipapa attribuendo a queste elezioni un drammatico significato escatologico e facendo propri argomenti di solito relegati al rango di complottismo.

Serenamente, dobbiamo riconoscere che l’ondata “populista e sovranista” (in realtà democratica) del 2016-2018 sta conoscendo un riflusso sotto le intemperie del Covid e della relativa narrazione e della riorganizzazione dei “poteri forti” che, avendo riconosciuto di non poter competere su internet, anche grazie al Covid stanno apertamente e progressivamente censurando siti e posizioni alternative. In questo momento mantenere in carica un personaggio che presidi, a livello di poteri mondiali, i valori tradizionali di Dio, Patria e Famiglia è già tanto. La vittoria di Biden aprirebbe la strada ad uno sconquasso del mondo che conosciamo che verrebbe travolto da lockdown sanitari, ecologismo estremista, immigrazione e narrazione antifa che coprirebbe la sostanziale vanificazione delle libertà e dei diritti.

Possiamo parlare per giorni, trovare mille difetti nella persona e nelle sue politiche e auspicare mille soluzioni per il futuro del suo secondo mandato ma tutto gira attorno al fatto che Trump, domani, esca vincitore. Ben sapendo, fra l’altro, che anche una vittoria elettorale nella giornata del 3 novembre troverebbe mille ostacoli in voto postale, riconteggi, tradimento dei grandi elettori, rivolte di piazza e contenziosi legali. Rasmussen Report, registra uno scarto di un solo punto percentuale a suo sfavore dopo che lo svantaggio era giunto al 12% ma anche dopo che Trump, qualche giorno fa, era tornato in testa il che, con una fortunata distribuzione dei voti a livello di singoli stati, potrebbe consentirgli comunque di vincere visto che gran parte del vantaggio di Biden deriverebbe dalle grandi città delle coste dove il successo dei democratici è sicuro indipendentemente dai voti ottenuti. Del resto i DEM non devono essere sicurissimi di vincere visto l’impegno profuso da Obama a sostegno di un Biden che, dopo l’ultimo dibattito e nel momento in cui Trump, tornato in campo dopo la convalescenza, ha iniziato il suo rush finale, ha disvelato tutta la sua pochezza. Se poi vincesse, occorrerebbe vedere le maggioranze parlamentari e comunque i medi non gli riconoscerebbero legittimità e si troverebbe di fronte all’ennesima rivoluzione colorata e dovrebbe, a quel punto anche cominciare a temere per la sua vita. In caso contrario, è probabile che la vendetta sarebbe comunque pesante da parte dei vincitori che non gli perdonerebbero di averli così tanto spaventati ed intralciati.

Penso che alla fine Trump vincerà perché il voto bianco vale pur sempre il 61% del totale e perché difficilmente gli americani in generale accetteranno di cambiare il loro lifestyle con uno che prevede impoverimento, reclusioni domiciliari, rivolte telecomandate e distruzione di beni pubblici e privati. Ma al contempo gli USA rappresentano, come sempre, l’anticipazione di quello che succederà alle società europee ormai frammentate in mille rivoli di tutti i generi e caratterizzate da una frattura politica drammatica che impedisce la sintesi e la mediazione ed apre la strada solo ad una dittatura di una parte politica, la “loro” o la “nostra”. Speriamo sia la “nostra”.

***************

Nella notte attentati a Vienna in sei località diverse. La tecnica sembra essere quella di Parigi e del Bataclan ma a partire dal quartiere ebraico, le prime notizie di un’esplosione (circostanza che metterebbe il marchio islamico sugli attentatori) sono state smentite, tutti i leader difendono l’Europa ma nessuno dice da chi. Dopo un attentato islamico, si solito ce ne vuole uno neonazi e gli ebrei (peraltro illesi) ben si prestano alla bisogna: Islam di nuovo all’attacco o false flag in arrivo?

6.32: il ministro degli interni austriaco rompe gli indugi e parla di movente islamista e simpatizzante ISIS.

Discussione

Un pensiero su “La posta in gioco (e Vienna)

  1. Certo che con una Pelosi che dichiara che il presidente sarà Biden “qualunque sia il conteggio finale” e un Biden che in un video afferma di avere messo insieme la più vasta organizzazione di brogli elettorali della storia politica americana, la vedo dura.
    Al momento è in testa Biden per 122 a 93. Speriamo bene.

    "Mi piace"

    Pubblicato da blogdibarbara | 4 novembre 2020, 3:18

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