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Politica internazionale

Quando arbitro fischia

Scriviamo qualcosa adesso che lo scrutinio non è ancora concluso e che nessuno ha raggiunto i 270 seggi. Le elezioni americane di ieri dimostrano alcune cose:

  1. L’elettorato americano ormai non esiste più, non esiste una comunità di destino ma esistono due tribù distinte e contrapposte sotto molteplici profili che si disprezzano reciprocamente, ma questo lo sapevamo già;
  2. I sondaggi di opinione, volutamente falsi, non sono più strumenti di ricerca e di informazione ma mezzi di lotta politica e anche questo lo sapevamo già;
  3. Il sistema elettorale americano si basa su modelli organizzativi tipici, a scelta, del Far West dell’800 o dei paesi del terzo mondo. La vicenda delle schede elettorali inviate per posta dimostra che si tratta di uno strumento del tutto privo di possibilità di riscontro non essendo nemmeno sicuro che sia impedito che uno voti per posta e poi si presenti ai seggi. Neanche si capisce chi convalidi i risultati di un’elezione statale visto che sembra sia la Associated Press a chiamare, stato per stato, il vincitore con il che la stampa interviene nel gioco politico non solo diffondendo informazioni ma addirittura creando gli eventi;
  4. Ho seguito lo spoglio dalle 3,30 ora italiana e fino alle 6,00 andava tutto bene: tutti gli stati scrutinavano e apparivano risultati aggiornati salvo una certa ritrosia della AP a “chiamare” gli stati trumpiani. Dalle 6.30/7.00 fino alle 17.00 blocco di tutti gli aggiornamenti negli stati chiave, tutti “rosa” e tutti (tranne la Georgia) con governatore democratico. Dalle 17.00 sono ripartiti i flussi di dati con sconvolgimenti tutti a favore di Biden e vittorie millimetriche negli stati dei Grandi Laghi. Da ieri sera tutti i dati degli stati critici sono fermi: non ho elementi per dire se si tratti di veri e propri brogli ma la puzza un po’ c’è;
  5. Trump non è un morto che cammina e questo lo avevo scritto da settimane. Rappresenta la tradizione americana che oggi è forse minoritaria ma dura a morire. Avrebbe vinto facile nel 2019, nel 2020 paga Covid, crisi economica, BLM ma forse avrebbe ugualmente vinto se si fosse votato fra una settimana o, alternativamente, se non ci fosse stato il voto anticipato. Donald era fortissimo nel consenso fino al primo dibattito quando, con tempismo sospetto, uscì la piazzata sulle dichiarazioni dei redditi. Lì perse sei punti di gradimento in contemporanea con un dibattito televisivo non eccelso e con l’inizio del voto anticipato. La malattia sembrava avergli dato il colpo di grazia ma la pronta guarigione lo aveva invece rivitalizzato anche nel consenso con gli indici di nuovo ai massimi rinforzati da un ottimo secondo dibattito che aveva invece evidenziato i limiti di Biden. A quel punto forse molti avrebbero anche cambiato il voto già spedito ma questo era difficile o impossibile. Con altri sette giorni di campagna (nel 2016 il primo martedì di novembre cadde l’otto) avrebbe forse ripreso qualche migliaio di voti negli stati che si stanno dimostrando decisivi.

Il presidente, comunque, non è stato eletto ieri ma lo sarà il 14 dicembre nell’assemblea dei grandi elettori. Se Trump vincesse in Pennsylvania, Nord Carolina e Georgia potrebbe contestare i voti di Michigan e Wisconsin e giocarsela di fronte alla Corte Suprema, unico ambito oggi forse non controllato dai democratici. Si tratta comunque di un’impresa immane perché i brogli è meglio farli che subirli e contestare centinaia di migliaia di voti espressi in diversi stati porterà a scontri legali di difficilissima soluzione (il caso Florida del 2000 insegna) ed anche solo una sconfitta sarebbe a questo punto pregiudizievole, senza contare la canizza che i media DEM scateneranno per un mese contro il “dittatore che non vuole accettare il verdetto del popolo”. Pur sperando in un esito favorevole, le probabilità sono oggi a vantaggio di Biden, senza contare che da questo caos si uscirà probabilmente con una soluzione politica che preveda magari un passo indietro del tycoon a fronte di una riabilitazione postuma e di un habeas corpus per lui e per i familiari (è pur sempre un imprenditore e Berlusconi docet). Comunque, parafrasando Boskov, “partita finisce quando arbitro fischia” ed i giochi per adesso sono ancora aperti.

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  1. Pingback: Se arbitro fischia | Average Joe - 14 dicembre 2020

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