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Politica internazionale

Trump: è stato bello

Follow the numbers: confrontiamo gli esiti delle elezioni 2020 con quelle del 2016:

 20162020DELTA
 DEM (Clinton/Biden)     62.521.739     75.404.182  12.882.443
 REP (Trump/Trump)     61.195.258     70.903.094    9.707.836
 LIB        4.429.019        1.740.796–   2.688.223
 GREEN        1.457.216           352.957–   1.104.259
 ALTRI            388.724        388.724

Trump guadagna quasi 10 milioni di voti rispetto al 2016, Biden fa ovviamente meglio ma partiva da una base elettorale superiore. Il voto elettorale premia i democratici ma tutto si può dire tranne che l’esperienza trumpiana sia stata sterile, circostanza confermata dal fatto che Trump è il candidato più votato nella storia USA con 132 milioni di voti in due elezioni.

Trump perde per pochi stati toss up andati tutti ai democratici pur con grandi miglioramenti nel consenso rispetto al 2016:

 20162020DELTADELTA %VANTAGGIO BIDENVOTI ELETTORALI
MICHIGAN        2.279.805        2.644.525        364.72016%                 146.00016
WISCONSIN        1.409.467        1.610.030        200.56314%                   20.000                           10
PENNSYLVANIA        2.912.941        3.316.291        403.35014%                   26.000                           20
GEORGIA        2.068.623        2.455.428        386.80519%                   10.000                           16
NORD CAROLIN        2.339.603        2.658.274        318.67114%–                  75.000                           16
NEVADA           511.319           629.879        118.56023%                   34.000                             6
ARIZONA        1.021.154        1.626.679        605.52559%                   17.000                           11
TOTALE     12.544.928     14.943.126    2.398.19419%                 178.000                           95

Negli stati critici aumenta i voti quasi del 20% ma perde per un totale di circa l’1% che scende all0 0,6% se si esclude il Michigan. Al netto dei possibili magheggi, la distribuzione dei voti è stata sfortunata, Trump è cresciuto laddove non serviva (stati sicuramente democratici o repubblicani) ma non abbastanza dove era necessario. Negli stati toss up a lui poco favorevoli ottiene un miglioramento percentuale superiore a quello medio nazionale e ciò spiega lo sforzo immane e opaco che i democratici hanno dovuto sobbarcarsi. La sfortunata distribuzione dei voti testimonia il cambiamento dell’elettorato repubblicano rispetto al passato: meno uomini bianchi e più latinos e neri, alla faccia del razzismo di cui Donald sarebbe stato portatore.

Lascio perdere i brogli che probabilmente ci sono stati e la cosa strana è che questo è l’unico caso di pretesa dittatura in cui i brogli li fanno le opposizioni il che sfata il mito del tiranno razzista e antidemocratico: molti gli indizi riportati nei precedenti post e qui un reportage completo dei vizi del voto. Ma le possibilità di vincere in sede giudiziaria sono poche: occorre vedere se Trump vuole fare ricorso (ed il mobbing mediatico a cui è sottoposto e che coinvolge le sua famiglia dimostra che comunque il timore DEM è molto), se ha le prove (dimostrare la falsità di centinaia di migliaia di voti in sei stati è difficile) e soprattutto se la giustizia americana, istituzionalmente politicizzata, degli stati critici, tutti democratici, le vorrà considerare. C’è il rischio che alla fine l’esito sia confermato nel qual caso verrebbe certificata la sconfitta di Trump che altrimenti potrà atteggiarsi a vittima di un complotto. La Corte Suprema poi interverrà solo alla fine ma, a parte che i Justice sono stati nominati per due terzi da Obama, Clinton e Bush, occorre vedere se vorrà dissestare il sistema dopo che per un mese Biden sarà stato presentato dai media come presidente e si sarà comportato da tale. Senza considerare che se ti prendi il rischio di truccare le elezioni USA in mondovisione, magari qualche appoggio anche in quella sede pensi di averlo. Vedremo da qui al 14 dicembre, senza dimenticare il ruolo della stampa che, oltre ad avere creato per 4 anni un regime di odio e di divisione ed aver praticato per tutto il 2020 terrorismo sanitario a piene mani, ha dimostrato di giocare un ruolo vitale nell’esisto elettorale: non solo ha veicolato le informazioni in un certo modo (ad esempio usando due pesi e due misure nella “chiamata” degli stati trumpiani) ma ha addirittura creato l’evento dell’elezione (ad oggi ufficialmente non confermata) e si è incaricata poi, alla faccia della libertà di espressione e del dovere di informazione, di mobbizzare il presidente uscente che reclamava il diritto di utilizzare le facoltà consentitegli dalla legge.

Le elezioni confermano che gli esiti finali sono determinati dallo spostamento del voto bianco, come è sempre avvenuto e come era facilmente prevedibile se si pensa che i bianchi sono circa il 60% della popolazione totale e che sono rinforzati da componenti latinos e nere che hanno accolto alcuni elementi del loro lifestyle. Quel che è nuovo è il fatto che essi non hanno risposto alla chiamata identitaria in base al colore della pelle ma in base ad elementi diversi. Infatti negli USA non esiste più un solo elettorato ma due, non intercambiabili né sovrapponibili, che si odiano reciprocamente: chiunque vinca, l’altro lo interpreterà come sopraffazione e dittatura. La contrapposizione è solo parzialmente ideologica (conservatori contro progressisti) e razziale ma è soprattutto antropologica: ceti urbanizzati contro ceti rurali. Come tale è pressoché irriducibile perché gli stili di vita ed i sistemi valoriali si basano su presupposti socioeconomici completamente diversi, come è dimostrato ampiamente dall’esperienza dei paesi europei e dalla stessa storia a partire dalla rivoluzione francese. Ma confermano anche che il trumpismo è entrato e uscito dalla storia politica locale lasciando delle conseguenze, in primis per il partito repubblicano. Il GOP non è più il partito del maschio bianco, avendo acquisito significative quote di voto etnico, ma questo non lo lascia tranquillo per il futuro. Trump non è certo un genuino repubblicano ma ha piuttosto preso in ostaggio quel partito ricattandolo ed utilizzandolo per i suoi fini e spostandolo su una piattaforma ideologica e politica lontana dalla sua tradizione. Adesso i repubblicani sprofondano in una crisi esistenziale, traditi dall’elettorato bianco e teoricamente in possesso di voti che non potranno certo tenere in futuro con la loro tradizionale offerta di più guerre e meno tasse. Le differenze ideologiche fra repubblicani e Trump sono enormi a partire dalle posizioni su libero commercio e aborto. Potrebbero continuare nella loro trasformazione in un partito sovranista di massa ma questo stride con la loro identità di partito di sistema a partire dal fatto che gli viene a mancare chi può interpretare, anche solo fisicamente, questo ruolo. I democratici, invece, hanno vinto e recuperato parte del voto bianco urbano ma lo hanno fatto mettendo insieme una coalizione variamente colorata che ora, nelle sue componenti, passerà all’incasso. In realtà hanno dimostrato di poter vincere solo esasperando i toni e sono loro stessi ostaggio di una minoranza elitaria urbanizzata che si mobilita solo per sfide epocali, rifugiandosi altrimenti nel non voto, e che deve essere titillata con dosi crescenti di estremismo massimalista, oggi di carattere razziale ed ambientalista. La realtà politica americana inizia ad assomigliare a quella europea ma la presenza di innumerevoli linee di frattura la rende in realtà una puzzle in cui è difficilissimo proporre una proposta politica valida per la maggioranza dei votanti ed in cui la vittoria è quasi frutto del caso. Perdurando questa situazione, il tradizionale bipartitismo rischia di essere superato dai fatti creando problemi politico istituzionali ancora maggiori. Si apre la strada a un futuro di tensioni in cui la disputa è fra uomini carismatici che superano i partiti e apparati di partito che si oppongono agli uomini carismatici.

Trump potrebbe rompere definitivamente questo schema creando un proprio partito? Probabilmente no, perché il bipartitismo è ancora un fattore istituzionale, a partire dalla dichiarazione di appartenenza al momento della registrazione nelle liste elettorali, ed è difficile che qualcuno possa vincere al di fuori dei due partiti anche se potrebbe fare perdere qualcun altro come avvenne con Ross Perot nel 1992. Molto dipenderà da quello che farà Trump e, quindi, anche da come lui si vede adesso: un leader politico che è stato ingiustamente sconfitto o l’interprete di un one-man-show che ora passa ad un altro spettacolo per appagare il suo smisurato ego? Perché il grande limite di Donald è stato quello di non avere posto alcuna base per il futuro: ha certo dominato l’ambiente politico ma rimanendogli, in fondo, del tutto estraneo. La visione sul futuro, certo, gli è stata in gran parte impedita dalla lotta senza quartiere che gli è stata condotta soprattutto nel primo biennio ma purtroppo il tempo giusto per porre radici sarebbe stato proprio il secondo mandato. In realtà, uomo solo al comando, ha fatto fatica a trovare e tenere collaboratori e non ha speso tempo ed energie per creare una leva politica per il futuro né per promuovere un’internazionale sovranista. Ha avuto rapporti cordiali, anche se non calorosissimi, con capi di governo simili (Bolsonaro, Johnson, in parte polacchi e ungheresi) ma è completamente rifuggito da un ruolo più propriamente politico a livello internazionale.

Proprio i movimenti sovranisti internazionali sono quelli che più hanno da temere per il futuro: con la sconfitta di Trump perdono un personaggio eterodosso che era al tempo stesso mezzo e messaggio per i loro argomenti forti. Posizioni critiche su immigrazione, ambiente, relazioni internazionali, financo temi religiosi non potevano essere completamente rimosse dal dibattito pubblico finchè a portarle avanti era il presidente del mondo ma adesso, per silenziarle, basterà che i media ed i social le oscurino per farne perdere le tracce insieme ai leader che le propugnano.

I poteri forti hanno anche mandato un messaggio fortissimo a questi partiti: non appendetevi al consenso elettorale perché possiamo falsare le elezioni quando e come vogliamo, basta creare un clima mediatico adatto, controllare i social ed avere in mano le leve amministrative e giudiziarie locali. E se per farlo occorre dissetare interi sistemi, allora lo faremo. Se sono riusciti a farlo negli USA che non hanno mai conosciuto il fascismo, figuriamoci in Europa dove l’allarme antifa è diuturno. Il permanere dell’emergenza Covid, che Biden si prepara non a caso ad attizzare, aiuta in tutto questo. Il ruolo che rimane ai sovranisti è, da un lato, quello di trasformarsi in una generalizzata opposizione di sua maestà adeguatamente pagata per il ruolo interpretato, dall’altro quello di avviare un’evoluzione in senso conservatore così da prendere il ruolo che in precedenza era dei popolari adesso diretti verso sponde ecologiste ed immigrazioniste. L’unico frutto dell’ondata sovranista oggi infrantasi è la Brexit: consiglio a BoJo di chiuderla a fine anno in tutti i modi se non vuol rischiare qualche ritorno di fiamma degli unionisti di casa sua.

In Italia non c’era, in ogni caso, nessuno realmente accreditato presso Trump. La sconfitta farà male anche qua perché verrà estesa anche a Meloni e Salvini e quindi più aggressivi si faranno i rivali. Ma in Italia non esiste più un partito di centro-destra almeno dalla caduta di Berlusconi, gli spazi politici per una normalizzazione proficua ci sarebbero. Vedremo nei prossimi mesi.

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