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Economia e società, MES

Il miglior debito

È iniziata all’improvviso una discussione sulla cancellazione dei debiti contrati dagli stati europei per far fronte alla pandemia da Covid-19. Vale la pena partire da un po’ di numeri.

A fine 2019 il debito pubblico italiano era pari a 2.410 miliardi mentre il PIL italiano nello stesso anno era stato di 1.787,7 miliardi per cui il rapporto debito / PIL, lo scorso anno, era rimasto stabile al 134,8%. Nel 2020 lo stock di debito è aumentato significativamente visto che già a fine settembre, spinto dai tre scostamenti di bilancio già votati per un totale di 100,3 miliardi di euro, aveva raggiunto i 2.582 miliardi. La prima richiesta di scostamento da parte dell’esecutivo risale al 5 marzo, con successiva integrazione l’11 marzo, quando era stata autorizzata una maggiore spesa in termini di indebitamento netto di 20 miliardi. Il 24 aprile, in occasione della presentazione del Documento di economia e finanza, era stato richiesto un nuovo scostamento di 55 miliardi, e il 23 luglio era arrivata la terza (e per ora ultima) richiesta di un ulteriore spesa di 25 miliardi. È adesso in arrivo una quarta richiesta per un ammontare complessivo di 15-20 miliardi per far fronte al lockdown di ottobre-novembre per cui arriveremo presumibilmente in un intorno dei 2.600 miliardi.

A fronte di questo aumento dell’indebitamento, il PIL vedrà un forte arretramento: la NADEF di settembre prevedeva un calo del 9% mentre il consuntivo Istat al terzo trimestre vedeva un arretramento dell’8%. Sono tuttavia numeri già vecchi perché le chiusure di fine anno porteranno più facilmente ad una riduzione del 12% (per inciso, più o meno quanto valeva il settore del turismo allargato nel 2019) per cui, in presenza di un’inflazione tendente a zero se non negativa, il PIL nominale sarà di circa 1.573 miliardi con una perdita di 215 miliardi rispetto allo scorso anno. Conseguentemente il ratio debito / PIL salirà al 165%. Premesso che stride il confronto con gli anni passati quando lo scostamento del deficit dal 2,4% al 2,04% (prove tecniche di comunicazione manipolativa di Casalino) aveva dato luogo a qualcosa di simile a scontri di religione mentre adesso lo scostamento di 31 punti percentuali sembra una passeggiata di salute, il che per inciso dimostra la visione puerile dell’economia da parte di questo governo non a caso diretto da un avvocato (categoria totalmente avulsa dal fenomeno numerico) meridionale (area geografico-culturale in cui, a torto o ragione, l’economia è identificata solo con la spesa pubblica), la situazione non è particolarmente diversa negli altri paesi con la Francia che farà +22% (da 98% a 120%) e la Spagna +23% (da 95% a 118%) segno che la gestione della pandemia ha fatto acqua più o meno nello stesso modo da tutte le parti.

A questo punto, dicevo all’inizio, è arrivata la proposta di azzerare il debito legato al Covid e non è mica arrivata dai populisti di M5S e Podemos, mica dai sovranisti europei, tutta gente che ha competenze ed autonomia di pensiero che arrivano fino ad un certo punto e una fifa nera di dire qualcosa di nuovo e giusto. Macchè, la proposta è arrivata da due insospettabili: da Sassoli, presidente per caso del Parlamento Europeo, e niente popò di meno che da Enrico Letta, il politico più europeista che l’Italia abbia mai prodotto. Poi la proposta è stata appoggiata da opinionisti come Giulio Sapelli, Carlo Pelanda, Alessandro Mangia e criticata da economisti come Fitoussi e opinionisti come Bottarelli. Alla fine è arrivata la Lagarde per dire che la proposta è illegale perché contraria ai Trattati ma, si sa, la BCE a livello di legalità potrebbe ormai fare parte della banda della Magliana (neutralizzazione del fiscal compact e monetizzazione e mutualizzazione del debito docent) solo che viola le norme con le buone maniere e a fin di bene e poi non sa, povera avvocatessa, che l’economia prevale sempre, modificandolo, sul diritto perchè se così non fosse oggi saremmo ancora governati dal codice di Ammurabi. Niente di più facile, quindi, che si tratti solo di tatticismi per limitare un po’ le pretese in una partita che è ormai cominciata atteso che nel 2021 si vota in Germania ma nel 2022 in Francia e nel 2023 in Italia e sia mai, se ci faranno liberamente votare (cosa ormai non scontata visto quel che è accaduto negli USA), che i sovranisti vincano in tutto il Mediterraneo sull’onda di una crisi del debito pubblico affrontata con strumenti ottocenteschi. Dimenticavo, forse il primo opinionista a parlare di cancellazione del debito era stato il blogger: oggi la situazione è politicamente anche più favorevole perché qualche mossa straordinaria serve anche ad altri paesi, in primis la Francia.

Tutto ciò premesso, vediamo di capire. Primo punto: di quale debito si sta parlando? Di quello detenuto dalla BCE (di seguito la sigla potrà essere utilizzata anche per indicare il Sistema Europeo delle Banche Centrali) o anche di quello detenuto dai privati? Evidentemente solo del primo altrimenti si incorrerebbe in un chiaro episodio di default che azzererebbe ogni merito di credito degli emittenti e comporterebbe l’automatico downgrading di tutto il debito residuo. Su questa distinzione corre probabilmente qualche critica posta al provvedimento ma si tratta evidentemente di argomentazioni speciose tanto è cristallina la sostanza della questione.

Secondo punto: di quanto debito stiamo parlando? Le banche centrali (in Italia la Banca d’Italia che opera acquisti in regime di quantitative easing su mandato della BCE) detengono, in rapporto al PIL, circa il 33% del debito italiano (dati 2019, fonte: Prometeia https://www.agi.it/data-journalism/debito_pubblico_infrazione_italia-5604850/news/2019-06-06/). Malcontati, alla fine del 2019 si parlava di 590 miliardi di Euro. Nel 2020 il sistema delle banche centrali ha acquistato circa il 25% delle nuove emissioni (la capital key è del 17%) per cui, dato che sono stati emessi circa 500 miliardi di nuovi titoli, si parla di altri 100-120 miliardi. In definitiva, il sistema delle banche centrali arriverà a detenere, a fine 2020, circa 700 miliardi di passivo statale: un bel tesoretto che rappresenta il prossimo vello d’oro della politica italiana e su cui si possono fondare serie ambizioni politiche.

La cancellazione del debito – vediamo appresso in quali forme possibile – non presenta particolari controindicazioni. In effetti, lo sforzo profuso dalla BCE nel tentativo di provocare un’inflazione inferiore ma vicina al 2% è ampiamente fallito visto che circa 3 trilioni di Euro stampati a partire dal 2015 si accompagnano a tassi di inflazione che solo in Germania e sporadicamente si sono avvicinati a quella soglia. Di conseguenza, se ammettiamo che l’inflazione sia un fenomeno puramente monetario, teoria probabilmente falsa ma invalsa a partire dagli anni ’80 e su cui si è fondata la presa di potere delle banche centrali, occorre dire che la massa monetaria mobilitata è inferiore alle necessità e ci sarebbero perciò le condizioni, se non la necessità, per accelerare sulle varie forme di quantitative easing. Di più, visto che la riduzione del debito per via reale fino ai parametri usuali è ormai impensabile non solo in Italia ma anche negli altri paesi mediterranei, occorrerebbe cominciare a pensare che qualche anno di inflazione strisciante (termine in voga negli anni ’80 che indicava una inflazione fino al 5%) sarebbe da ricercare attivamente visto che permetterebbe di dare un senso all’austerity imposta agli stati e vanificata dai meccanismi deflattivi innescati dall’eccesso di debito, dalla crescita tecnologica e dalla demografia dei paesi in via di sviluppo, tutti fattori che costituiscono ostacoli alla crescita generalizzata dei prezzi. Del resto, la FED sembra orientata a seguire questa strada da quando ha annunciato che il riferimento al 2% è da intendersi come valore medio per cui ci saranno periodi in cui la crescita di inflazione anche oltre tale soglia non si accompagnerà all’aumento dei tassi. Quindi, delle due l’una: o l’inflazione non è un fenomeno monetario, e quindi nulla osta ad una politica monetaria allegra, oppure lo è ma, per motivi ignoti, lo sforzo finora profuso è insufficiente ed occorre aumentarlo.

Tutto ciò premesso, nella situazione attuale più che le percentuali valgono le cifre assolute. Abbiamo visto che il debito pubblico crescerà in Italia di circa 190 miliardi nel 2020 e sappiamo che circa un quarto del totale (diciamo 50 miliardi) è stato acquistato dalla BCE. Quindi, se volessimo annullare il debito generato dal Covid, dovremmo limitarci a questa cifra che non sono bruscolini ma equivale solo ad una grossa finanziaria e quindi non sposta sostanzialmente nulla dal punto di vista della sostenibilità della parte di debito che residuerebbe e che rappresenterebbe pur sempre il 162% del PIL 2020.

Potremmo quindi ipotizzare di cancellare tutto il debito sorto nell’anno del Covid pur glissando amabilmente sul fatto che circa 39/40 miliardi di deficit erano comunque previsti sin dall’inizio per effetto della previsione di deficit al 2,2% contenuta nella finanziaria 2020. Tuttavia per cancellare tutti i 190 miliardi di debito aggiuntivo, ipotizzando di lasciare indenni i creditori privati, dovremmo indurre la BCE a condonare l’intera cifra andando ad incidere non solo sulla quota di BTP acquistati nel 2020 ma anche su quella degli anni passati. Niente di impossibile ma bisogna intendersi su quello che si vuole. In questo caso rimarrebbero 2.410 miliardi di debiti pari al 153% del PIL 2020: eh sì, perché il problema non è dato solo dal numeratore ma anche dal denominatore che è sceso in maniera più che proporzionale e impedisce, agendo solo sul debito, di ritornare ai livelli precedenti.

Per raggiungere questo obiettivo (debito / PIL al 135%), dato il crollo del PIL senza precedenti, occorrerebbe ridurre lo stock di debito a circa 2.120 miliardi il comporterebbe una cancellazione di circa 480 miliardi, gran parte dello stock detenuto dal sistema delle banche centrali fino alla fine dello scorso anno. Oltretutto, questa soluzione varrebbe solo qui ed ora perché evidentemente il deficit 2021 è già previsto, per l’Italia, al 2,2% ma sconta un rimbalzo del PIL che è fuori da ogni previsione, visto il calo del quarto trimestre che si estenderà anche al primo trimestre 2021 e il permanere del virus almeno fino al prossimo autunno-inverno, e che impedisce di credere veramente ad un rimbalzo a “V”.

Non sono indifferenti neanche le modalità di cancellazione. Fitoussi ha commentato che l’ipotesi di cancellazione è un’ingenuità visto che le banche centrali semplicemente garantiscono, mediante il rinnovo dei titoli in scadenza, la perpetuità del debito statale con riferimento non alle singole emissioni ma al complesso delle obbligazioni. Questa è in effetti una situazione tipica di tutte le banche centrali che fanno riferimento ad un singolo governo come avviene al di fuori dell’area Euro e come avveniva anche da noi in passato finchè il nostro Paese ha goduto di sovranità monetaria. Queste banche centrali non sono altro che un elemento del sistema politico istituzionale statuale la cui mitizzata autonomia altro non è che il punto di caduta degli equilibri fra poteri forti e sistema politico. Però, visto che la BCE fa riferimento ad un sistema di paesi dotati ciascuno di un diverso governo e fra i quali si distinguono figli e figliastri e visto, oltretutto, che la sua regolamentazione è basata su di un complesso sistema di relazioni in cui comunque è presente una parte formale rappresentata da trattati e statuti, la pretesa di non regolamentare le modalità di cancellazione rimettendosi alla normale pratica dei banchieri centrali è, essa sì, del tutto ingenua. La BCE, oggi tanto osannata, sta semplicemente facendo quello che faceva la vecchia e disprezzata Banca d’Italia: monetizza il debito assicurando il collocamento del debito pubblico nella misura richiesta dal governo (in questo caso, i governi), assicura la liquidità sul mercato secondario, attua una repressione finanziaria che mantiene bassi i tassi di interesse, controlla il tasso di cambio e retrocede gli utili allo stato (in questo, agli stati). Lo fa, oltretutto, in modo complesso, insufficiente, lento e tardivo proprio perché soggetta a formalismi e negoziazioni al suo interno. Abbiamo atteso 20 anni per ritrovare quello che avevamo ma lo abbiamo ritrovato da poco e non si sa per quanto altro tempo visti i complessi equilibri economici e sociali che presiedono all’attuale e momentanea strategia di Francoforte. Non siamo assolutamente sicuri che il quantitative easing (terminologia che vorrebbe per l’appunto indurre a considerare straordinaria, temporanea ed irrituale la monetizzazione che è invece prassi ordinaria dell’operatività dei banchieri centrali) continuerà a lungo e per le quantità necessarie. Per cui, a maggior ragione, se addirittura desideriamo sterilizzare parte del debito è necessario che la decisione venga formalizzata e riferita a specifiche emissioni. Sarebbe da ingenui, o forse peggio, non scrivere niente oggi perché farlo non è elegante per poi trovarsi con un voltafaccia fra anni o mesi.

Fra i critici Bottarelli contesta l’effetto stigma che graverebbe sul residuo debito in caso di annullamento di una porzione dello stesso. Si tratta di una argomentazione abbastanza peregrina perché non si vede, a questo punto, come possa il debito italiano sfuggire all’effetto stigma che si manifesta sia che si acceda ad un prestito privilegiato come è il MES sia che venga annullata una quota di debito preesistente: così definito, lo stigma diventa quindi una categoria dello spirito che affligge costantemente i poveri bond italiani qualunque cosa si faccia. Risibili altre critiche che fanno riferimento al fatto che la cancellazione non inietterebbe denaro fresco nell’economia ma sanerebbe soltanto spese già fatte: a parte che se uno sa che il debito gli verrà condonato magari ne fa anche un goccio in più, ma la differenza nei prossimi dieci anni fra rimborsare debiti fatti come se non ci fosse un domani e non rimborsarli credo che sia visibile anche a chi non ha fatto studi economici approfonditi.

Riguardo alle modalità di cancellazione, le soluzioni sono molte. Esclusa la possibilità di un impegno, di per sè sempre revocabile, a reinvestire alla scadenza i proventi dei titoli rimborsati con altri di nuova emissione (questa è la soluzione adottata dalla banca centrale giapponese ma non adatta alla realtà europea), possiamo ipotizzare, come fatto in altri post precedenti, che quelli già in portafoglio alla BCE vengano sostituiti con altri irredimibili o a scadenza lunghissima (perché non 300 o 500 anni?) in modo che l’inflazione riduca progressivamente il valore reale delle obbligazioni. Questo escamotage permetterebbe di salvare il principio della moneta emessa a debito e di salvaguardare formalmente l’equilibrio patrimoniale della BCE che altrimenti verrebbe compromesso in caso di semplice annullamento dei titoli. Giova ricordare che le banconote emesse sono iscritte nel passivo della BCE a fronte degli asset acquisiti per il loro tramite (titoli o beni reali) ma anche che, al di fuori di un regime di gold standard che preveda la convertibilità in oro delle banconote, questo passivo è del tutto fittizio non corrispondendo a reali obblighi verso qualcuno. Quindi anche una semplice cancellazione dell’attivo sarebbe priva di effetti reali visto che il patrimonio netto rimarrebbe, nella sostanza, sempre attivo causa sostanziale assenza di passività. La stessa Banca dei Regolamenti Internazionali (detta anche la “banca delle banche centrali”) ammette che una banca centrale possa avere patrimonio netto negativo anche se questo fatto produrrebbe effetti sulla sua indipendenza e autorevolezza in quanto risulterebbe meno credibile sui mercati e potrebbe dover richiedere interventi del governo per la ricapitalizzazione. Dato che la BCE emette moneta, l’ipotesi di effettuare un’emissione a suo favore a fini di ricapitalizzazione non dovrebbe essere esclusa dal novero dei possibili interventi. In ogni caso sono questioni solo di tradizione e di supposto prestigio che non dovrebbero bloccare possibili situazioni innovative giustificate da una situazione che ha già molto innovato in altri campi.

Visto che l’esplosione dei parametri dei debiti pubblici è andata di pari passo con il calo dell’inflazione, non sarebbe da escludere neanche un’altra soluzione: una temporanea delega agli stati ad emettere autonomamente moneta avente pieno corso legale al di fuori del circuito del debito. In questo modo lo stato finanzierebbe direttamente la sua spesa pubblica senza pregiudicare il bilancio e senza mettere in difficoltà le istituzioni finanziarie. Volendo un po’ svariare, si potrebbe pensare alla possibilità di emettere monete metalliche di alto valore unitario (coin da un miliardo?) da depositare poi in un conto presso il sistema delle banche centrali e ottenere così risorse spendibili. In effetti un decennio di inflazione risistemerebbe molti debiti privati e pubblici e dare maggiore solidità al sistema anche se, ovviamente, ridefinirebbe i rapporti di forza fra creditori e debitori.

In definitiva, questo dibattito fa apparire già stantia la tesi draghiana che distingueva fra debito buono e cattivo: quello di cui stiamo parlando è infatti il miglior debito, quello che non si rimborsa più. Si tratta di un’analisi che si basa su paradigmi invecchiati di colpo e che, se già ad agosto appariva come un mezzo passo indietro rispetto all’articolo di marzo sul Financial Times, diventa oggi una proposta di retroguardia rispetto alla gravità dei tempi che mettono a rischio la stessa tenuta sistemica dell’occidente e al modo in cui si sta sviluppando il dibattito. Sarà interessante vedere che ruolo giocherà l’ex Presidente della BCE e come questo dibattito si intreccerà con la sua probabile elezione a PdR.

Sassoli e Letta hanno fatto anche un passo avanti sul tema MES ipotizzandone una riforma che lo riporti in seno alla Commissione Europea. Al netto di altre possibili osservazioni, vorrebbe dire sanare un vulnus gravissimo connesso alla nascita del MES stesso ed alle ipotesi di riforma che ne facevano uno strumento privatistico ed onnipossente nei confronti degli stati debitori. Di fatto i due esponenti PD riabilitano completamente le posizioni euroscettiche dell’ultimo anno evidenziando, sotto la patina dell’inadeguatezza finanziaria dello strumento, le problematiche politiche che erano ormai viste da chiunque.

Contemporaneamente Berlusconi è andato a Canossa per cercare di entrare nella maggioranza. Le “condizioni” poste per farlo (un occhio di riguardo per le partite IVA) sono minimali atteso che un partito di centro destra in questo momento avrebbe ben altri argomenti da brandire in cambio di un appoggio all’esecutivo come, per esempio, la richiesta della sospensione della revisione dei decreti Salvini o dell’iter parlamentare della proposta di legge Zan. Silvio è, molto più del Trump che ha criticato, schiavo di una sua immagine e di interessi che non si sono evoluti nel tempo. Si vede ancora come un protagonista e un imprenditore e queste due caratteristiche stridono con la realtà attuale della sua persona e del suo partito. Oltretutto, è assurdo che si proponga come padre della patria uno che scappa in Francia per sfuggire al Covid e trasferisce in Olanda la sua azienda ma, ormai si sa, la stampa oggi non solo distorce ma addirittura crea la realtà e quindi non è vero quel che è vero ma è vero quel che (non) si racconta.

Si sta formando una maggioranza Ursula fuori tempo massimo che ha al suo interno la potente contraddizione del MES che solo Zingaretti, Renzi e Silvio vogliono ancora. Vedremo se il M5S abdicherà di nuovo alle sue posizioni o se l’arrivo del vecchio psiconano farà esplodere le sue contraddizioni interne.

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