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Economia e società

Great Reset

Quello pubblico non è l’unica forma di debito esistente sulla Terra, tutt’altro. L’intero pianeta è intriso di debiti privati di imprese, famiglie ed istituzioni finanziarie.

L’IIF (Institute of International Finance) citato da Mauto Bottarelli in un recente articolo, ha stimato che il debito globale – governativo e privato – nel 2020 che sta per terminare supererà quota 277 triliardi di dollari. Quindici triliardi sono stati aggiunti allo stock soltanto nei primi tre trimestri di quest’anno come risposta proprio alla pandemia da Covid. Oggi siamo a quota 272 triliardi ma l’IIF si dice certo che da qui a un mese altri cinque abbondanti andranno a sommarsi. In questo contesto, il debito governativo non fa neanche la parte del leone: la sua quota sul totale arriva soltanto a circa un terzo.

Il trend è fortemente crescente visto che la stima a 10 anni è per un ulteriore incremento di oltre il 30% (85 triliardi) fino a 350 triliardi. Considerando che la stima del PIL mondiale, variabile a seconda delle agenzie, oscilla fra 75 e 85 triliardi, vediamo che il rapporto debito / PIL è, al minimo, superiore al 323%. Nel 2030 è probabile che il ratio peggiorerà visto che il semplice mantenimento del rapporto percentuale in essere richiederebbe una crescita media annua nel decennio di circa il 3%: valore non scontato visto che quest’anno si parte con un handicap del 3% almeno e che la media ventennale, che sconta il grande boom cinese di inizio secolo, è stata solo del 3,6%. È da notare che il trend del debito globale è crescente da lungo tempo ed anzi il ritmo sta addirittura rallentando: aumentato del 50% nel primo decennio del XXI secolo, la crescita si è ridotta al 37,5% nel secondo decennio. Se la crescita del PIL globale è stata, negli ultimi 20 anni, di circa l’88%, vediamo che la crescita del debito è stata del 200% e quindi molto più rapida del valore posto al denominatore.

In tutto questo, l’Italia non sta neanche male: ai vertici per indebitamento pubblico, nella classifica del debito globale si piazza attorno al 15° posto come dimostra la tabella che segue. Evidentemente l’atteggiamento conservativo delle famiglie (e delle connesse imprese familiari) e delle banche favorisce un contenimento dell’indebitamento complessivo rispetto alle esperienze degli altri paesi.

Si tratta, adottando le ormai invalse definizioni draghiane, di debito buono o cattivo? Direi che in gran parte si è dimostrato cattivo o, addirittura, pessimo in quanto i circa 180 triliardi di debito sorti fra il 2000 ed il 2020 non hanno creato i presupposti per il loro servizio, presupposti rappresentati necessariamente dalla corrispondente crescita del PIL che, per il tramite della distribuzione primaria (profitti, imprese, rendite) e secondaria (tassazione e spesa pubblica), determina la crescita dei redditi che rende possibile il rimborso ed il pagamento degli interessi. La cattiveria del debito è dovuta alla sua destinazione prevalentemente rappresentata dai consumi e non dagli investimenti e quando si parla di consumi non si fa riferimento solo a quelli, ovvi, delle famiglie ma anche a quelli delle imprese (riacquisto di azioni o erogazione di extra dividendi) e della pubblica amministrazione la quale, piccandosi di erogare direttamente beni e servizi, ha semplicemente preso il posto della domanda individuale.

La presenza di così tanto debito pone questioni di sostenibilità non limitate agli stati. Questa degli stati è peraltro una problematica vissuta solo nell’Eurozona dove si ha a che fare con una moneta che è per tutti straniera e condizionata e che poco si adatta, in un verso o nell’altro, alla specifica realtà di ciascuno. Il problema della sostenibilità è invece generalizzato per il mondo bancario che comincerà presto a fare i conti con la cattiva qualità dei crediti erogati ed anche in questo caso, come discusso nel precedente post, varrebbe la pena di prevedere qualche forma di cancellazione magari per il tramite del riacquisto a fronte di emissione di nuova moneta. Anche famiglie e imprese non finanziarie avranno difficoltà a mantenersi solvibili alla luce della presumibile riduzione dei flussi economici e del deperimento degli asset finanziati, laddove questi perlomeno esistono.

A partire dall’inizio di questa grande crisi si è perso di vista il fenomeno fondamentale della produzione progressivamente concepita, specie ai fini del mantenimento del consenso, solo come uno strumento meno efficace, più lento, più incerto e più complesso del mero ricorso al debito. La perdita di PIL avvenuta nel 2008-2009, specie in occidente, combinata con il crescente ruolo della Cina e di altri attori dello scenario economico internazionale ha prodotto come reazione non certo la modernizzazione e l’aumento di competitività del sistema economico, circostanza resa praticamente impossibile dai lacci e lacciuoli imposti dal welfare state, ma la distribuzione di redditi, variamente denominati, finanziata tramite la mera creazione di moneta emessa a fronte di titoli di debito. Questa prassi è stata consentita dalla sostanziale assenza di inflazione, circostanza esogena dovuta alla globalizzazione ed ai fattori demografici e tecnologici che ha prodotto, che ha consentito di espandere la massa monetaria senza andare ad incidere sulle ragioni dei creditori i quali, una volta rassicurati circa la permanenza del valore reale e della denominazione monetaria dei loro attivi, vi hanno acconsentito vedendo in essa una soluzione che rafforza la solvibilità dei debitori al contempo posti sotto stretta sorveglianza.

Questo fenomeno ha interessato soprattutto i paesi democratici occidentali, stressati dal continuo susseguirsi di elezioni di tutti i generi, ed in particolar modo l’Unione Europea che da parte sua aveva improvvidamente perso tutti i treni dei driver di sviluppo, fossero essi l’internet economy, le telecomunicazioni o la finanza. Nel corso del primo ventennio, l’UE ha avuto una crescita media annua dell’1,47%, meno della metà di quella del mondo (compreso l’UE, quindi il resto del mondo ha avuto una crescita anche maggiore) ed un terzo di quella americana il che, a tendere, rischia (anche se vi sono forti segnali che in realtà ciò sia già avvenuto) di pregiudicare il suo ruolo economico, politico e diplomatico.

I vertici dell’Unione Europea, devastata dalla pochezza della presidenza Junker, paiono averlo capito individuando, apparentemente, nella “sostenibilità” il driver che potrebbe ricondurre i paesi europei ad un ruolo trainante a livello mondiale. Il problema è però rappresentato dal gravissimo gap di efficacia ed efficienza che contraddistingue in tutti i campi – trasporti, energia, rifiuti – le nuove tecnologie rispetto alle vecchie. In questo senso la strategia dell’Unione si basa su un doppio paradosso: l’imposizione, al proprio interno, delle nuove tecnologie in una logica di economia pianificata che vieta l’utilizzo delle tecnologie concorrenti (vedasi, ad esempio, il caso delle auto diesel) e la contemporanea richiesta di omologazione imposta ai paesi extra europei facendo leva solo sul suo ruolo di principale mercato di consumo al mondo. Ma questa strategia, nella misura in cui non crea reale valore per gli utilizzatori e riduce la produttività, tende a deprimere il sistema economico invece che a rivitalizzarlo, comporta conseguentemente la svalutazione degli asset reali e finanziari e impone di fatto di istituzionalizzare la creazione di moneta al fine di sussidiare i consumi imposti e mantenere alta la coesione sociale. D’altro canto, la corsa verso le nuove tecnologie ha assunto caratteri di eccessiva ideologizzazione e pare volta più a rieducare i propri cittadini che non a sviluppare un mercato globale per le stesse.

La vittoria di Biden ha aperto il dibattito sul “Great Reset” inteso alternativamente come nuova frontiera umana e tecnologica o come ritorno ad un assetto feudale dell’economia e della società. Quest’ultima interpretazione è stata fatta propria da monsignor Viganò che ha rivolto accorati appelli, prima e dopo le presidenziali USA, con due lettere che hanno attribuito a questo evento significati escatologici. Le tesi di Viganò sono state riprese letteralmente dal fronte anti-globalista ma si scontrano, a mio avviso, con alcuni dati economici di fondo. La visione reazionaria del Great Reset pare condurre ad un mondo di divisione castale che si accompagna ad una potente repressione dei consumi di massa visti come incompatibili con la salvaguardia del pianeta e perciò destinati ad essere sostituiti da modelli di vita digitale. Tuttavia è evidente che la sostenibilità dell’enorme debito esistente poggia, direttamente o indirettamente, sugli stessi consumi di massa che si vorrebbero comprimere o addirittura eliminare. Il consumo, individuale o pubblico, è elemento necessario per evitare il collasso economico globale e caso mai si tratta solo di capire dove questi consumi devono essere indirizzati. La pandemia ha determinato una repentina modernizzazione tecnologica di molte attività produttive – dal lavoro alla scuola alla sanità – che proseguirà per forza in futuro, in maniera più consapevole e sistematica, rafforzando la componente tecnologica e digitale dell’economia. Ma dal punto di vista dei consumi, la dimensione digitale sembra essere troppo limitativa rispetto alle esigenze umane che vedono nel movimento, nell’incontro e nella socialità strumenti fondamentali per il loro soddisfacimento e tale da mettere in crisi la componente più tradizionale dell’economia che ha esigenze completamente diverse. Il decentramento e la digitalizzazione insieme alla limitazione ed alla normazione dei comportamenti fanno prosperare tutto il grande mondo delle nuove tecnologie ma sono veleno per la old economy che invece necessita di consumi più tradizionali e maggiori libertà individuali. La grande lotta è oggi fra questi due modelli di business ognuno dei quali si porta dietro le sue diramazioni politiche e militari (basti pensare al ruolo delle oil company nelle guerre medio-orientali) con la finanza che può ragionevolmente stare nel mezzo e limitarsi ad attendere il vincitore. Alla fine, lo stile di vita ed il sistema politico dei prossimi decenni saranno segnati dall’esito di questo scontro epocale che, nostro malgrado, vivremo in diretta.

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