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Politica internazionale

Bidenshenko

Washington come Kiev o Minsk: la folla assalta il parlamento e la polizia spara: 4 morti, 13 feriti, decine di arresti. La serata di ieri rimanda alle memorie lontane ed esotiche delle Cortes di Tejero o della Duma di Eltsin anche se la situazione è assai diversa perché in questo caso si tratta della ribellione improvvisa ed improvvisata di una piazza umiliata e misconosciuta che non aveva, sin dall’inizio, alcuna possibilità di successo. Si sono riviste scene bielorusse di un popolo che contesta l’elezione del presidente a causa dei brogli perpetrati e non importa che qui il capopopolo sia il presidente uscente che tanto questo titolo e ruolo a Trump non sono mai stati riconosciuti tanto è vero che si tratta, forse, del primo caso al mondo di brogli posti in essere dall’opposizione.

L’insurrezione (Biden dixit) getta ombre di sangue sull’elezione di Sleepy Joe e segna drammaticamente l’inizio della sua presidenza. È vero che si tratta di sangue di “deplorevoli” e quindi, fra non molto, l’eccidio sarà dimenticato e nascosto o addirittura, per contro, enfatizzato dalla stampa collusa e dai social allineati, ma è anche vero che il mandato inizia nel segno di una spaccatura del paese forse rimasta finora ignota nelle sue reali proporzioni. Si tratta di una spaccatura politica che ha profonde basi sociali, etniche, economiche e, in definitiva, antropologiche e quindi difficilmente risanabile. È una spaccatura che ha dimensioni geografiche evidenti (campagna vs città, sud verso nord) con punti di massima frizione negli stati swinging del Mid West che non a caso sono stati teatro dei brogli. Eh già, perché che i brogli ci siano stati è ormai abbastanza evidente e riconosciuto anche da un 30% di elettori democratici. La questione non ha avuto alcuna evoluzione in quanto soppressa dall’amministrazione, taciuta dalla giustizia (nessuna corte, neanche quella Suprema, si è espressa nel merito rifiutando di ammettere i ricorsi solo per questioni procedurali) e negata dalle TV e dai social che, sin dalla sera del 3 novembre, hanno attuato i loro soliti metodi di disinformazione e menzogna permettendosi perfino di sospendere la conferenza stampa del presidente uscente. Per non parlare del GOP e dei suoi capi (buon ultimo Pence) che si sono elegantemente sfilati dalla tenzone lasciando solo Trump e perdendo, come conseguenza, anche il Senato, cosa che a loro fa ancora più male perché anche un solo seggio di maggioranza avrebbe garantito, come la vita di Joe Biden dimostra ampiamente, 4 anni di affari lucruosi. Come bene rilevava Veneziani, non esistono più, in USA come in Italia, figure terze, ambiti di mediazione e strumenti di garanzia ed allora era abbastanza prevedibile che una parte, invero microscopica, dei 74 milioni di elettori di Trump, che per la quasi totalità sono convinti di essere stati vittime di un imbroglio, passasse alle vie di fatto. La reazione del sistema è stata chiara e apre la strada al pogrom dei trumpiani (anche semplici cittadini) che la Ocasio Cortez aveva preannunciato ma 4 anni sono lunghi e forse qualche apertura verso le posizioni dei trumpiani andrà messa in conto. Per adesso gli spari sulla folla, del tutto ingiustificati ed inutili in quanto evidentemente nessun maggiorente delle camere riunite è mai stato in pericolo, suggellano drammaticamente questa frattura e gettano sulle spallucce decrepite di un ottuagenario affetto da demenza senile il compito di provare a ricucire la nazione: auguri. Se poi dovesse succedere quello che tutti prevedono, cioè le rapide dimissioni del presidente e l’ascesa di Kamala Harris, forse anche nel campo DEM qualche frattura potrebbe sorgere.

Vale la pena rilevare che stranamente nessun presidio era stato posto a tutela del Campidoglio e che gli insorti di ieri sera sono stati affrontati armi in pugno dall’FBI mentre per i saccheggi dei Black Lives Matter si ipotizzava di sostituire la polizia con gli assistenti sociali: differenze evidentemente giustificate dalla diversa natura dei manifestanti e dal fatto che il potere, alla fine, è sempre il potere.

Trump conclude presidenza e vita politica: il GOP non lo appoggerà più e sarà già tanto se nei prossimi mesi scanserà il fallimento (troppi giornali parlano all’improvviso di guai finanziari di cui non si era mai avuto sentore nei 4 anni alla Casa Bianca e basta che una banca ritiri i fidi per farlo saltare per aria) e accuse da galera per non parlare dei rischi per la sua vita: non credo che i servizi si impegneranno molto nella tutela dell’ex presidente che più hanno odiato. Il suo destino è stato segnato fin da subito data la mancanza di appoggi nel sistema certificata dalla sceneggiata della Suprema Corte e dal messaggio di 10 ex segretari di stato che gli intimavano di andarsene: non avendo avuto l’appoggio dell’esercito, il resto erano discorsi. Finisce anche la carrieruccia di Pence perché il GOP è spaccato e i trumpiani lo considereranno sempre un Giuda non votabile. Finisce in realtà anche il GOP che è dilaniato dalla spaccatura fra vertici e base che riflette quella fra moderati e trumpiani e difficilmente nei prossimi anni troverà una sintesi fra le due posizioni senza considerare che anche la Georgia ha provvidenzialmente eletto, puta caso, i senatori giusti (addirittura un nero) e che quindi i dubbi di regolarità continueranno fino a quando i democratici perderanno un’elezione importante. Se si pensa che il mid term del 2022 riguarderà stati a maggioranza repubblicana (Trump nel 2018 perse la Camera ma si rafforzò al Senato), sarà difficile che si abbandonino a breve metodi e tecnologie che si sono rivelate così utili. Per gli USA si apre un capitolo nuovo: la conflittualità interna raggiunge i livelli massimi dalla Guerra di Secessione e occorrerà capire se questa debolezza consentirà di mantenere un ruolo prevalente a livello mondiale.

In generale, i due principali istituti della democrazia liberale sono in grave crisi. I parlamenti hanno forse mantenuto la funzione di rappresentanza ma hanno perso quella di direzione politica diventando, nel migliore dei casi, il punto di raccordo della propagazione a livello nazionale delle politiche globaliste o, nel peggiore, un club affaristico in cui la percezione di prebende pubbliche si intreccia con pratiche corruttive e conflitti di interessi. Le elezioni patiscono certamente l’avvento di modalità astruse, come il voto postale, che impediscono adeguati controlli (vedasi anche le elezioni presidenziali austriache del 2016 o l’elezione dei parlamentari esteri in Italia) e l’utilizzo di strumenti tecnologici non verificabili ma, soprattutto, la radicalizzazione degli elettorati che vanno a costituire tribù politiche separate che si delegittimano a vicenda. Il principio di maggioranza, in base al quale ammetto che le decisioni che mi riguardano vengano prese da politici votati da altri da me, implica per forza di cose un po’ di “idem sentire”, un minimo senso di appartenenza ad un’unica comunità di destino. Laddove queste condizioni non esistono, la votazione popolare è solo uno strumento per ratificare il dominio di una componente sulle altre come accade nei paesi africani divisi in etnie, tribù e clan. E’ questo anche il motivo per cui il Parlamento Europeo non potrà assurgere ad un reale ruolo legislativo fino a quando le differenze nazionali non verranno superate da quelle politiche: lasciando perdere gli italiani, nessun tedesco accetterebbe una legge votata da stranieri che avessero messo in minoranza i rappresentanti teutonici. Questo fenomeno sta accadendo un po’ ovunque ma soprattutto negli USA in cui globalisti e patrioti sono realtà oramai distinte sotto molteplici profili e con interessi ormai così divergenti da impedire anche una qualche forma di dittatura democratica in cui la legittimità politica non deriva dalla rappresentanza ma dalla capacità di soddisfare bisogni ed aspirazioni. Nei prossimi anni il destino sarà quello del susseguirsi di elezioni più o meno contestate da cui scaturiscono governi che vengono visti come tirannici dagli sconfitti.

Alla fine, vista la situazione, è meglio così. Adesso le carte sono tutte sul tavolo: Biden e Harris hanno in mano gli USA e l’occidente e quindi possono attuare pienamente la loro agenda ideologica e antiumana. Se non incontreranno resistenza, vuol dire che ce la saremo proprio cercata.

Discussione

2 pensieri su “Bidenshenko

  1. Articolo lucidissimo e pieno di giuste connessioni logiche e politiche. Credo che l’autore viva negli USA per comprendere ed esprimere ciò’ che i media non vogliono dire.

    "Mi piace"

    Pubblicato da Dan | 8 gennaio 2021, 6:06

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  1. Pingback: AMERICA, QUALCHE FATTO E QUALCHE RIFLESSIONE | ilblogdibarbara - 9 gennaio 2021

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