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Scuola

Non di sola scuola

Se la DAD (didattica a distanza) era stata salutata come l’angelo salvatore della scuola ai tempi del Covid, la DID (didattica digitale integrata), il nuovo acronimo assegnato alla smart school che sembra avere ballato una sola primavera, è il nuovo nemico contro cui si stanno scagliando tutti: studenti, famiglie, politici, ministro.

Già gli acronimi lasciano intendere come la nuova realtà sia stata rapidamente metabolizzata dal mondo scolastico che è lestissimo ad inventare denominazioni e concetti che, a seconda dei casi, nascondono la realtà o ne simulano il cambiamento: la scuola sta disperatamente cercando di adottare modelli organizzativi ed operativi simili a quelli aziendali ma senza dirlo apertamente perché altrimenti “diventa un’azienda” con conseguenti okkupazioni e scioperi generali ed al contempo è diffusa l’idea che basti cambiare un acronimo (vedasi la ASL della Buona Scuola Renziana poi diventata PCTO) per dimostrare che i problemi sono stati risolti. Ed il fatto stesso che, in un periodo di anglofonizzazione spinta del nostro linguaggio, si adottino prolisse terminologie in puro burocratese invece delle più cool e sintetiche “smart school-teaching-learning”, dimostra come il sistema stia tentando, per l’ennesima volta, di introiettare la realtà al suo interno per cercare poi di snaturarla, addomesticarla, domarla e gestirla.

Comunque vada a finire l’era del Covid, sicuramente quello che resterà sarà l’incremento del tasso di digitalizzazione della nostra esistenza in tutti i campi: lavoro, relazioni, svago, cultura, servizi. È difficile che la scuola e l’insegnamento possano rimanerne del tutto esenti e d’altro canto la scuola era stata forse il sistema che meglio aveva reagito, a marzo, ai cambiamenti che di lì a pochi giorni avrebbero stravolto tutto il resto. La DAD era partita in una settimana ed alla fine aveva funzionato benino anche se con le ovvie differenze a livello territoriale. Era stata talmente apprezzata che, è una mia impressione, si era pensato di istituzionalizzarla per evitare di riaprire le scuole a settembre salvo poi il comizio di Super Mario a Rimini che aveva imposto di riaprire subito facendo, in 20 giorni, quello che non era stato fatto in sei mesi. E quel che non si era fatto e non si poteva fare era veramente tanto: riorganizzare i sistemi di trasporto scolastico e non, modificare le abitudini studentesche tutte volte alla ricerca del contatto, imporre mascherine, gel e tamponi, evitare anche un solo contagio, tracciare tutti i contatti di tutti i contagi, ecc. ecc. Un impegno inane che avrebbe messo alla prova sistemi ben più organizzati del nostro e che ovviamente non ha portato ad alcun risultato tangibile anche perché, addomesticati dalla storia, i nostri politici hanno curiosamente spezzettato il problema in tanti segmenti in modo da scaricare le colpe su altri: non si considera la filiera scolastica (trasporti-ristorazione-scuola-spazi comuni) nell’insieme ma la si segmenta nei singoli componenti dicendo che le aule sono sicure ma che il contagio avviene sui bus o al bar o nelle attese davanti ai cancelli come se gli studenti si trovassero sui bus, al bar o davanti ai cancelli per un motivo diverso da quello di andare (o essere andati) a scuola.

Adesso l’apertura delle scuole è il nuovo orizzonte degli scontri politici ed istituzionali fra partiti e fra enti. Ed è in questa chiave che va letto il recente ripudio della DAD/DID da parte della ministra Azzolina che pure l’aveva inventata. Come un sol uomo, i media hanno cominciato a diffondere report sui problemi di apprendimento e psicologici degli studenti e ad invocare un ritorno in aula costi quel che costi. Ma il ritorno sui banchi, nel frattempo resi semoventi, se determinerà sicuramente un aumento dei contagi (la curva dei positivi aumenta di ripidità 15 giorni dopo l’apertura delle scuole), non è detto che migliori la qualità della didattica. In primo luogo perché, se le regole restano le attuali, bastano 10/12 positivi in una scuola per determinare il ritorno in DAD di tutte o di gran parte delle classi anche per effetto della quarantena a scacchiera che andrebbe a colpire i docenti e, in secondo luogo, perché il clima scolastico a settembre-ottobre era pessimo, intriso com’era di paura per sé, di nervosismo per le responsabilità, di fastidio e sospetto per gli altri e di regolamentazione minuziosissima di ogni cosa che, unita alla naturale irrequietezza degli adolescenti, comportava un continuo richiamo agli obblighi di immobilità e di mascheramento: in tutto questo, insegnare era l’ultimo dei problemi tanto che lo stesso DS, in fase di riapertura, ha recentemente detto di lasciar perdere i programmi.

In un’ottica di medio periodo, il ruolo della DAD/DID dovrebbe essere appropriatamente valutato partendo in primo luogo da un paio di considerazioni. La prima: è assurdo che la scuola non utilizzi gli strumenti moderni per insegnare e apprendere, soprattutto se si pensa che questi strumenti (telefoni e, in misura minore, PC) sono quasi naturaliter a disposizione di quasi tutti i suoi componenti (docenti, amministrativi, studenti, famiglie) il che consente di effettuare innovazioni a costo quasi zero. Nelle mie classi, solo una decina scarsa di studenti ha comprato il libro di testo che costa 25 Euro ma tre dei miei alunni mi hanno tormentato durante le feste perché avevano cambiato telefono e perso le credenziali per l’accesso al sistema di teleconferenze. Mentre si lamentavano per la modesta spesa del libro, l’acquisto dello smartphone (spesso di alta gamma) è avvenuto senza minimamente pensare al costo ed a scapito, direi, di un più produttivo acquisto di PC. L’insegnamento digitale si avvarrebbe delle competenze naturalmente acquisite da tutti per l’uso operativo o ludico dell’elettronica e valorizzerebbe gli schemi mentali che ormai ci portano sullo smartphone per qualsiasi esigenza cognitiva mentre si potrebbero risparmiare milioni di Euro semplicemente eliminando i libri di testo che rappresentano, ad un tempo, un retaggio del passato ed una limitazione enorme della libertà e, soprattutto, delle potenzialità dell’insegnamento. La conversione digitale corrisponderebbe anche ad un immane “compito di realtà” e ad un percorso di formazione forzato dei docenti che non potrebbero più vantarsi (cosa realmente avvenuta) di non conoscere Excel®. Rimarrebbe il problema dei pochi che non hanno effettivamente i soldi per comprare HW e SW ma si potrebbe facilmente ovviare con un programma di assistenza che assicuri il diritto allo studio.

Il secondo motivo è questo: il mondo, specie quello del lavoro, si digitalizzerà comunque e sarebbe opportuno che all’uscita dagli studi gli studenti non si trovassero a fare i conti con una realtà che la scuola aveva abilmente nascosto. Ai miei tempi (anni ’80) il gap tecnologico fra scuola e mondo esterno era modesto: la trasmissione di informazioni avveniva ancora, sia dentro che fuori, prevalentemente su carta. Adesso il gap è enormemente aumentato: è come se ai miei tempi ci fosse stato imposto di usare calamaio e pergamena o stilo e tavolette di creta. La scuola non è credibile e, soprattutto, non è produttiva se non si sforza di passare a sistemi educativi più moderni. Vero è che questo non può avvenire in tutti i gradi di insegnamento: alle elementari è improponibile ma dalla seconda media in poi dosi crescenti e ben organizzate di insegnamento digitale sarebbero auspicabili per poi pervenire, nel triennio finale delle superiori, ad una didattica quasi solo digitale con momenti di verifica in presenza (la valutazione è il punto debole, ad oggi, della didattica a distanza).

La digitalizzazione ha distrutto la base della scuola moderna che è la “classe”. Il rapporto digitale intercorre in modo sostanzialmente individuale fra il docente e ciascun allievo e solo i momenti catartici delle valutazioni danno il senso di un gruppo di apprendimento. Vedo che i miei allievi stanno adottando inconsapevolmente atteggiamenti universitari nelle presenze: ci sono le prime due ore, poi escono, rientrano alla quarta ed escono alla fine della quinta. È difficile segnare un’intera giornata di assenza ma anche considerare uno studente sempre presente. Anche l’insegnamento dovrebbe peraltro essere riorganizzato con meno momenti plenari e più personalizzazione: per esempio, dividere le 5 ore in due ore comuni e tre da dedicare a gruppi più piccoli. Al contempo la digitalizzazione favorisce la responsabilizzazione degli studenti e la personalizzazione e l’autonomizzazione dei percorsi di studio che andrebbero previste e normate. Il consolidamento di questa evoluzione permetterebbe di concentrarsi sulle funzioni “core” di insegnamento e apprendimento e di sgravare la scuola dalle funzioni accessorie dell’ospitalità, della registrazione, della disciplina e della sorveglianza che comportano oneri pesanti e responsabilità che sono anacronistiche in un sistema degerarchizzato e sostanzialmente privo di penalità.

È evidente che questa individualizzazione dello studio premierebbe i meritevoli in possesso di doti intellettuali e caratteriali adeguate e non sarebbe alla portata di tutti. In effetti la DAD/DID, polverizzando il riferimento alla classe, ha evidenziato la falsità delle premesse dell’attuale ordinamento scolastico che ammette tutti senza cernita di capacità e motivazioni e cerca di portare tutti al traguardo asserendo un fantomatico “diritto al successo scolastico” che impone un ovvio livellamento verso il basso. Occorrerebbe accettare che per alcuni il percorso di crescita dovrebbe avvenire in sistemi non scolastici, formali o informali che siano, e rinunciare perlomeno alla pretesa che tutti si diplomino nello stesso modo: gli esiti potrebbero essere omogenei ma i percorsi no.

Si dice che il livello di attenzione non può mantenersi per molto tempo davanti ad un PC ma lo dicono gli stessi studenti che poi passano ore sulla Play o sui social e che pretendono di tornare a scuola per chattare durante le spiegazioni. Basterebbe tirare fuori la didattica digitale dall’emergenza ed istituzionalizzarla per vedere un cambiamento di motivazioni ed atteggiamenti, salvi sempre possibili cambiamenti da apportare ad organizzazione e metodologie didattiche.

Infine, si discute del fatto che la scuola abbia una rilevanza anche come comunità educante e di vita. Questo è vero ma probabilmente solo per i gradi inferiori in cui la didattica dovrebbe comunque essere prevalentemente in presenza. Alle superiori penso che lo studente cerchi non tanto una relazione con il docente quanto con i suoi pari e quindi penso che gran parte del disagio attuale venga riversato sulla scuola ma derivi in realtà dalla mancanza non solo di altri momenti di socializzazione (sport, svago, associazionismo, ecc.), che sono stati azzerati per tutti, ma anche dalla repressione del sentimento di libertà individuale che in questi mesi è stato criminalizzato. Penso ad esempio alle relazioni sentimentali che sono fortissime in queste fasce di età e che sono oggettivamente rese difficili da divieti di spostamento ed incontro. La scuola è solo una parte della vita adolescenziale e non sarà quindi un mero ritorno sui banchi (a rotelle) a risolvere questi problemi.  

Discussione

2 pensieri su “Non di sola scuola

  1. Nel mondo industriale ho operato fin dagli anni 80 per “digitalizzare” il processo produttivo: i miei avversari sono stati sempre i dirigenti intermedi.

    Perché?

    Rendere i problemi oggettivi li manifesta superflui.

    Questo è il motivo per cui in Italì i governanti (che sono in realtà dirigenti intermedi) si adoperano per disarmare ogni strumento che metta in luce la realtà.

    “Nel torbido si pesca meglio”… finchè saranno dalla parte del manico 😉

    PS: …mi sembra che l’autore si sia trovato bene a lavorare da casa, o mi sbaglio?
    PS2: Comunque l’uomo rimane la misura di tutte le cose: a uomini di non qualità, “sQuola” di non qualità. 😀

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    Pubblicato da Roland | 19 gennaio 2021, 8:51
    • Buonasera, personalmente insegno a 15 minuti da casa e quindi non è che la DAD mi abbia risolto chissà quali problemi. Confermo che, con delle classi quinte e quindi con studenti da 18 ai 20 anni, si sta dimostrando un’esperienza abbastanza proficua in termini di partecipazione, motivazione e rendimento. Grazie per il commento e per seguire il blog.

      "Mi piace"

      Pubblicato da Average Joe | 19 gennaio 2021, 17:26

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