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Politica Italia

Incartati

Il 13 gennaio Bellanova, Bonetti e Scalfarotto rassegnarono le dimissioni dal governo Conte II: questo avvenne dopo diverse settimane in cui l’atteggiamento di Renzi e di IV era diventato progressivamente più ostile e polemico lasciando ampiamente prevedere un simile esito. Ne era stato testimone anche Mattarella che già il 31 dicembre aveva chiamato a raccolta i “Costruttori”. Da ricordare anche che i contrasti risalivano in realtà al gennaio 2020 e che erano stati sopiti solo dallo stato di eccezione legittimato dalla pandemia di cui il caro premier si era spudoratamente avvalso. Rispetto all’attivismo renziano, la risposta di Conte e dei senior partner di maggioranza era stata sostanzialmente improntata all’immobilismo sui temi programmatici (Recovery, MES, servizi segreti, piano vaccinale, ristori) e politici (maggior condivisione, rimpasto e delega ai servizi segreti). L’immobilismo era stato giustificato, a livello pubblico, con l’affermata pretestuosità delle argomentazioni renziane e, in privato, con la consapevolezza che l’equilibrio era precario e che il rischio di far crollare tutto toccando anche un solo tassello era altissimo. Al contempo, l’immobilismo lasciava ampio spazio alle uscite di Renzi che progressivamente, un po’ in privato e qualche volta in pubblico, cominciava a ottenere qualche minimo riconoscimento. In questa fase l’opinione (la speranza?) era che l’ex premier non sarebbe andato a vedere le carte.

Una volta ritirati i ministri, si era aperta una seria crisi politica a cui si era risposto con uno sforzo comunicativo importante anche se meno efficace del solito. La vulgata era dominata dalla contrapposizione fra un premier buono, simpatico e seriamente dedito al bene del Paese ed un oppositore che, come ai tempi di Salvini, veniva dipinto come irresponsabile e nutrito di interessi personali. La speranza in questa fase era triplice: un passo indietro del “Bomba” con ritorno a Canossa; uno spacchettamento dei senatori di IV; la nascita di un gruppo misto contiano nutrito da ex vivaisti ed ex forzisti. Si immaginava un esito simile a quello dell’ultimo governo Berlusconi (nascita dei responsabili) o a quello dei governi Renzi e Gentiloni (spacchettamento di FI con NCD e ALA), esito che si teorizzava promosso da Berlusconi stesso dipinto come sempre più ansioso di staccarsi dai sovranisti trumpiani, di entrare nei giochi quirinalizi e di essere riammesso nel consesso della buona politica.

Mentre su tutti i quotidiani si stigmatizzava l’avventurismo di Renzi, al contempo si lasciavano trapelare note che confermavano il disgusto di Mattarella (che pure, parlando a Capodanno di “costruttori”, aveva ampiamente dato il via alla rimpastone del governo) che chiedeva una soluzione rapida ed una maggioranza forte e coesa: queste due cose apparentemente non potevano stare insieme ma tanto si prevedeva che una o più delle tre condizioni predette si sarebbero comunque verificate sciogliendo tutti i nodi.

Era tanta la fretta che Conte non saliva dimissionario al Quirinale e decideva di andare alla conta in Senato addirittura il 19 gennaio, ben sei giorni dopo l’apertura della crisi. Nel frattempo si era impegnato in una caccia al senatore con metodi ampiamente riportati dalla stampa e dai social rispetto alla quale il reclutamento dei responsabili nel 2011 appariva un’operazione politica raffinata e di altissimo livello. La caccia al senatore continuava addirittura oltre la fine della seconda chiama della votazione con risultati infimi (Nencini e Ciampolillo) ma con danni di immagine e politici enormi per il nostro caro premier. Appariva infatti chiaro che IV non si era ammutinata, che FI non si era disciolta e che i cani sciolti del Senato diffidavano di Conte. Mi permetto di fare qualche osservazione. La prima è che non siamo più nel 2011, che la comunicazione è ormai pervasiva e che certe cose riescono male se si svolgono in una sorta di diretta streaming: anche Giuda tradì ma lo fece di nascosto e penso che in molti, ancorchè ambiziosi di rimanere in Parlamento fino al 2023 e magari di essere poi rieletti, non se la sentano di rendere di fatto pubblici i dettagli di scambi indicibili. La seconda è che, nel 2011, probabilmente Berlusconi i “Responsabili” se li pagò cash, cosa che non era (è) possibile a Conte che può solo promettere a destra e a manca. La terza è che i congiurati del 2011 potevano contare per la rielezione su un partito che comunque esisteva e aveva il 25/30% degli elettori, non sulle parole enfatiche di uno che dovrebbe essere a capo di un partito che non esiste e che non dà alcuna garanzia e che si palesa oltretutto con modalità alquanto banali e puerili che tradiscono inesperienza e incompetenza politica. Com’è, come non è, alla fine questa fase ha dimostrato varie cose: che il Governo si appoggiava su IV e che quindi, al di là del merito, era stato un errore non considerare le richieste avanzate che, in fondo, retrodatavano al gennaio 2020; che la forza politica di Conte era (è) modestissima; che alla fin fine chi gioca una partita personale è proprio Conte.

Ottenuta, pur con il concorso di senatori a vita e rinnegati, una qualche maggioranza relativa, Conte avrebbe potuto bluffare salendo al Quirinale per dimettersi e chiedere un reincarico con il progetto di allargare la maggioranza nell’arco di qualche settimana. Era, per l’appunto, un bluff che aveva già portato male a Bersani nel 2013 ma avrebbe potuto comunque giocarlo da una posizione di maggior centralità politica, rimettendo in discussione gli assetti con PD e M5S, acquisendo spazi di manovra e di scambio e proponendo la nascita di un soggetto politico a lui riferibile. Invece ha continuato a perseguire un intento asfaltatorio verso Renzi ormai del tutto illusorio lasciandosi andare anche a frasi sconcertanti come quella secondo cui, in mancanza di un ravvedimento, IV non avrebbe potuto più fare parte dei suoi governi, come se esistesse, per lui, un diritto divino (o, forse, virale) a ricoprire ab aeternum quella funzione.

Il mercato dei senatori è andato avanti fino al 25 gennaio quando il premier ha avvisato il Quirinale che sarebbe salito a dimettersi, così, d’emblée, senza neanche un passaggio preliminare in quell’organo, evidentemente per lui inutilmente pletorico, che è il Consiglio dei Ministri. Un po’ il cerimoniale, un po’ il gioco delle parti, alla fine Mattarella lo ha ricevuto solo il 26 gennaio a mezzogiorno e ha avviato le consultazioni. Si poteva pensare ad una corsa forsennata, data la presunta urgenza, invece l’Omino Mannaro doveva officiare il rito neopagano del 27 gennaio e quindi ha schedulato i primi incontri, peraltro solo formali in quanto con i presidenti delle camere, solo per il 28 pomeriggio. Da lì siamo andati avanti nella speranza che in qualche modo Renzi tornasse indietro, speranza basata non si sa su cosa visto che, bene o male, il senatore di Scandicci sta ormai giocando una partita esistenziale in cui un passo indietro segnerebbe la sua fine politica e, d’altro canto, la posizione di Conte si dimostra sempre più debole e quindi la sua forza contrattuale sta diventando minima come il ridicolo caso dell’andata e ritorno del senatore di FI dimostra. Da notare che il 23 gennaio pure la magistratura è entrata in gioco con l’avviso di garanzia a Cesa che ha spiazzato il M5S e spazzato via le trattative in corso per il passaggio degli scudocrociati al movimento contiano. Certamente la magistratura non fa politica ma segnali così millimetricamente precisi qualche pensiero, a Giuseppi, dovrebbero farlo venire.

Tutto ciò riassunto, la situazione al momento è che il tentativo di Conte di fare da solo è ormai fallito: in queste condizioni un Conte III non ha e non avrà una maggioranza in Senato. Come previsto qualche giorno fa, lo stato di eccezione su cui Conte ha basato la sua carriera politica ha perso pregnanza non tanto perché la pandemia sia finita ma proprio perché la pretesa di perpetuarla all’infinito si scontra con la sostanziale insostenibilità delle politiche poste in atto che sono basate praticamente solo su lockdown variamente mascherati. Ormai il dato economico è divenuto prevalente sia nell’opinione pubblica che nel ceto politico e un cambio di passo in materia è necessario. La politica (sia pure nella versione modesta della “politics”) è rientrata in scena e non se ne andrà. Può darsi che Conte avesse ragione a temere di muovere una qualsiasi tessera del mosaico o può darsi che questa situazione derivi proprio dagli errori di valutazione politica che lo hanno costretto all’immobilismo ma, a questo punto, avrebbe convenienza a lasciar precipitare tutto e ad andare a votare con il suo nuovo partito che nelle previsioni varia dal 10 al 20% e quindi prenderà il 5/6 se va bene. Ma lo prenderà solo se si vota subito perché anche solo sei mesi di un diverso premier lo faranno dimenticare e faranno emergere limiti, mancanze ed irregolarità (diversi sono i procedimenti che lo vedono chiamato in causa) del suo operato. Dovrebbe, fra l’altro, ricordare che uno dei suoi tanti modelli (Winston Churchill) vinse la guerra e perse le elezioni proprio perché l’elettorato voleva dimenticare la guerra ed aprire una pagina nuova. La corsa al voto sarebbe tuttavia esiziale per il M5S, i cui seggi passerebbero da 300 a 60/70 per il combinato effetto di taglio dei parlamentari, calo fisiologico e concorrenza della lista Conte, che quindi farà l’impossibile per andare avanti, compreso accettare un cambio di premierato. Ugualmente grave sarebbe la riduzione per FI e IV che quindi si acconceranno a soluzioni diverse purchè senza Giuseppi: appoggiare un Conte III, sia pure riorganizzato e con un ruolo minore per il caro premier, non sarebbe spiegabile a opinione pubblica ed elettorato. D’altro canto sono ugualmente gravi le divisioni, meno evidenti, dentro il PD in cui una uscita di scena del PdC comporterebbe il via libera ad una lotta di maggiorenti per ruoli di ministro e premier con vista Colle: per il PD, Conte rappresenta ancora la prima scelta per evitare di fare i conti con questi contrasti ma una soluzione istituzionale andrebbe ugualmente bene. Su tutto gravita la scelta strategica, incarnata da Mattarella sin dal marzo 2018, di negare un successo al centro destra per evitare di riaprire una stagione politica che, passato Trump, ai vertici europei appare ormai anacronistica.

Si va quindi probabilmente verso un governo tecnico-politico che chiuda una legislatura disgraziata. Potrebbe includere anche la Lega che rientrerebbe in un percorso politico strutturato e condiviso che potrebbe portare a quella virata al centro che ne stabilizzi la quota elettorale (come il M5S ha perso la componente di destra, analogamente la parte più estremista dell’elettorato leghista è ormai passata a FdI) ed al riconoscimento di quella patente di governabilità rilasciata dai vertici europei e mondiali senza la quale – dispiace dirlo ma è così – non puoi accedere al governo in forma stabile. La Meloni rimarrebbe probabilmente fuori ma in questo momento il rischio è alto: puoi prendere i voti dei sempre scontenti ma la richiesta del Paese questa volta è diversa: ritorno ad una normalità di vita e di lavoro che non può essere assicurata da una politica fatta di parvenu e di dilettanti allo sbaraglio e che quindi legittimerebbe anche l’ennesimo premier tecnico.

Da tutto questo emerge che la comunicazione non è il deus ex machina e non può sostituirsi alla politica: così come la pubblicità non può discostarsi troppo dalle caratteristiche del prodotto, consenso e voti ne possono essere influenzati ma non in maniera stabile e determinante in mancanza di una proposta politica corrispondente. Non si capirebbero, altrimenti le traversie subite nei decenni da Berlusconi. Emerge anche che i partiti personali che nascono in Parlamento hanno senso solo in una logica di “palazzo” ma muoiono sempre quando ne fuoriescono come testimoniano, in passato, Rinnovamento Italiano, FLI, NCD, Scelta Civica. Emerge anche che esiste uno spazio al centro che per ora nessuno sfrutta. Il centro si è ridimensionato in questa era di polarizzazione politica ma poi, alla fine, come si è visto in America, si sposta e decide le elezioni. La sinistra cerca di catturarlo con partiti che sono centristi solo di nome (IV, Azione, +Europa) ma che in realtà propongono solo un’agenda iper liberal (immigrazione, ambientalismo totalitario, globalizzazione, competitività) che non è nelle corde degli elettori moderati. A destra, eccettuata FI, si opera solo con una logica di testimonianza personale peraltro neanche tanto convinta come il caso della Binetti lascia intendere. Temi su cui riflettere nei prossimi mesi.

Discussione

Un pensiero su “Incartati

  1. Ammiro la pazienza con cui a descritto il minuetto.
    Tuttavia, per noi “massaie di Voghera” è appassionante quanto un torneo di briscola al circolino (non il suo articolo ovviamente, ma il “gioco delle sedie” dei ricchi di Stato).
    Il fatto è che nessuno spiega da dove saranno tirati fuori i soldi necessari a tamponare la devastazione economica, quali tagli saranno fatti per soddisfare il pareggio di bilancio che rientrerà col Recovery e come si uscirà da questa emergenza sanitaria, visto che la medicina tradizionale (visite domiciliari, cure precoci e efficaci), è stata sostituita da protocolli, utili quanto il borotalco per le ustioni.
    In pratica: è possibile immaginare un futuro che non sia distopico?

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    Pubblicato da Graziella | 30 gennaio 2021, 12:12

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