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Politica Italia

Maggioranza silenziosa

Per un anno Palazzo Chigi è stato una gola profonda da cui emergevano sistematiche indiscrezioni sulle future decisioni diffuse artatamente per valutare le reazioni e poi confermarle o modificarle alla bisogna. Oggi è il porto delle nebbie da cui non provengono voci ma neanche bisbigli e sospiri: tutto tace. Al secondo giro di consultazioni, le delegazioni che si susseguono giurano di avere trovato elementi di convergenza con Super Mario ma nessuno riesce a dire esattamente quali. Ancorché mezzora sia poca, qualcosa di intelligibile e spiegabile dovrebbe comunque poterne uscire, invece niente: allusioni, ipotesi, speranze, al più qualche frammento di comunicazione probabilmente mal compresa come quella che da ieri sta dilaniando il piccolo mondo antico della scuola forse costretto a ridurre le lunghe ferie estive. Si ha la sensazione che la fama e l’oggettiva superiorità esistenziale di Draghi producano sui nostri poveri politicanti, i cui esponenti più importanti si sono fermati alla quinta superiore, un effetto di sudditanza psicologica simile a quello che coglieva Fantozzi di fronte al megadirettore galattico. Sembrano tutti già abbastanza soddisfatti del solo fatto di essere ammessi a corte, così tanto che sarebbe irrispettoso, signora mia, chiedere all’anfitrione che cosa intende veramente fare o, ancora di più, porre qualche punto fermo nell’apparente negoziazione che sta andando avanti. Del futuro governo, che dovrebbe essere pronto fra sole 48 ore, non si sa praticamente nulla: ministri portafogli, programma, priorità. Ma questo nulla è sufficiente perché tutti gli diano fiducia a scatola chiusa. È su questo nulla che si sono scoperti compatibili grillini e forzisti, leghisti e comunisti. O forse, più probabilmente, tutti hanno capito di avere fatto errori sesquipedali, chi nell’agosto 2019 e chi il mese scorso, per cui essere riammessi a corte è il massimo in cui possono sperare e che quindi è il momento di stare schisci e a testa bassa sperando che la purga duri poco, magari solo 12 mesi. Nel mentre, l’apologia draghiana sui media supera livelli elegiaci sconcertanti: Draghi scriverà il PNRR, certo, poi riscriverà il piano dei vaccini ma non basta: riformerà anche il fisco, la PA, la giustizia. Si muoverà in Europa con la sicurezza del profeta, azzererà lo spread, riformerà la scuola. Aspettiamo che gli venga attribuito anche il potere di curare la forfora e la sciatica. E tutto questo sulla base di una maggioranza a cui tutti parteciperanno senza chiedere mai nulla e senza neanche porre obiezioni se, per caso, tutto questo attivismo dovesse andare contro posizioni programmatiche ed interessi elettorali.

Il blogger non rinnega certamente posizioni che ha portato avanti per anni e decine di post, ci mancherebbe altro. Ma neanche pensa che il compito sia facile e che la forza politica di Draghi sia infinita. Al momento si fa forte dell’estrema debolezza dei partiti. Siamo in una situazione in cui la politica ha dimostrato il peggio di sé non solo come afflato etico ma, soprattutto, come competenza tecnica. Nell’arco di 18 mesi abbiamo visto strategie politiche sfumare nell’arco di pochi giorni semplicemente perché il rispettivo avversario semplicemente non si è comportato da sprovveduto arrecandosi del male per fare il bene del suo avversario. Era questa la strategia di Salvini verso PD e M5S nel 2019, era questa la strategia di PD e M5S verso renzi e poi verso Salvini nel 2020/21. È bastato che l’avversario si comportasse in modo opportunistico per mandare in crisi “gli strateghi”.

Così, mentre Salvini sfrutta l’immane colpo di culo che lo rimette in gioco, PD e M5S sprofondano in una crisi esistenziale. Nel PD tutto tace in attesa che la definizione del quadro governativo permetta di avviare Zingaretti e Bettini alla porta riportando il partito, guidato da Bonaccini, Gori e forse Renzi, verso l’orizzonte dei ceti produttivi. Il M5S, nel suo stile, è attraversato da un “vaffa” collettivo che si dipana in ogni direzione e che sembra sovrastare anche il legittimo ed umano interesse a mantenere la prebenda mensile che pareva essere diventata l’unica stella da perseguire. Il susseguirsi di svolte imposte da Grillo nell’ultimo anno e mezzo, sempre meno comprensibili e sempre più liquidatorie di quel po’ di cultura politica maturata dal movimento, stanno spaccando un organismo che pare essersi allontanato ormai troppo dalla sua natura profonda. La scommessa fatta dall’establishment nel 2019 era quella di normalizzare il movimento trasformandolo in un elemento della sinistra europeista e politicamente corretta a complemento (o forse in sostituzione) del PD. Il tutto doveva avvenire tramite l’istituzionalizzazione governativa del movimento che, con l’avvento di Conte, pareva dirigersi addirittura verso lidi centristi e catto-bergogliani. Un esperimento in vitro che è evidentemente fallito. Il M5S, specie nei suoi parlamentari, ha sicuramente un orientamento sinistrorso che trova adesso anche riscontro in un elettorato ripulito dalle componenti di destra che avevano sbagliato indirizzo. Ma si tratta pur sempre di una sinistra ribellista ed antagonista che oltretutto, a differenza di quelle spagnola e greca, non ha nemmeno un substrato ideologico che dia una qualche dritta su dove dirigersi. I grillini non vogliono quello che c’è ma non dicono cosa vorrebbero al suo posto: questo spiega a sufficienza come possano avere individuato un architrave della loro proposta politica nel reddito di cittadinanza inteso come sussidio alimentato da una ricchezza che, nella loro visione, esiste a prescindere da qualsiasi direzione si voglia imprimere all’economia ed alla società. Non sono riusciti a passare dalla protesta alla proposta e hanno costretto gli alleati all’immobilismo come sintesi delle diverse posizioni, certo, ma anche della loro cifra politica. Se la Lega era pragmaticamente riuscita, con il contratto di governo, almeno a realizzare i suoi obiettivi, il PD, con il suo preteso di più di visione e strategia, si è fossilizzato in una stasi che lo ha logorato insieme al governo. Fa ridere l’idea che un gagà azzimato possa mettersi a capo, oltretutto scendendo dall’alto, di una formazione di questo genere: sarà un caso che di Conte non si parla più né dentro né fuori il M5S?

Salvini, dopo un incomprensibile tentennamento iniziale, ha capito che il destino non gli è nemico: l’azzardo dell’estate 2019 lo ha protetto dalla catastrofe che sarebbe stata il Covid gestito da un suo governo e gli errori degli altri lo rimettono adesso addirittura al centro del sistema politico, per quanto questo possa valere oggi. Se il cliente ha la penna in mano, stai zitto: il consiglio dei corsi di vendita viene fatto proprio dal Capitano che adesso ingoia tutto. D’altro canto, bene o male Trump ha perso e quindi il sovranismo, nella forma del 2016, è finito e lui è adesso a capo della forza politica che rappresenta gran parte dei ceti produttivi, dell’unico partito “file & rank” italiano, organizzato, con una leadership chiara, una struttura, 15 regioni governate. Comunque vada, di riffa o di raffa un ruolo importante nella gestione dei fondi non potrà essergli negato. Se poi, com’è probabile, lassù dove si puote si vorrà evitare di logorare Draghi con i barconi, anche l’argomento migranti potrebbe essere messo un po’ in cantina. Se tutto va bene, potrebbe anche essere che fra un anno l’UE preferisca un sano partito moderato ad un’accozzaglia di scappati di casa come M5S e PD stanno dimostrando di essere.

L’utilità viene posta dietro ai principi e tutti si acconciano a fare quel che succede. Nel mentre, il pericolo maggiore per il Paese – un nuovo governo Conte – pare essere stato evitato e quindi brindiamo pragmaticamente a questa situazione rinviando al futuro questioni (come quelle della sovranità popolare) che adesso conviene riporre nel cassetto.

Al di là dell’agiografia, il governo durerà un anno. Non c’è alcun motivo che Draghi, dopo avere fatto bene perché adesso è quasi impossibile fare male, non colga l’attimo dell’elezione presidenziale per dirigere per altri 7 anni la politica italiana, tempo invero minimale se si pretende di riformare realmente il Paese. Ma questi pochi mesi non sono sufficienti per fare tutto quello che gli si chiede ma solo per fare il necessario, il che oltretutto gli eviterebbe di affrontare temi realmente indigesti per qualche parte della sua maggioranza.

La politica pone adesso i principi dietro alle urgenze ma ha di fronte un’opportunità enorme: la rinascita della DC. Nell’arco della prossima legislatura, il governo potrà contare sui 209 miliardi del NGEU ma anche su una capacità di deficit abissale garantita dalla BCE: oltre 100 miliardi nel 2021 (7% del PIL) ed altre decine negli anni successivi. Potrà contare anche su circa 40 miliardi di fondi europei ordinari nel settennio 2021/2027. Si parla, malcontati, di fondi per quasi mezzo trilione di Euro: va bene che si tratta di debiti e che il contributo netto del NGEU, a livello di sistema, è alla fine, pressochè nullo perché l’economia dovrà ripagare con gli interessi quanto viene erogato anche sotto forma di grant. Ma è anche vero che intanto ce li danno, poi a renderli siamo sempre in tempo: può darsi che i debiti siano annullati, come 100+ economisti stanno nuovamente chiedendo; può darsi che l’UE rinnovi i prestiti; può darsi che la ripresa li renda sostenibili; può darsi, alla peggio, che facciamo default e festa finita. Quello che conta è il presente ed è allora vero che non solo questi fondi, già di per sé, possono rappresentare un enorme strumento di consenso ma anche che, se ben utilizzati, potrebbero porre le fondamenta per il potere del prossimo trentennio in capo ad un partito che sappia non solo farli fruttare ma anche porli alla base di un consolidamento delle condizioni economiche del Paese che realizzi il vero obiettivo di una strategia di crescita: la mobilitazione dell’immenso risparmio liquido e poco produttivo che giace sui conti degli italiani. La ritrosia ad investire, foss’anche in strumenti semplici come i titoli di stato, riposa sulla sfiducia nei confronti del governo e della sua gestione finanziaria che si può tradurre alternativamente in default o tassazione espropriativa: venisse meno questo ostacolo, l’onda lunga degli italici risparmi rimetterebbe facilmente in sesto lo scassato sistema nazionale. Moriremo democristiani: resta da vedere chi impersonerà la DC 2.0.

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