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Politica Italia

Così così

Il M5S ha votato su Rousseau l’11 febbraio mentre Draghi, di cui pure si vociferava l’irritazione per i barocchi giochi interni dei partiti, si è presentato al Senato per il primo voto di fiducia solo il 17 febbraio, ben sei giorni dopo. In questo lasso di tempo si è avuta l’intemerata di Speranza che ha bloccato lo sci 4 ore prima che partissero gli skilift, il delirio segregazionista di Ricciardi e l’incontro di Orlando con i sindacati. Che dire? Che Draghi non ha senso del timing e capacità di leadership? Che gli inviti alla comunicazione sobria e basata sui fatti sono già stati archiviati, senza colpo ferire, dai suoi ministri?

In verità, la partenza del nuovo governo si è rivelata abbastanza distante dalle aspettative. Non solo per la composizione, molto al di sotto di quell’alto profilo invocato dal PdR, ma anche per la capacità del premier di guidare una compagine variegata e complessa. Se la cacciata di Conte e Casalino aveva lasciato sperare in chissà cosa, il passaggio dalle aspettative alla realtà si è rivelato abbastanza deludente.  

Il discorso in Senato illustra, a mio avviso, un programma di azione che sarà più facile attuare dal Quirinale piuttosto che in questa prima fase. Obiettivi di riforma del fisco, della PA e della giustizia richiedono tempi lunghi e coesione politica, requisiti che mancano entrambi a questo esecutivo. La scadenza del prossimo febbraio limita logicamente l’orizzonte temporale del governo che difficilmente potrebbe essere prolungato da qualche escamotage come la temporanea rielezione di Mattarella: non si vede come si possa proseguire per due anni con partiti frantumati al loro interno e divisi su quasi tutto che, a quel punto, si acconcerebbero in ogni caso ad imminenti nuove elezioni politiche dopo essersi scontrati in concreto in elezioni locali infiammatissime. Né è garantito che l’Omino Mannaro, magari a seguito di una crisi di governo che travolgesse pure Supermario, rispetterebbe l’impegno alle dimissioni.  

Il discorso di Draghi è stato meno irenico di quelli di Conte ma sostanzialmente interlocutorio. Si è concentrato su due questioni urgenti come il Recovery Fund e la scuola: su entrambe ha lasciato intendere di avere idee chiare che presto saranno svelate. Molto più fumose le prospettive riguardo al vero punto di attenzione attuale: se e quando usciremo dall’emergenza Covid, domanda che ci riporta, in primo luogo, ai piani vaccinali che, giusto o sbagliato che sia, sono il talismano che dovrebbe chiamare la fine della situazione eccezionale che stiamo vivendo. Ma, ammesso e non concesso che i vaccini ci siano e siano gestiti correttamente, certo non da Arcuri, occorre anche capire quale impostazione politica si vorrà adottare rispetto alle due principali implicazioni: quella economica e quella giuridica. La caduta di Conte riposa su manovre di palazzo ma anche sulla sostanziale caduta del consenso conseguente all’eccessivo utilizzo della motivazione pandemica per la repressione economica del Paese: questo punto non è forse abbastanza considerato da Draghi che si è avventurato in fantasiose prospettive di cambiamento sistemico poco definite ed in parte (basti pensare alla volontà di far cessare attività non solvibili) anche minacciose. Dal punto di vista giuridico, si è sorvolato di nuovo sul fatto che da circa un anno i cittadini sono soggetti ad un regime che viola decine di diritti costituzionali, regime istituito oltretutto con un illegittimo sistema di DPCM che recentemente alcuni organi giudiziari hanno cominciato a caducare. È indifferente che questo regime abbia o meno prodotto effetti positivi dal punto di vista sanitario perché la Costituzione non prevede alcun regime in deroga per tali situazioni e, d’altro canto, non si vede quale utilità abbia una carta i cui dettati si applicano solo in situazione di normalità mentre vengono messi da parte alla prima difficoltà. Draghi non ha assunto alcun impegno per un rapido ritorno alla normalità costituzionale e non ha nemmeno speso parola riguardo alle future modalità di gestione dell’emergenza pandemica non escludendo, per converso, di continuare a ricorrere ai DPCM. Unica concessione, bontà sua, quella di comunicare i provvedimenti con un po’ di anticipo ma solo se ciò è reso possibile dall’evoluzione pandemica.

Le esternazioni su Europa, Euro, sovranità ed atlantismo erano prevedibili visto che sono consustanziali al personaggio e comunque ricalcano quanto largamente anticipato lo scorso agosto a Rimini mentre la strategia ambientalista, ampiamente illustrata e propagandata nei 50 minuti di discorso, fa per la prima volta il suo ingresso a pieno titolo nel dibattito politico italiano. L’emergenza Covid ci aveva probabilmente impedito di cogliere appieno la pregnanza che la questione ambientale ha assunto nei palazzi bruxellesi ed i cui soli echi sfocati erano arrivati in Italia con le manifestazioni dei bambini gretini. Per inciso l’UE, a cui si dovrebbero cedere quote di sovranità, sta peggiorando la propria condizione generale con la debacle della campagna vaccinale: non solo è l’unica grande area che non ha una propria produzione di vaccini ma neanche riesce a far rispettare i contratti di acquisto già firmati. Il prestigio europeo verso Russia e USA sta declinando di pari passo con il tentativo di imporre una moral suasion globale in mancanza di mezzi militari e, fra poco, economici. Un fallimento del NGEU sarebbe probabilmente esiziale, vedremo fra qualche mese dopo le elezioni olandesi e, probabilmente, tedesche.

Sui migranti Draghi si è arrampicato sugli specchi proponendo prima i rimpatri e poi, nella replica, la redistribuzione in UE. Entrambe le ipotesi sono state già testate con nessun successo per cui, tacendo sulla possibilità di bloccare gli arrivi, occorre solo sperare che l’entente cordiale con le cancellerie europee ed un maggior potere contrattuale con la Tunisia possano limitare i flussi di primavera-estate.

Sull’economia, pare essere fugato il rischio di una nuova austerity visto che ha parlato espressamente di politiche fiscali espansive. Sul turismo, driver necessario della ripresa italiana, ha parlato con la creazione del ministero con portafoglio e ha poi speso qualche rassicurazione, anche se condizionata ai nuovi paradigmi ambientalisti, nel discorso. Nella replica ha rassicurato sulla salvaguardia delle aziende oggi chiuse. Per il fisco, progressività e niente flat tax ma tutto è rimandato agli esiti di studi di una commissione (campa cavallo). Per il resto, tante citazioni, banalità (disuguaglianza di genere, sud, rapporti internazionali), ecc.

Che dire? Aldilà delle qualità, nessuno nega che il personaggio sia ambiguo e che tutte le aspettative favorevoli si basano sulla stima del tasso di italianità implicitamente dimostrato nella gestione della BCE e sulla conferma delle molte cose condivisibili che ha detto e scritto a partire dal novembre 2019. Non è tuttavia chiaro quanto egli sia realmente consapevole del livello altissimo delle aspettative stesse che ormai sono prevalentemente spostate sul lato economico. Il rischio di cadere in povertà sembra ormai prevalere su quello di ammalarsi e anche il livello di sopportazione dei disagi tende ad abbassarsi. Può darsi che l’opinione delle plebi sia l’ultimo dei pensieri del premier ma vale la pena ricordare che anche i suoi illustri predecessori (Monti, Renzi, Conte) sono stati travolti dall’ostilità popolare opportunamente sfruttata dai partiti. Checchè se ne dica, la politica, anche se solo in senso distruttivo, svolge benissimo il suo compito che è quello di catalizzare le opinioni trasformandole in consenso. Il Parlamento non è il board della BCE: maggior sensibilità verso bisogni ormai primari e maggior empatia nella comunicazione saranno probabilmente un bagaglio da incrementare nei prossimi mesi.

Passato l’entusiasmo iniziale la navigazione non sarà facile. La coesione dei partiti al governo è minima e la destra (che peraltro recupera centralità politica, visibilità e capacità di spesa) è evidentemente un ospite sgradito. Molti e frequenti saranno i tentativi di logorarla e di indurla al gran rifiuto e ci vorrà tanta pazienza e sangue freddo. La partita sarà complessa e si baserà sulla capacità di dialogo, di proposta politica, di efficacia amministrativa e sulla puntuale identificazione e difesa, sia a Roma che a Bruxelles, degli interessi nazionali così da rendere evidente chi è che lavora per il Paese e chi no. Qualche rospo, soprattutto sui migranti, dovrà essere ingoiato in vista di un percorso, si spera di successo, che abbatta la conventio ad excludendum che è stata alzata contro di lei. I rischi sono molti ma, d’altro canto, l’alternativa sarebbe stata un governo chavista guidato da un mitomane con l’opposizione a chiedere elezioni e ad ululare alla luna. Il culmine di questo percorso dovrebbe consistere nella sostituzione di FI all’interno del PPE atteso che è ormai chiaro Berlusconi non è più nelle condizioni, neanche fisiche, per guidare il partito e che di successori non se ne vede l’ombra. Se questa può essere la strategia, allora evitare provocazioni sterili e puerili, come quelle sulla non irreversibilità dell’Euro, potrebbe essere anche essere opportuno.

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