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Coronavirus, Politica Italia, Politicamente scorretto

Draghi già col fiato corto (ed altre cose)

Mi ero permesso di prevedere, nei post passati, che la luna di miele del governo Draghi non sarebbe andata oltre la Pasqua ma il periodo di grazia, probabilmente, è stato molto più breve e si è concluso ieri con lo strano appello preregistrato alla nazione. Con questo discorso, che probabilmente preannuncia tempi duri, il premier scende dall’empireo dei salvatori della patria, intriso di sole teorie e strategie, e scende nell’avello dei comuni mortali, fatto di problemi concreti e banali come, per esempio, coniugare tutela della salute e del reddito. E viene meno, fra l’altro, al suo proposito, tanto teorico quanto presuntuoso, di comunicare soltanto i fatti e non le intenzioni, proposito forse attuabile in finanza ma non in politica dove il processo decisionale si svolge nel continuo e non nel discreto, come nel caso delle banche centrali, le variabili sono molto più numerose ed imprevedibili e gli stakeholders, per il tramite dei partiti, molto più numerosi e vicini. D’altro canto è anche strano che Draghi, che alla guida della BCE aveva dimostrato grande capacità dialettica, abbia dovuto ridursi ad uno strumento scarsamente empatico come un discorso registrato, segno che forse il passaggio dall’uno all’altro ruolo non è poi così automatico ed indolore. Aspetto probabilmente da non sottovalutare in futuro visto che non ha di fronte una passeggiata di salute e che guidare e motivare 60 milioni di cristiani pieni di problemi e paure è cosa ben diversa dal rivolgersi a qualche migliaio di ricchi esponenti dell’upper class mondiale che magari hanno pure pagato per ascoltarti.

Ricorreva ieri una delle più importanti ricorrenze del calendario liturgico politicamente corretto, la festa delle donne. Ebbene, non ricordo un 8 marzo più mesto e disilluso di quello appena passato: sono lontanissimi i tempi della protesta gioiosa, dei cortei condivisi, degli enormi mazzi di mimose. Complice anche una fioritura anticipata (mannaggia al riscaldamento globale), non solo ieri a scuola non circolava nemmeno un ciuffo del giallo fiore che annuncia la primavera ma neanche le colleghe e le studentesse, impegnate oltretutto nelle prove Invalsi, hanno minimamente accennato alla festività: lasciamo perdere le cene fra donne, soprassediamo su baci e abbracci, che forse adesso cominciano a mancare tanto quanto prima infastidivano, ma manco un augurio o una battuta, come se la festività fosse stata dimenticata.

La crisi del coronavirus segnerà una nuova epoca e spazzerà via tanti stereotipi dell’ultimo mezzo secolo, in primis quello delle future sorti progressive delle nostre dolci metà. Come era facile prevedere, la crisi ha colpito soprattutto l’ex sesso debole che certo paga, nel terzo mondo, il ritardo culturale proprio di quei paesi ma che anche sconta, nel mondo sviluppato, l’errore storico di essersi posto solo in antitesi e contrapposizione, vieppiù crescenti, con l’ex sesso forte, rinunciando (o non riuscendo) a proporre modelli di sviluppo sociale ed economico realmente nuovi ed a maggior valore aggiunto, inclusivi e produttivi, preferendo invece rinchiudersi in un recinto sempre più rivendicativo di quote crescenti delle risorse già esistenti. Se escludiamo qualche rarissimo caso, nessuna donna ha dato un contributo significativo allo sviluppo economico e tecnologico recente: la finanza era un piccolo mondo, adesso domina il mondo ma questa crescita è avvenuta senza le donne; internet e le comunicazioni non esistevano e quindi, si poteva pensare, quale miglior ambito per inserirsi per le nostre agguerrite compagne se non in un settore che era un foglio bianco? Invece niente, anche qui tutti uomini; addirittura, le posizioni tradizionalmente presidiate nel campo della moda, anche questo fenomeno globalizzatosi nell’arco di 30 anni con margini di sviluppo enormi, perse a vantaggio dei maschi omosessuali. La strategia femminista è stata quella di far pesare il proprio peso elettorale per avere una quota di ciò che veniva già prodotto. Certo, mica si volevano quote rosa nella cantieristica, nel trasporto navale, nell’edilizia, nella siderurgia, macché: le quote rosa dovevano riguardare posti comodi e/o ben pagati come il pubblico impiego, le professioni, lo sport, la finanza e la politica (senza considerare le garanzie pretese in ambito familiare) ma sempre con un atteggiamento – lo vogliamo dire? – rivendicativamente parassitario. Ebbene, belle, la festa è finita: non ci sono più risorse per tenervi buone e del resto la crisi, da sola, basta ed avanza per farlo mentre da oltre oceano già si ode il rombo, lontano ma in rapido avvicinamento, di orde di maschi “gender” che a loro volta pretendono le loro quote, non certo quelle maschili, che altrimenti potrebbero evitare queste pagliacciate, ma le vostre, quelle che avete graziosamente ricevuto e che adesso vi verranno tolte per il quieto vivere e per l’ideologia antiumana che pure avete condiviso nella vostra sempiterna lotta contro il presunto maschio oppressore e sfruttatore. Niente è più come prima e l’8 marzo decadrà come sono decaduti i culti pagani. Solo l’Omino Mannaro ci casca ancora e fa, poverino, il suffragetto della violenza sulle donne leggendo in pubblico (anche qui si fa per dire, visto che gli spettatori seduti si contavano sulle dita delle mani) l’elenco dei nomi battesimali delle poverette ammazzate nel 2020 dai portatori di cromosoma XY. Intendiamoci, massima solidarietà per le vittime e massimo disprezzo per i maschi che scambiano la virilità con la violenza assassina ma insomma, simili performance ormai non si vedono più neanche nelle piazze dei paesini di campagna: dalla massima carica ci si deve aspettare qualcosa di più (ma se la massima carica è Mattarella, allora accontentiamoci: ancora 330 giorni e ce lo siamo tolti dalle balle).

Ritorniamo al punto di partenza. Anche Supermario ha celebrato la ricorrenza ma i siti che hanno proposto il suo discorso delle parti dedicate alle donne se ne sono sbattuti ampiamente: non ce ne fregava niente del suo pensiero in proposito e, del resto, nessuno può davvero pensare che un maschio alfa alfa, che guida il mondo con lo sguardo e tre parole, creda davvero alle baggianate sulla parità che deve dire per copione. Il premier ha parlato anche di Recovery Fund ma, onestamente, anche di questo ce ne frega poco visto che quei soldi ormai li diamo per scontati. Avevo detto qualche giorno fa che, in questa fase, bastava avere dei consulenti che masticassero l’inglese e, detto fatto, è arrivata McKinsey. Questa compagnia semi mitologica prenderà 25.000 euro di compenso che, ricordando i soldoni che ho visto prendere alle società di consulenza per scrivere 20 slide o per impostare un file excel, corrispondono al centesimo che noi comuni mortali troviamo accanto alla macchinetta del caffè e che non raccogliamo perché la fatica non vale la candela. Il compenso vero le arriverà in maniera diversa ma pazienza, non ci scandalizzeremo per questo: questo ultimo anno ci ha dimostrato ampiamente come esista un mondo diverso e superiore di cui noi poveretti intravvediamo solo qualche bagliore e di questo dobbiamo farcene una ragione.

No, quello che interessava era soltanto una cosa: ci chiude o non ci chiude? Al netto delle grida strazianti dei virologi arrapati, il trend dell’epidemia è crescente sia nei valori assoluti che in quelli percentuali e quindi il tema non è peregrino. Draghi ha mantenuto una regale ambiguità: ha rassicurato sulla luce in fondo al tunnel (prima volta da un anno, Conte non l’aveva mai detto, anzi) ma non ha detto niente che escludesse lockdown e zone rosse generalizzate. Evidentemente, le ipotesi clausuriste sono tutte sul tavolo e, a mio avviso, una di queste si avvererà. Però, qualche percettibile cambiamento di clima psicologico e comunicativo si intravvede. In primis, nessuno da qualche giorno dà più la colpa ai comportamenti scostumati degli italiani: non ci sono reportage fotografici con zoom 300+ che dimostrino come il popolo, appena si gira l’occhio, corra ad assembrarsi; non ci sono più testimonianze di vita in diretta che confermino come il vicino di casa si sia tolto la mascherina mentre si affacciava al balcone. Caso mai, secondo aspetto, caduto il tabù della sinistra, si comincia a dire la verità che questo blog aveva provato ad accennare: molto del problema risiede nelle scuole. Non certo, Dio non voglia, per le attività “culturali” che vi si svolgono, anche se vi garantisco che tenere 20 ragazzoni perfettamente mascherati per sei ore è una fatica di Sisifo, ma per la sostanziale impossibilità di impedire, prima, dopo e durante le lezioni, contatti ravvicinati e costanti fra adolescenti pieni di ormoni e ansiosi di rassicurazioni, senza pensare all’orgia fisica imposta dai trasporti pubblici. Di più, il controllo nelle aule scolastiche è fortissimo, non foss’altro che per le responsabilità dei dirigenti e la strizza dei docenti, per cui è facilissimo sgamare sintomatologie che magari in altri ambiti passerebbero più inosservate e, a caduta, andare a rastrellare la classe con i relativi docenti trovando spesso altri casi asintomatici che giustificano ulteriori rastrellamenti in un crescendo che può anche non finire mai. Chiudere le scuole vuol dire diradare i rapporti ma anche evitare questa orgia di tracciamenti per cui i casi necessariamente, nell’arco di una quindicina di giorni, andranno a calare. A parte questo, tuttavia, nessuna colpa specifica è stata addebitata alla plebe a differenza di quello che era successo in passato con runner, vacanzieri, ristoratori, cultori della movida e quant’altro. Forse perché l’argomento giusto lo ha fornito il virus stesso con le sue varianti che hanno il vantaggio di permettere di costruirci sopra una bella narrazione terrificante senza trascinare nessuno sul banco degli imputati.

Draghi ha detto che si vede la fine dell’emergenza il che, per converso, significa che l’emergenza continua. Mettiamo in conto che passeremo chiusi in casa la Pasqua ed i ponti ma comincio ad avere qualche timore anche per le ferie estive. I dati disconoscono la tesi (l’aumento dei positivi si è avuto a novembre e quindi ben oltre 14 giorni dopo la fine della stagione delle vacanze) ma la vulgata corrente è che se ci troviamo ancora qui è per colpa di coloro che sono andati in ferie lo scorso anno, ergo non ci manderanno facilmente in ferie. Del resto, lo scorso anno non c’era il sistema dei colori ed abbiamo visto che le rigorose regole “scentifiche” che ad esso presiedono sono invero elastiche come la trippa e possono essere facilmente cambiate in senso restrittivo appena il numero dei positivi si alza. Abbiamo anche la regione bianca che, puta caso, è un’isola il cui accesso può essere facilmente controllato e che quindi ben si presta ad instaurare un principio di passaporto vaccinale che poi verrà esteso, visto il prevedibile successo, anche alla parte continentale del nostro Paese riportandoci di fatto (perché la Costituzione più bella del mondo, che vieta la creazione di confini interni, formalmente rimarrà in vigore) ad un regime pre-risorgimentale se non, addirittura, medievale.   

Draghi probabilmente ha avuto sfortuna nel veder ripartire la pandemia e tuttavia non aveva capito che la priorità era la normalizzazione della vita sociale e che l’organizzazione vaccinale era all’anno zero. Appena lo ha capito, ha abbandonato i suoi amati numeri per occuparsi di vaccini anche, non neghiamolo, con qualche mossa rapida e meritoria come i cambi ai vertici e l’azione in UE. Ma se non c’è niente pronto, anche ammettendo che le società farmaceutiche improvvisamente smettano di violare i contratti, qualche mese comunque occorrerà. Draghi cerca di coprire questi mesi con il suo prestigio: staremo ancora chiusi ma, parola sua, per l’ultima volta. Da non sottovalutare che, se si arriva al 2 agosto, scatta il semestre bianco e si salta al 2022. Ma da non sottovalutare neanche la stanchezza del Paese: anche a scuola si cominciano a sentire voci dissenzienti, figuriamoci in altri ambiti meno protetti e meno riflessivi. Il governo ha già il fiato corto e Draghi dovrebbe ricordare l’esperienza di Monti che vinse la sua partita (distruggere la domanda interna) divenendo però inviso al grosso della popolazione, così perdendo il Quirinale. La partita è rischiosissima perché, fra forniture aleatorie e dissesto organizzativo, niente garantisce che un lungo lockdown estivo permetta di chiudere la partita vaccinale al che le conseguenze, sociali ma anche politiche, potrebbero essere forti. Né è detto che i vaccini siano risolutivi alla luce delle varianti. Ciò detto, mi permetto di consigliare tre cose: 1) in Italia i contagiati sono, ufficialmente, 3 milioni, nella realtà si stima un numero fra 6 e 10 milioni. Si tratta di persone che una qualche protezione dovrebbero averla visto che non si rilevano casi di reinfezione: perché non attuare anche una campagna massiva ed obbligatoria di test sierologici per individuarle in maniera da escluderle in questa fase iniziale delle vaccinazioni liberando vaccini e risorse umane per chi non è immune? 2) Perchè non dare priorità alla revisione dei protocolli per le cure domiciliari, abbandonando i pregiudizi dell’era anti-trumpiana (HCQ in primis), per aumentare l’efficacia delle cure a casa e ridurre la pressione ospedaliera? 3) Anche individuando nei vaccini l’unica soluzione, non si raggiungerà l’immunità di gregge se non mettendo in moto gli animal spirits degli italiani che, di fronte a maggiore libertà, possono essere disposti a prendersi anche qualche rischio in più. Non è pensabile fare 40.000.000 di vaccinazioni in sei mesi (sarebbero 220.000 al giorno comprese week end, ferie e festivi) sulla base di un’organizzazione centralizzata che, oltre ad essere farraginosa e fatiscente, perde tempo a fare telemarketing per cercare clienti sulla base di telefonate e appuntamenti mentre ignora pervicacemente quelli che si proporrebbero da soli. Occorre mettere in moto la libera iniziativa, oltretutto resa possibile dal fatto che stanno arrivando vaccini che hanno forme di conservazione simili ai vaccini influenzali. Ed allora, li si mettano in vendita nelle farmacie come si fa per quelli influenzali: chi vuole si vaccinerà liberamente mentre i medici di famiglia penseranno ad anziani e categorie protette. Così perderemo l’estate ma salveremo l’autunno (o, almeno, facciamo finta di crederci).

Discussione

2 pensieri su “Draghi già col fiato corto (ed altre cose)

  1. Il discorso registrato. Come quello di Badoglio dopo l’armistizio registrato su disco.

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    Pubblicato da blogdibarbara | 9 marzo 2021, 21:41
  2. “Non è pensabile fare 40.000.000 di vaccinazioni in sei mesi (sarebbero 220.000 al giorno comprese week end, ferie e festivi” Ma come, l’eroe delle penne nere ne vuole fare 500.000 al giorno!

    https://www.agi.it/cronaca/news/2021-03-14/covid-vaccino-figliuolo-11773955/

    Un altro fuori di testa che il generale Buttiglione è un Carl von Clausewitz. E non c’è da essere preoccupati, no, tutto ok!

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    Pubblicato da Vaccino?Prima le donne, grazie! | 15 marzo 2021, 13:30

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