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Politica Italia

Di Letta e di governo

Il discorso di investitura di Letta non ha prodotto alcuna emozione: si sapeva già tutto, avrebbe potuto fare a meno di farlo e limitarsi a rinviare gli interessati alla sua biografia e sarebbe stato lo stesso. Immigrazionismo, ius soli, lotta dura alle destre (cioè ai partiti che oggi raccoglierebbero la maggioranza del voto popolare), apologia di antifascismo, europeismo acritico saranno le cifre della sua segreteria.

Letta rientra dal dorato esilio parigino e sembra invertire una tendenza che aveva portato diversi esponenti di primo piano PD (lui, Martina, Minniti, Pistelli) a rinunciare alla politica per altri incarichi. Enrico non è certo uno che scalda i cuori: il suo aspetto professorale, l’eloquio elegante ma pacatamente monotono, la sottile sensazione che trasmette che lui, lì, qualunque cosa sia “lì”, ci doveva arrivare per forza essendo parte di quel vasto esercito di riserve da cui il sistema tira fuori, volta per volta, quello che serve all’occorrenza. Il tentativo di sembrare uno de noantri è stato frettoloso quanto infruttuoso: dopo sette anni trascorsi nel gotha francese, non è che una rimpatriata al Testaccio ed alla relativa sezione (probabilmente riaperta per l’occasione) possa servire più di tanto a renderlo popolare. Dice che andrà in giro per sezioni e federazioni: vedremo, ma si tratta pur sempre di un ripiego dopo che va a sostituire un segretario che, per quanto inetto, era stato eletto dal suo popolo con suffragi superiori al 60%.

Letta si inserisce nella gloriosa tradizione dei reggenti che, prima di lui, già annoverava personaggi del calibro di Franceschini, Epifani e Martina ma, a differenza dei predecessori, non prende in mano un partito sempre più esausto solo per i pochi mesi necessari a rifare un congresso. Si propone, invece, come segretario vero e proprio che proseguirà il mandato di Zingaretti in scadenza nel 2023, di fatto usurpandolo. Del resto la carriera di Letta è tutta basata sulla cooptazione e non sull’elezione: nelle primarie del 2009 per sindaco di Firenze fu spazzato via da Renzi e nel 2013, vale la pena di ricordarlo, era vicesegretario di quel PD bersaniano che, perdendo le elezioni politiche, dette il via a quel processo di progressiva erosione della quota elettorale che ci porta fino ad oggi.  Ma il suo astro nasce proprio in quella sconfitta, nutrito da un leggiadro tradimento del suo leader di cui prese il posto a Palazzo Chigi realizzando quell’apertura verso il centro destra berlusconiano che era il contrappunto delle profferte bersaniane ai grillini. I sette anni hanno cambiato la testa del buon Enrico che oggi punta forte (anche se non tutto) sui nemici di ieri anche se lascia aperta una porta, ulteriore contraddizione, a quel Berlusconi che, sempre nel 2013 e sotto il suo governo, fu cacciato dal Senato. Contraddizione suprema, si tratta di un democristiano che capeggia un partito che nel frattempo, mentre lui era sulla riva della Senna, è diventato socialista, generando un ircocervo che forse spiega più di tutto la crisi di identità in cui il partito è precipitato. E da non dimenticare che non più tardi di pochi mesi fa aveva chiesto la cancellazione del debito Covid detenuto dalla BCE: provocazione intellettuale da preside di università o proposta politica da portare avanti con il “suo” governo Draghi?

In questo accrocchio di contraddizioni, Letta basa la sua strategia sullo ius soli e sul voto ai sedicenni, cosa del tutto comprensibile se si pensa che l’emergenza del PD è trovare degli elettori. Se la prima era scontata, la seconda proposta è forse ancor più pericolosa visto che si tratta di ammettere fra gli elettori persone che, a quell’età, non hanno ancora completato il processo di autonomizzazione e sono totalmente inseriti in un sistema scolastico che, per l’orientamento ideologico pressochè totalitario che lo caratterizza, può a buon titolo essere definito una scuola di partito. A parte questo, la sua presenza ha nell’immediato un significato prevalentemente difensivo con lo scopo di evitare la trasmigrazione di elettori verso i lidi di un M5S guidato da una figura moderata come Conte. Nel medio termine, il rafforzamento elettorale del PD passa dal take over su LeU, Azione, +Europa (movimenti già in corso) e sugli elettori di Italia Viva atteso che Letta lancia ramoscelli di ulivo ma plausibilmente un rientro di Renzi nel PD adesso è totalmente da escludere. Il recupero di voti persi verso i pentastellati dipenderà dal chiarimento sulla reale natura del M5S il cui elettorato, dopo la ripulitura degli elementi di destra, è adesso certamente spostato a sinistra ma non per questo è sicuro che possa trovare fungibile un PD il cui vertice incarna quella tecnocrazia castale e quell’ansia di governo a tutti i costi che avevano determinato la prima ed originaria ripulsa. La presenza di Letta pone peraltro dubbi sull’utilità di una gestione contiana del M5S visto che i profili dei due leader sono caratterizzati dal medesimo moderatismo e si rivolgono allo stesso elettorato ma Letta è, nel caso, più credibile: meglio, forse, sarebbe recuperare un piglio un po’ più alternativo e ribellista. È vero che i due partiti sembrano volersi specializzare in diversi segmenti del politicamente corretto (il PD su quello sociale ed il M5S su quello ambientale) ma occorre capire anche quanto queste proposte, nel momento in cui divengono totalizzanti, incontrino realmente il consenso dei rispettivi elettorati. In generale, sembra che il quadro politico si sia ormai consolidato e che l’offerta politica di PD e M5S non possa fare breccia nello schieramento di destra anche perché è curioso che posizioni totalmente schiacciate sull’immigrazione e sulla dilapidazione della struttura economica del Paese vengano presentate come “centriste”. Il PD sembra tornare a guardare il M5S come una mera riserva di voti e sarà da capire la reazione dei pentastellati al passo indietro che si prospetta rispetto alle pur confuse e raffazzonate aperture operate da Zingaretti.

Resta il fatto che il PD ha bisogno di fare cassa in questa legislatura perché il prossimo parlamento sarà spostato a destra e molte istanze diventeranno semplicemente improponibili. La chiamata alle armi sullo ius soli può essere una mera riaffermazione dell’identità del PD ma anche una concreta piattaforma rivendicativa che potrebbe recuperare i voti dei cespugli di centro-sinistra e mettere in difficoltà la componente di destra del governo. Letta pare essere intenzionato a rimediare alla sorpresa dell’adesione al governo da parte di Salvini che ha sparigliato i piani del Quirinale che prevedevano quella maggioranza che non si è riusciti a formare attorno a Conte. Da qui la composizione anomala del governo e, probabilmente, anche l’inazione dello stesso che pare essere in grado di operare solo sulle nomine. Il PD non può stare a lungo in un governo con Salvini perché questo significherebbe legittimarlo, sdoganarlo e rinunciare al principale argomento retorico nei suoi confronti che è la chiamata alle armi antifascista rievocata anche nel tweet, con dedica alla Segre, che riprendeva Letta davanti al ghetto di Roma. Nei prossimi giorni aumenterà il pressing sul premier con proposte di bandiera che mireranno soprattutto a logorare la Lega ed a spingerla fuori dal perimetro della maggioranza, al limite mantenendo la presenza governativa di Giorgetti e C. che siglerebbe la frattura interna del carroccio. Da non escludere neanche una crisi estiva nel semestre bianco per giubilare Draghi dopo avere dato il via a Recovery e vaccinazioni (si potrebbe chiamare una “mission accomplished”) e sostituirlo con un governo Letta II appoggiato dal centrosinistra e, forse, da Berlusconi.

Da parte sua il governo appare in seria difficoltà su tutti i fronti e l’opzione di puntare tutto sulle vaccinazioni, alla luce dei ritardi di consegna e e degli effetti indesiderati che stanno emergendo, indebolisce ulteriormente la forza del premier che registra le prime, sia pur limitate, flessioni di consenso. In effetti, Draghi non sta apportando alcun cambiamento alla politica di segregazione degli italiani inaugurata ormai un anno fa da Giuseppe Conte ed anzi sta stringendo velocemente e ulteriormente i bulloni. Ed è abbastanza sconcertante la decisione del premier di comunicare poco e male come se non volesse mettere la faccia sulle azioni di governo. È vero che siamo stati travolti da una comunicazione eccessiva e vuota e che un po’ di digiuno fa bene ma la comunicazione “buona” (facendo un parallelo con il mondo finanziario evocato da Draghi) influisce anche sulla possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati mobilitando energie e influenzando i comportamenti. Draghi è passato dal “comunicare con i fatti” a “non fare promesse che non si possono mantenere” ma se, in queste condizioni, non ha promesse significative e realistiche da fare allora occorre pensare che la sua figura sia stata sovrastimata. Del resto, anche “Whatever it takes” fu una promessa per molti aspetti, ai tempi, poco realistica ma riuscì a piegare il corso degli eventi in un certo modo ed è strano che oggi non si riesca a dire niente di simile.

Per la destra, molti rospi saranno da ingoiare mantenendo chiaro il concetto che un governo con la maggioranza del Conte III, oltre ad azzerare il pur faticoso percorso politico finora svolto, sarebbe esiziale per il destino del nostro Paese.

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