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I Dati, i Dati!

In un precedente articolo, avevo evidenziato l’incongruenza fra l’andamento settimanale dei decessi imputati al Covid-19, che da alcuni mesi vengono computati in migliaia, e quella della mortalità media giornaliera su base settimanale descritta dal SISMG (Sistema Integrato di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera). I presupposti metodologici sono stati meglio descritti nell’articolo precedente ma, in soldoni, si tratta di un’indagine flash (ritardo di sole due settimane) condotta sulle rilevazioni anagrafiche di un campione di 20 città italiane (dall’ultima settimana è stata inserita anche Napoli), sia del nord che del centro-sud, che rappresentano circa il 17-18% della popolazione italiana. I dati settimanali vengono confrontati con un benchmark (rappresentato dalla media dei decessi avvenuti nello stesso giorno e nella stessa settimana nel quinquennio precedente) ed inseriti in un intervallo di confidenza per filtrare le normali oscillazioni statistiche. Questi dati vengono considerati come un valido proxy di quelli più generali forniti dall’Istat con un maggiore ritardo. Da notare che la settimana SISMG va dal mercoledì al martedì.

Ebbene, avevo allora evidenziato che, a partire dalla settimana 22/29 dicembre e fino a quella conclusasi con il 2 febbraio, il grafico era rientrato nell’intervallo di confidenza per cui la mortalità era rientrata in un percorso “normale” data la stagionalità (nel primo trimestre si muore di più anche se in maniera gradualmente decrescente) e la struttura demografica (la media quinquennale viene ponderata per la consistenza della popolazione residente per tenere conto dell’invecchiamento della popolazione). Ciò detto, il fenomeno ha continuato a verificarsi: infatti la normalizzazione dell’andamento della mortalità media giornaliera per settimana ha prevalentemente continuato a seguire il tracciato della media del quinquennio precedente scostandosene lievemente solo nelle ultime tre settimane. È da notare che il Covid-19 è apparso solo a fine febbraio 2020 per cui il solo mese di marzo 2020 ha risentito della maggiore mortalità indotta. Per invero, nelle ultime settimane il grafico ha toccato il livello superiore della fascia di confidenza ma, per definizione, continua a rimanere in un’area di normalità.

Il grafico dei decessi per Covid-19 per le stesse settimane è il seguente:

Premesso che la settimana 13 non è compresa nel grafico SISMG, che al momento si ferma alla settimana 12, ne risulta che un lieve scostamento dalla media quinquennale si è verificato solo con il passaggio da circa 2.000 decessi settimanali (settimana 9) a circa 2.900 decessi settimanali (settimana 12). La settimana 13 presenta un lieve incremento rispetto a quella precedente mentre la prima parte della settimana 14 fa intravvedere un lieve calo. È quindi possibile che nelle prossime settimane la mortalità giornaliera ecceda lievemente il limite superiore dell’intervallo di confidenza anche in considerazione del calo stagionale della mortalità. Ciononostante, mi sembra evidente che i decessi Covid-19 hanno un impatto modesto sulla mortalità complessiva determinando invece, in tutto o in parte, un effetto di sostituzione di decessi per altre cause. Considerando che la diagnosi di decesso per Covid-19 gode, come si sa, di una corsia preferenziale (basta un solo tampone positivo, anche se riferito ad un periodo passato e pur in presenza di una successiva negativizzazione, senza necessità di una valutazione clinica dell’impatto della patologia sulle condizioni vitali del defunto), i motivi possono essere due:

  1. Per Covid – Il Covid-19 impatta sulle condizioni fisiche di soggetti già compromessi, accelerando la dipartita di persone già in fase terminale, dato confermato dal solo lieve calo della speranza di vita del 2020 (circa un anno, da 83,2 a 82,3) rispetto ad un incremento della mortalità superiore al 15%;
  2. Con Covid – La classificazione Covid-19 prevale su quella clinica assorbendo nella sua definizione decessi in realtà dovuti alla progressione di patologie pregresse. Da valutare, in questa categoria, il ruolo di decessi di asintomatici e di tamponi effettuati post-mortem.

In ogni caso, non sembra che l’attuale situazione possa determinare significativi eccessi di mortalità rispetto al quinquennio precedente come avvenuto, invece, nei mesi della scorsa primavera e dello scorso autunno. In effetti, anche il recente studio Istat/ISS del 5 marzo, su cui mi soffermo di seguito, dichiara che “per il mese di gennaio si stimano 70.538 decessi, 2 mila in più rispetto alla media dello stesso mese del periodo 2015-2019 e 8.500 in più rispetto a gennaio 2020” (ndr: mese caratterizzato da un forte decremento della mortalità, probabilmente per il clima incredibilmente mite che lo caratterizzò). Addirittura, il successivo “Aggiornamento dei decessi comunali giornalieri per il complesso delle cause” del 30 marzo stima, per il primo bimestre, 126.866 decessi contro una media quinquennale di 125.741. Questo confronto stimola due considerazioni:

  1. In questi due mesi si sono avuti 23.540 decessi imputati al Covid-19 mentre l’eccesso di mortalità rispetto alla baseline si ferma a 1.125 unità: l’impatto del Covid-19 sembrerebbe essere molto più limitato di quello indicato dalla mortalità giornaliera ma, se si segue il ragionamento della seconda parte del post, si potrebbe addirittura ipotizzare un effetto benefico sulla mortalità generale in funzione della variazione della struttura demografica di un paese in fase di rapido invecchiamento;
  2. Il confronto è peggiorativo soltanto se riferito al primo bimestre 2020 in cui si era registrato un calo di circa 8.000 decessi ma, come detto sopra, si tratta di un evento abbastanza singolare probabilmente dovuto alla stagione invernale particolarmente mite

**********************

Circa un mese fa è uscito il rapporto su “IMPATTO DELL’EPIDEMIA COVID-19 SULLA MORTALITÀ TOTALE DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE ANNO 2020”, uno studio statistico a firma congiunta Istat/ISS che fa un punto sugli effetti della pandemia nell’intero 2020. Lo studio effettua un confronto fra i decessi totali del 2020 e quelli medi annuali del periodo 2015-2019 individuando un eccesso di mortalità pari a 100.256 decessi (+15.6%). Lo studio suggerisce di fare un confronto limitato al solo periodo marzo-dicembre in quanto il Covid-19 sarebbe apparso solo a fine febbraio: in questo caso l’eccesso di mortalità salirebbe a 108.178 (+21%). Il 76,2% dell’eccesso di mortalità si concentra nella classe di età 80+, il 20% in quella 64-79. Le classi di età più giovani riscontrano una riduzione della mortalità dovuta alla minore accidentalità per mobilità ed attività lavorativa.

Ciò detto, alcune considerazioni. La prima: l’eccesso di mortalità viene quantificato nel 15%, una stima molto inferiore a quella del 44% ipotizza nel primo studio della serie (eravamo a maggio 2020) e molto più vicina a quella (11%) che avevo ipotizzato analizzando quel testo. In effetti, Istat e ISS hanno la cattiva abitudine di non considerare dati che vanno in contraddizione con la loro tesi ipercatastrofista e, in particolare, nello studio di maggio avevano volontariamente omesso la considerazione dei dati relativi ai comuni dove non si erano verificati casi di decessi imputabili al Covid-19 e la considerazione del calo dei decessi verificatosi nei mesi di gennaio-febbraio. Questo atteggiamento si manifesta, ed è la seconda considerazione, anche in questo studio visto che è ormai risaputo che i primi casi di Covid-19, ancorchè non correttamente individuati, si sono manifestati almeno a partire dall’ottobre 2019 dando luogo anche a strane epidemie di polmoniti non batteriche in tutto il nord e, in particolare, in Emilia Romagna. L’epidemia era quindi già in corso, ancorchè in modo non eclatante, anche nel primo bimestre ed è quindi corretto prendere in considerazione tutto l’anno 2020. Terza considerazione: i decessi per Covid-19 del 2020 sono stati 74.159 per cui c’è un eccesso di mortalità di 24.093 casi che non può essere attribuito al morbo. Lo studio, a differenza delle precedenti edizioni, non si sofferma molto su questo particolare ma sarebbe opportuno provare a dare una risposta. Si tratta, certamente, di casi non diagnosticati, specie nella prima ondata, ma anche di decessi per collasso del sistema sanitario che ha abbandonato al loro destino malati di altre patologie ed a scelte sanitarie inconsulte, come quelle della “vigile attesa”, che ancora oggi vengono proposte come rimedio ad una malattia ormai ampiamente curabile. Anche qui bisogna fare un distinguo: se nella scorsa primavera l’effetto sorpresa poteva giustificare il default organizzativo, nella seconda ondata ci sono, invece, molte meno giustificazioni visto che si sarebbe potuto sfruttare il periodo estivo per rafforzare il sistema sanitario ed adeguare i protocolli.

Tuttavia, la principale carenza dello studio consiste, a mio avviso, nel trascurare completamente l’impatto dell’invecchiamento della popolazione sulla numerosità dei decessi. In effetti, le classi di età più avanzate hanno tassi di mortalità molto più alti rispetto a quelle più giovani e quindi l’invecchiamento della popolazione (rappresentato dalla progressiva crescita, in termini assoluti e percentuali, della popolazione compresa nelle classi di età più anziane) determina naturaliter un aumento del tasso di mortalità generale anche se i tassi di mortalità per classe di età sono, in ipotesi, decrescenti. Le tabelle che seguono illustrano questo concetto.

La prima tabella sintetizza i decessi per ciascuna macroclasse di età (lo studio citato considera quattro macroclassi: 0-49; 50-64; 65-79; 80+) per ciascun anno compreso nel quinquennio di riferimento (2015-2019) e per il 2020 operando anche il confronto con la media del quinquennio precedente: (fonte: elaborazione su dati Istat: https://www.istat.it/it/files//2020/03/Dataset-decessi-comunali-giornalieri-e-tracciato-record_5marzo.zip

1) DECESSI PER MACROCLASSI DI ETA’ 
 20152016201720182019MEDIA 2015-192020VARIAZIONEVAR %
0-49          20.970          19.777          19.474          19.099          17.890                19.442          17.788–           1.654-8,51%
50-64          53.319          51.380          52.127          52.005          51.330                52.032          57.395             5.36310,31%
65-79        170.860        163.846        167.879        161.667        158.739              164.598        184.708          20.11012,22%
80+        411.047        392.068        419.993        408.072        416.556              409.547        486.255          76.70818,73%
TOTALE        656.196        627.071        659.473        640.843        644.515              645.620        746.146        100.52615,57%

Con riferimento agli stessi periodi, le tabelle che seguono illustrano la dinamica numerica (in valori assoluti e percentuali) delle stesse macroclassi di età: (fonte: elaborazione su dati http://demo.istat.it/)

2) RESIDENTI PER MACROCLASSI DI ETA’ 
 20152016201720182019MEDIA 2015-192020VARIAZIONEVAR %
0/49 35.281.447 34.790.807 34.307.099 33.849.041 33.016.013        34.248.881 32.474.853–   1.774.028-5,18%
50/64 12.295.091 12.504.990 12.753.796 12.990.569 13.107.445        12.730.378 13.307.545        577.1674,53%
65/79   9.241.625   9.320.697   9.395.896   9.437.363   9.396.927          9.358.502   9.439.387          80.8850,86%
80+   3.977.449   4.049.057   4.132.654   4.207.000   4.296.288          4.132.490   4.419.703        287.2136,95%
TOTALE  60.795.612  60.665.551  60.589.445  60.483.973  59.816.673        60.470.251  59.641.488–       828.763-1,37%
3) % RESIDENTI PER MACROCLASSI DI ETA’ 
 20152016201720182019MEDIA 2015-192020VARIAZIONEVAR %
0/4958,03%57,35%56,62%55,96%55,20%56,64%54,45%-2,19%-3,86%
50/6420,22%20,61%21,05%21,48%21,91%21,05%22,31%1,26%5,99%
65/7915,20%15,36%15,51%15,60%15,71%15,48%15,83%0,35%2,27%
80+6,54%6,67%6,82%6,96%7,18%6,83%7,41%0,58%8,44%
TOTALE100,00%100,00%100,00%100,00%100,00%100,00%100,00%  

Come si vede, nel corso dei sei anni considerati (2015-2020) la struttura della popolazione italiana è stata segnata da un marcato invecchiamento con una significativa riduzione percentuale delle classi di età più basse ed un corrispondente ed inevitabile aumento, in termini assoluti e percentuali, delle classi di età più avanzate.

La tabella che segue illustra invece la dinamica del tasso di mortalità per ciascuna macroclasse di età nel sessennio considerato. Il tasso di mortalità viene calcolato come rapporto fra decessi di ogni classe di età (Tab. 1) e consistenza della classe per ogni anno di riferimento (Tab. 2):

4) TASSO MORTALITA’ PER MACROCLASSI ETA’ 
 20152016201720182019MEDIA 2015-192020VARIAZIONEVAR %
0/490,059%0,057%0,057%0,056%0,054%0,0568%0,055%-0,002%-3,51%
50/640,434%0,411%0,409%0,400%0,392%0,4087%0,431%0,023%5,52%
65/791,849%1,758%1,787%1,713%1,689%1,7588%1,957%0,198%11,26%
80+10,334%9,683%10,163%9,700%9,696%9,9104%11,002%1,092%11,01%
TOTALE1,079%1,034%1,088%1,060%1,077%1,0677%1,251%0,183% 17,13%

Il tasso di mortalità del 2020 è superiore a quello medio del periodo 2015-2019 dello 0,183%, in termini assoluti, e del 17,13% in termini relativi. Si vede chiaramente che l’aumento complessivo della mortalità è percentualmente superiore all’aumento della mortalità in ciascuna classe di età: è questo l’effetto del processo di invecchiamento della popolazione che fa sì che una maggior parte di essa si collochi nelle classi di età a maggior rischio di morte. Balza agli occhi anche il fatto che, per le classi di età più avanzate, picchi di mortalità, inferiori a quello del 2020 ma non molto dissimili, si erano già verificati nel 2015 e nel 2017. È quindi opportuno distinguere la componente “popolazione” (aumento dei decessi dovuto all’incremento della popolazione anziana) dalla componente “tasso” (aumento dei decessi dovuto ad un effettivo aumento del tasso di mortalità per ogni macroclasse di età). Questo risultato può essere ottenuto attraverso il calcolo delle corrispondenti varianze di popolazione e di tasso così calcolate:

  1. Varianza di popolazione (per ciascuna classe di età): (popolazione 2020 – popolazione media 2015-2019) x tasso di mortalità medio 2015-2019;
  2. Varianza di tasso (per ciascuna classe di età): (tasso di mortalità 2020 – tasso di mortalità medio 2015-2019) x popolazione media 2015-2019.

I risultati dei calcoli sono esposti nella tabella che segue:

  VARIANZA POPOLAZIONE  VARIANZA TASSO  TOTALE 
0/49–                                 1.007–                     647–     1.654
50/64                                   2.359                   3.004       5.363
65/79                                   1.423                 18.687    20.110
80+                                28.464                 48.244    76.708
TOTALE                                31.239                 69.288  100.526

Come si vede, dei circa 100.000 decessi in più del 2020, oltre 31.000 sono dovuti all’effetto di invecchiamento della popolazione e circa 69.000 all’incremento dei tassi di mortalità per classe di età. In altri termini, a parità di tasso di mortalità, il 2020 avrebbe ugualmente registrato, rispetto alla media quinquennale, un eccesso di mortalità di almeno 31.000 unità. In effetti, il periodo preso in considerazione è abbastanza lungo da far intravedere gli effetti del processo di invecchiamento che determina per forza una mortalità progressivamente crescente. Del resto, se si ipotizza che nel 2100 gli italiani saranno solo 36 milioni, dovremo abituarci a numeri di decessi che rapidamente arriveranno ai sei zeri.

Il ruolo dell’invecchiamento della popolazione nella crescita della mortalità annua sembra essere riconosciuto, anche se a denti stretti, dagli stessi estensori del documento. Infatti, nel commento, Istat/ISS scrivono che “Il numero di decessi dipende dall’ammontare degli esposti a rischio (la popolazione) ma in maggior ragione dall’intensità della mortalità che può essere misurata attraverso i tassi di mortalità specifici per età. Queste misure sono comparabili nel tempo e nello spazio e il loro andamento nel nostro Paese evidenzia che ogni anno che passa i tassi di mortalità specifici diminuiscono. Questa diminuzione è dovuta alla riduzione dell’intensità della mortalità (che ha come conseguenza l’aumento della speranza di vita e l’invecchiamento della popolazione). La diminuzione dell’intensità della mortalità va a compensare in parte il numero di decessi in più che ci si potrebbe aspettare “a parità di intensità della mortalità” avendo una popolazione esposta al rischio più numerosa rispetto a quella dell’anno precedente. In altri termini non è ragionevole attendersi necessariamente più decessi da una popolazione che invecchia, o comunque non è corretto attendersi un aumento dei decessi proporzionale alla crescita degli esposti al rischio in un contesto di mortalità in diminuzione. Possiamo tuttavia affermare che in una popolazione che invecchia aumentano nelle età avanzate della vita anche gli individui “fragili”, non in buona salute, affetti da co-morbosità dovute alla simultanea presenza di patologie croniche gravi. Questi individui sono più esposti alle variazioni congiunturali climatiche ed epidemiologiche che generano un eccesso di mortalità, come inverni più freddi oppure estati più calde, o come stagioni influenzali più letali o una pandemia.” Oltre ad ammettere la correttezza della metodologia analitica, utilizzata, il brano forza un po’ la realtà delle cose perchè, come già detto, la decrescita della mortalità delle classi di età più avanzate (80+) non è un fenomeno lineare e costante ma procede a sbalzi con valori che, nel 2015 e 2017 ma probabilmente anche nel 2012 (anno per cui non dispongo dei dati), hanno raggiunto valori percentuali (tasso di mortalità specifico per quelle classi di età non molto inferiori a quelli del 2020.

Alla luce di questa metodologia, anche i dati del primo bimestre 2021 appaiono rassicuranti visto che la modesta crescita dei decessi rispetto alla media 2015-2019 (poco più di mille unità) è probabilmente del tutto ascrivibile al maggior peso delle macroclassi anziane.

In generale, al netto dei due bimestri “neri” di marzo-aprile e novembre-dicembre, il Covid sembra perdere un po’ della sua aura di malattia apocalittica per inserirsi nel processo di fine vita che ovviamente si manifesta maggiormente in una società molto anziana.

In un momento in cui le scelte politiche sono legate ai “Dati”, questa analisi vuole gettare un po’ di luce sui dati stessi. Non è mia intenzione banalizzare la portata della pandemia ma l’obiettivo è quello di entrare in profondità evidenziando come la cifra, molto simbolica, di +100k decessi da coronavirus in realtà nasconda una realtà più articolata in cui entrano fattori sanitari (legati a questa e ad altre patologie) ma anche politici (organizzazione dell’assistenza nella prima e seconda ondata) e demografici. E come le migliaia di decessi Covid-19 annunciati tutti i giorni a reti unificate non abbiamo determinato, nel primo bimestre, un effettivo aumento della mortalità. E anche di questi “Dati” occorrerebbe tener conto per le scelte politiche dei prossimi giorni e mesi. Sarà sicuramente fatica sprecata ma vuoi mettere la soddisfazione di dire che “io l’avevo detto”?

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A tutti i lettori, i migliori auguri di una serena Pasqua.

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