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Coronavirus, Politica Italia

La vie en jaune

Il governo ha definito la road map delle riaperture in Italia. È, questo, un dato positivo in quanto l’orientamento di Speranza e degli “scenziati” era quello di posporre indefinitamente la questione in modo da far sì che il naturale decorso dell’estate facesse venir meno il problema. In effetti, la “scienza” prevede rigidi automatismi per le misure restrittive e massima indeterminatezza per gli allentamenti che si vorrebbero subordinati all’aleatorietà dei parametri di volta in volta imposti, coram populo, dai televirologi se non rimessi, addirittura, al mero capriccio delle loro ubbie ideologiche.

Come previsto, Draghi ha formalmente sostenuto Speranza, ieri riammesso alla corte della conferenza stampa, ma lo ha al tempo stesso degradato, ponendolo alle sue dipendenze e passando significativamente dal concetto di “rischio zero” a quello di “rischio ragionato”. Se il premier è un primus inter pares, Draghi ha cominciato a fare il primus: c’è voluto un po’ di tempo ma l’ex governatore BCE ci ha abituati, anche nel precedente ruolo, ad un pragmatismo fatto di gradualità e rispetto dei canoni istituzionali o, comunque, condivisi (in passato l’inflazione “vicina ma al di sotto del 2%”, adesso i parametri sanitari). Nella pratica, il PdC predica bene e razzola male, conferma un cauto cambio di passo, fa più il Salvini che lo Speranza e giustifica il ruolo della Lega nel governo che ha temperato l’estremismo sanitario della sinistra e imposto un giro di ristori che probabilmente, con il riferimento ai costi fissi, potrà dare effettivamente un po’ di sollievo alle partite IVA. Se il Draghi I fosse stato sostenuto dalla stessa maggioranza del Conte II, i risultati sarebbero stati ben diversi.

Ciò detto, non è tutto oro quel che brilla. Il provvedimento, per come illustrato dalla stampa (il decreto è ancora nelle mani della burocrazia e dei partiti e le sorprese saranno all’ordine del giorno) presenta ancora molti limiti. È vero che tornano le zone gialle ma si tratta di un giallo molto diverso da quello originario di novembre. Il primo aspetto è che, sempre e solo nelle zone gialle, i ristoranti potranno riaprire a pranzo e cena ma solo all’aperto: quanti sono quelli che hanno dei dehors adeguati? C’è poi un dato climatico: nella mia zona, il 26 aprile, è prevista una temperatura di 18°C all’ora di pranzo e di 10°C all’ora di cena, con qualche goccia di pioggia. Nei giorni successivi e fino al primo maggio, la situazione è prevista essere più o meno la stessa. A Milano le temperature saranno, per tutto il periodo, di circa 18°C  a pranzo e di 12°C a cena, con previsione di piogge intense. Insomma, se a pranzo, ben coperti, si può mangiare, a cena l’esperienza sarebbe più simile a quella di un soggiorno in cella frigorifera o nella cabina doccia. Di fatto, per almeno un’altra ventina di giorni, le opportunità di apertura saranno poco sfruttate. La riapertura al chiuso è prevista dal primo giugno ma solo a pranzo: premesso che a questo punto il clima sarà comunque più favorevole, si tratta di una limitazione notevole rispetto allo scorso anno quando, dopo il 18 maggio, la frequentazione dei ristoranti fu totalmente liberalizzata. Le medesime condizioni sembrano valere anche per i bar talchè non si avrà nessuna sostanziale differenza rispetto all’attuale situazione di servizio con asporto: a chi piace, continuerà a bere caffè e cocktail davanti al bar, potendo sostare al bancone solo con l’arrivo dell’estate meteorologica. In definitiva, una mossa furbetta che consente di riaprire (probabilmente eliminando ristori e sostegni) ma che pone anche molti vincoli e che rompe il fronte delle partite IVA, prevedendo una programmazione delle riaperture che produce vinti e vincitori, e degli stessi ristoratori, dividendoli fra quelli che hanno disponibilità di spazi all’aperto e che sono ubicati in regioni calde e quelli che non ce li hanno e che stanno al nord o in montagna i quali, a questo punto, dovranno subire una sorta di concorrenza sleale da parte degli altri. Rimangono inoltre obblighi di mascheratura e di coprifuoco (che è illogico nella misura in cui si ammette, finalmente, che la vita all’aperto previene i contagi e che, fra l’altro, non sembra neanche poter essere oggetto di una futura revisione) che l’anno scorso non esistevano e che renderanno comunque meno agevole passare la serata fuori, così limitando i turni di servizio che i ristoranti possono programmare. E si ritorna, dopo qualche mese di pausa, all’atteggiamento colpevolizzante verso i cittadini già da ora indicati come responsabili, con i loro comportamenti non conformi, del peggioramento futuro dei parametri. Con il dubbio che non si parli più, come sempre, solo dei comportamenti sociali ma anche della propensione alla vaccinazione.

In ottica turistica, esiste anche un altro problema: non è chiaro come le singole regioni saranno colorate nel pieno della stagione. Se per caso Puglia, Calabria, le isole maggiori diventassero arancioni o gialle a cavallo di Ferragosto, verrebbero meno anche le minime agevolazioni concesse, costringendo i turisti a svolgere una vita monacale. In generale, il regime del coprifuoco generalizzato e delle autocertificazioni nelle zone più intensamente colorate è incompatibile con la vita turistica: un turista fiorentino pescato a gironzolare a Tropea o Gallipoli, nel frattempo diventate improvvisamente rosse, cosa dovrebbe dichiarare? Motivi di lavoro, di salute o di necessità? Mi sembra chiaro che queste condizioni rendono impossibile una programmazione turistica sia sul versante attivo che su quello produttivo.

È vero che d’estate  la circolazione del virus calerà e sarà più facile ingiallirsi ma è anche evidente che i criteri che determinano il passaggio al giallo sono, oggi, diversi da quelli stabiliti a novembre, applicando i quali oggi 11 regioni sarebbero già in zona gialla: abbassamento della soglia Rt da <1,25 a <1 (da notare che Rt tende ad impennarsi proprio quando i casi diminuiscono); introduzione della soglia dei 250 casi per 100.000 residenti; aumento del numero dei tamponi giornalieri; adesso, probabilmente, previsione di numeri minimi di tamponi e di parametri relativi alla vaccinazione. Riguardo a questi ultimi, si addossa la responsabilità vaccinale alle regioni, che in realtà non possono controllare i flussi di approvvigionamento, e si assegnano obiettivi irrealistici: scomparso il target delle 500.000 iniezioni/giorni, è da ridere anche pensare di vaccinare 300k persone al giorno in periodo di ferie. L’aleatorietà della coloritura è quindi, in realtà, molto più alta di quanto si possa pensare e questo dimostra che il sistema dei colori serve principalmente a confondere le idee e a smussare la percezione di lockdown permanente, oltre che a gettare colpe e responsabilità su cittadini e governatori delle regioni: più che di rischio calcolato, si dovrebbe parlare di roulette russa. In generale, la stagione turistica tende a ridursi a tre mesi (giugno, luglio, agosto), probabilmente troppo poco per garantire la ripresa del settore ed il supporto al PIL. Sugli altri versanti, patetica la riapertura delle palestre dal 15 giugno (a differenza delle piscine, l’estate è stagione bassa per il comparto ma probabilmente le élite ignorano la differenza fra le due attività) e delle fiere dal primo luglio (con i fieristi in ferie): provvedimenti che possono avere solo un senso di medio-lungo periodo nell’ipotesi che siano prodoromici ad una qualche forma di stabilizzazione dei rispettivi settori. È chiaro che tutta la materia è un work in progress e che il dato positivo è lo spostamento dell’opinione pubblica e degli orientamenti politici verso il lato dell’economia, ma si dovrà ancora lavorare molto, di ascia e di bulino.

Su tutto questo arriva il pass per gli spostamenti interni. E ci arriva in modo velato, con un frasetta buttata lì dall’esimio nel corso della conferenza stampa. Una frasetta suadente per nascondere una realtà sconvolgente. Perché è vero che il pass sanitario sarà, prima o poi, implementato anche dall’UE ma, a parte che a Bruxelles sembra che ci siano dei lievi ripensamenti, la situazione è (o dovrebbe essere) ben diversa fra coloro che vogliono passare da uno stato all’altro e coloro che vogliono muoversi all’interno del loro paese. Lo spostamento fra stati non è mai stato libero, se non in un breve periodo che va dal 1997 al 2015 (terrorismo in Francia che determinò la sospensione, mai cancellata, del trattato di Schengen), mentre la libertà di movimento all’interno dello Stato non è subordinata (art. 16 della Costituzione) a nessun requisito soggettivo “salve le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche“. Ora, è evidente che le limitazioni di cui si parla, se non si vuole privare di significato l’intero impianto garantista e liberale della Costituzione, devono essere intese come eccezioni riferite ragionevolmente a situazioni specifiche, di carattere territoriale o categoriale, e non imposte indiscriminatamente ad ogni cittadino partendo dal presupposto che potrebbe essere contagioso. Siccome tutti possono essere contagiosi per qualcosa (e non è da escludere che il pass venga esteso in futuro ad altre patologie), considerare tutti indiscriminatamente “untori” vuol dire fare strame, per questa via, di tutti i diritti garantiti dalla Costituzione. Per di più, la maggior parte degli italiani, rispetto al Covid-19, è da considerarsi sana e quindi non assoggettabile, in punta di Costituzione, a limitazioni di libertà basate sullo stato di salute. Ancora, concentrandosi solo sul Covid-19, si attua una discriminazione rispetto ad altre situazioni di malattie infettive, anche molto più gravi e pericolose (si pensi all’AIDS o alla tubercolosi epatite C), per le quali non è imposto alcun obbligo o limite, senza contare che in questo modo si violano bellamente tutte le garanzie esistenti in termini di privacy. Se, infine, non si vuole addirittura ipotizzare che l’opposizione al vaccino sia da considerarsi come un dato non solo sanitario ma anche politico e quindi escluso, come tale, da qualsiasi forma di limitazione.

Si viola, quindi, l’art. 16 ma anche il 120 che vieta alle Regioni di imporre frontiere interne: se non lo può fare una regione, a maggior ragione non lo può fare neanche lo stato con riferimento a tutte le regioni. Anche perché, così facendo, viene meno il carattere unitario della Repubblica, norma talmente basilare da essere stata definita come immodificabile dalla Corte Costituzionale.

A livello sanitario, occorrerà capire quale sarà la posizione di coloro che il vaccino non possono farselo (minorenni, affetti da altre patologie). A livello economico, si dovrà pensare a chi non può pagare, per sé e per i propri familiari, un giro di tamponi sierologici da 50 euro a testa. A livello turistico, si inseriscono ulteriori fattori di incertezza (la regione dove voglio andare sarà gialla nel mio periodo di ferie? e se poi la mia regione diventa arancione o rossa, devo tamponarmi per tornare a casa? Il tampone a 48 ore dalla partenza darà esito positivo, così facendomi perdere viaggio e caparre?) che dissuaderanno ulteriormente  dalle prenotazioni e comunque favoriranno il turismo intraregionale che sembra (solo al momento) essere escluso da queste vessazioni: vuol dire che i milanesi si abbronzeranno all’idroscalo mentre sardi, romagnoli e calabresi si godranno le loro spiagge vuote che potranno, eventualmente, essere invase da ultraottuagenari debitamente vaccinati. La misura, oltretutto, è assolutamente illogica: si dovrebbero, caso mai, verificare gli spostamenti da zone più infette a zone più sane e non viceversa.

È chiaro che la situazione attuale è ben lontana da quella definita dalla Costituzione e anche da quella dello scorso anno. Il regime sanitario-autoritario si è strutturato e consolidato e diventa sempre più difficile ipotizzare un ritorno alle origini: vale un parallelo con la legge Reale, entrata in vigore nel 1977, in piena pandemia terroristica, ed abrogata definitivamente solo nel 2005. È chiaro che questo documento, una volta messo in uso, verrà utilizzato da altri soggetti (hotel, vettori) e per regolamentare altri diritti e già oggi si parla di utilizzarlo per accedere ad eventi sportivi, musicali e culturali. Potrà essere anche restrinto, in futuro, l’ambito di libertà di spostamento, riducendolo a livello provinciale o, addirittura, comunale, creando così una forma di reclusione ad personam. Così come potrà essere arricchito, via via, di nuove condizionalità, diventando uno strumento di valutazione del credito sociale in stile cinese. In ultimo potrà essere utilizzato per selezionare l’accesso ai luoghi di lavoro: non ha senso che serva il pass per andare in giro, da soli, sui monti del Mugello e non per stare accanto ad altre persone in luoghi chiusi. Ed è buffa (si fa per dire) l’inversione del rapporto fra cittadini e stranieri, con i secondi (anche irregolari) che, ad oggi, possono girare l’Italia senza limiti ed i primi soggetti a questi umilianti divieti. Umiliazioni che potrebbero anche aumentare in considerazione delle modalità di controllo: blocchi sull’Autosole all’altezza di Fabro e Roncobilaccio? Controlli casuali in pieno centro? Rastrellamenti e delazioni basati sull’accento dialettale? E le conseguenze? Foglio di via? Internamento in albergo? Daspo per i successivi spostamenti? A livello operativo, occorrerà capire chi sarà deputato a rilasciarlo, quali saranno i tempi di rilascio, se ci sarà discrezionalità nel rilascio, quali saranno le forme di tutela in caso di errori o malafede e se ci saranno costi per vaccini, esami e procedure amministrative. Ma è indubbio il senso di moderna sudditanza che questa misura, per invero forse un po’ ridimensionata nei primi commenti, produrrà negli ex cittadini.

È evidente che il diritto, di per sé, non è sufficiente a garantire i diritti ma servono, a priori, una cultura, una sensibilità, un amore per l’uomo e l’umanità che oggi sono scomparsi a tutti i livelli. È una situazione sconcertante e sconvolgente che è figlia del primo cedimento, quello del lockdown totale del 2020: accettato quello, siamo entrati in un territorio incognito da cui usciremo solo col tempo e con una maturazione politica collettiva che, oggi, non è assolutamente alle viste. Per adesso, accontentiamoci della riconquistata libertà di berci, in santa pace, un bel mojito.

Discussione

2 pensieri su “La vie en jaune

  1. Due cose:
    il regime del coprifuoco generalizzato e delle autocertificazioni nelle zone più intensamente colorate è incompatibile con la vita turistica
    No: è incompatibile con la vita.
    Tubercolosi C
    Intendevi dire epatite C?

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    Pubblicato da blogdibarbara | 18 aprile 2021, 20:45
  2. Capolavoro. Complimenti. La cosa più inquietante è proprio che la storia del pass è stata appenna accennata.

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    Pubblicato da Stefano Petroncini | 19 aprile 2021, 11:31

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