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Economia e società

Una sporca dozzina

Un rapido sguardo su Wikipedia dimostra che, da quando la Champion’s League è stata creata (stagione 1997/98), le squadre fondatrici della già defunta Superleague hanno vinto 19 edizioni su 23 (tre le ha vinte il Bayern, che pure era stato invitato ad unirsi ai superclub, ed una il Porto che invece non se lo è filato nessuno). Le stesse 12 squadre sono state finaliste per 14 volte. Quest’anno, tre squadre comprese fra le reiette sono giunte in semifinale e, anche se la favorita è la lealista PSG, il rischio è che la doppia striscia si allunghi. Alla fine, la scelta della Superleague, soprattutto se integrata da Bayern e PSG, aveva un significato di semplificazione e verità: non stiamo tanto a menarcela, noi siamo il gotha del calcio europeo, i titoli sempre a noi arrivano, passare per 9 mesi di pseudo amichevoli con squadre russe, slovacche o, Dio non voglia, cipriote è solo una perdita di tempo, energia, salute (rischi di infortuni e contagi) e soldi. Sì, sì, ci sarà sempre David che batte Golia ma sono episodi, alla fine David lo soffocheremo comunque (come fece il Bayern nel 2009 con la Fiorentina).

Se da un punto di vista sportivo la Superleague si limitava a prendere atto della realtà, dal punto di vista economico metteva una pezza ad una situazione che – spiace prendere una posizione pro Juventina ma è così – è non solo insostenibile per i grandi club, ma anche estremamente squilibrata a loro sfavore.

I vantaggi della partecipazione e, addirittura, della vittoria in Champion’s sono modesti rispetto ai costi che devono essere sostenuti per ottenerla. I 130 milioni di euro assegnati al vincitore coprono appena il cartellino di Ronaldo, sono la metà di quanto servirebbe per comprare un fenomeno più giovane, non coprono il monte ingaggi della squadra (solo Ronaldo costa 86 milioni all’anno). Impegnarsi per vincere è l’anticamera del tracollo economico mentre la formula premia l’aurea mediocritas di squadre di medio livello che puntano al quarto posto in campionato e poi partecipano con quello che hanno, puntano a vincere una partita, a segnare al Bernabeu o all’Anfield, se proprio gli dice culo a passare il primo turno: i milioni di premi assicurati anche solo per avere partecipato sono tutto guadagno.

Per sopravvivere, i top club devono invece fare cose che con lo sport c’entrano poco, come quotarsi in borsa e depredare i risparmiatori , riversando su di loro le perdite, oppure votarsi a ricconi improbabili (e qualche volta anche presunti, vero Inter?) che mettono i 25 giocatori della rosa in un assortimento di status symbol che comprende anche yacht, croste spacciate per veri Leonardo Da Vinci, harem, cessi d’oro.

Stanno venendo al pettine decenni di errori strategici. Da sempre il calcio è stato un qualcosa a metà fra un hobby di lusso ed uno strumento di prestigio sociale e di influenza politico-economica i cui costi trovavano ristoro in vantaggi ottenuti in settori diversi. In questo solco si sono posti gli Agnelli, i Moratti, Berlusconi e tutti gli altri che per decenni vi si sono avvicinati. Poi, dagli anni ’90, si è preteso di trasformarlo in business con trasformazione in SPA, quotazione in borsa e quant’altro. Il successo di questo progetto è stato impedito, in primo luogo, dall’aleatorietà non solo dei risultati ma degli stessi processi, legati come sono ad un elemento umano (i calciatori) volubile, fragile, poco prevedibile e controllabile. In secondo luogo, dall’entrata in campo di soggetti che ragionano come i ricchi scemi di una volta: emiri, oligarchi, imprenditori emersi da passati fumosi. I costi del primato sono aumentati a dismisura ed è cresciuto, anno dopo anno, il novero dei contendenti: prima di essere rilevati da qualche mecenate, il Manchester City navigava in seconda divisione, il PSG era finito in serie B francese, il Chelsea aveva solo un glorioso passato. Nessun problema per chi estrae petrolio o è impegnato nel capitalismo di stato cinese, mille problemi per chi ha creduto alla natura imprenditoriale del gioco. Terzo aspetto, lo svincolo dei giocatori, con il che business plan decamilionari sono stati posti alla mercè dell’ingordigia di ragazzetti ignoranti e dei loro procuratori. In definitiva, si è seguita in pieno la strada contraddittoria tracciata dall’UE in tutti i settori in cui ha messo piede: dimensione continentale, abbattimento delle frontiere, commercializzazione totale, regole asimmetriche. Con la beffa, per chi ci ha creduto, di non poter nemmeno sviluppare completamente le potenzialità del business perché – ce ne accorgiamo solo oggi che la torta si è rimpicciolita – la gestione dei proventi è amministrata dall’ennesimo ente centrale, una specie di soviet che, per acquisire potere e consenso, deruba (o, perlomeno, limita) i ricchi per dare ai poveri. L’assurdità del Benevento e del Crotone in serie A o di squadre del Donbass, delle Faer Oer e del Nagorno Karabakh che giocano nelle coppe riposa tutta sul ruolo dominante svolto dalla UEFA e dalle federazioni nazionali e sulla corrispondente limitazione delle prerogative delle grandi squadre che, per partecipare a tornei sempre meno interessanti, sono costrette a limitare alquanto gli introiti che altrimenti potrebbero avere così finanziando, ad un tempo, un enorme carrozzone burocratico ed un universo di centinaia di squadre professionistiche (negli USA, per ogni sport sono una trentina) che campano, di fatto, solo sull’attrattività commerciale e comunicativa della sporca dozzina e degli scontri diretti.

Un sistema aperto e sregolato impone alle squadre di vertice di impiccarsi economicamente per competere fra di loro mentre un accordo di cartello permetterebbe di aumentare i ricavi, di acquisire maggior potere contrattuale verso i giocatori – che farebbero le corse per giocare nel supercampionato ma si troverebbero di fronte ad un oligopsonio – e di limitare i costi degli ingaggi, stabilendo un circuito chiuso in cui eventuali nuovi club arricchiti potrebbero entrare solo a certe condizioni o da cui i membri potrebbero essere espulsi se ponessero in essere comportamenti non conformi: un meccanismo molto più efficace del fair play finanziario dell’UEFA e che riporterebbe effettivamente il sistema calcistico ad una dimensione genuinamente imprenditoriale. Paradossalmente, la necessità di mantenere alta l’attrattività del prodotto calcistico offerto svilirebbe il requisito puramente finanziario per premiare la capacità di pianificazione, organizzazione e marketing.

Viene da ridere a pensare alle accuse di voler sfuggire alla meritocrazia dei campionati nazionali e continentali: come se i meriti che hanno acquisito vincendo praticamente tutto quello che c’era da vincere nell’ultimo quarto di secolo non contassero nulla e non fossero il risultato di una competizione sfrenata durata oltre 60 anni che ha marginalizzato realtà una volta importanti come le squadre olandesi, portoghesi e scozzesi e ha anche aumentato le differenze nei campionati nazionali. E’ vero che la Superleague congelerebbe la situazione al punto odierno ma è anche vero che ogni organizzazione è frutto del suo tempo e che nel nostro i buoi sono scappati dalla stalla da un bel po’. Invero, la possibilità che club minori emergano per i meri valori sportivi è molto bassa e limitata nel tempo. In serie A, negli ultimi 40 anni, solo 7 volte lo scudetto è uscito dalla MI-TO e l’ultima volta è accaduto 20 anni fa e comunque cinque delle sette volte lo scudetto è andato a squadre metropolitane che potrebbero ambire all’invito nella superlega; in Premier League, in 28 anni, si contano solo le vittorie “strane” di Blackburn e Leicester; nella Liga spagnola, i tre superteam hanno vinto 26 degli ultimi 29 titoli e non ne perdono uno da 15 anni; in Germania, il Bayern (che, per livello tecnico e fascino, rappresenta più facilmente la prima delle seconde, quasi una super Atalanta, e che non a caso ha bilanci in ordine) ha vinto 16 degli ultimi 22 scudetti, fra cui gli ultimi 8, ed il Borussia Dortmund, anch’esso papabile per il super campionato, altri 3. Più articolata la situazione in Francia dove, comunque, il PSG ha vinto 7 degli ultimi 8 titoli. In tutti i paesi citati, il campionato in corso sarà vinto da uno dei superclub. Continuare con una formula sportiva così squilibrata è accanimento terapeutico per le altre squadre che, invece, potrebbero trovare stimoli in competizioni ridimensionate ma più aperte.

La ricerca dell’asserita meritocrazia porta a tornei insulsi in cui il 60% dei club si trascina per nove mesi senza stimoli ed obiettivi ed in cui il riequilibrio può derivare non certo dalla crescita tecnica delle provinciali ma solo dall’ingresso di qualche altro Paperone. Anche la paventata spettacolarizzazione dello sport, posto lontano dai ceti popolari e staccato dalla passione del tifo, è ormai un dato di fatto. Il dislivello esistente, ormai da anni, in ambito nazionale ed europeo, fa guardare alle partite con lo stesso occhio con cui si guarda a sport freddi o a spettacoli televisivi, con ammirazione ma senza passione. Il sistema mediatico ha reso inutili gli stadi, vieppiù desertificati dalla cura della pandemia che ha visto in essi uno dei mali principali, salvo adesso piangere sui tifosi lontani dagli spalti. E’ chiaro che le altre squadre adesso si lamentino della fuga di gobbi, biscioni e bauscia invece di gioire per le opportunità di successo che ora si aprono per loro: dovrebbero essere loro, adesso, a sostenere il grosso dei costi diretti a valorizzare prodotti sportivi di cui altri beneficiano. E l’unica cosa di tutta questa storia che sfugge alla logica è la protesta delle tifoserie, specie quella juventina che parrebbe ansiosa, e mi sfugge il motivo, di poter continuare a giocare con corazzate come lo Spezia o, dispiace dirlo ma è così, la Viola. Alla fine ci siamo accorti che anche il calcio è diventato un sistema sovietico in cui comandano politica, burocrazia e squadracce del tifo che chissà poi quanti tifosi rappresentano davvero. Proprietari e presidenti sono solo e sempre ricchi scemi che nulla hanno a pretendere per il loro sforzo, in una rivisitazione iperpopulista del panem et circenses che, nel terzo millennio, lascia sbigottiti e che realizza l’ennesimo esempio di saldatura fra élite e popolino che schiaccia quelli che alla fine sono pur sempre certi produttivi. Oltretutto, con una comunicazione contraddittoria che, per contrastare il progetto, alterna l’odio per gli avidi ricconi con il disprezzo per i poveracci coperti di debiti, senza considerare che sempre degli stessi club si sta parlando.

Si dice che i 12 club hanno circa 5/6 miliardi di debiti. Una soluzione si troverà ma questa vicenda squalifica tutti: i club secessionisti, assolutamente privi di capacità di pianificazione, di coesione e di coraggio; l’UEFA, persa in giochi di potere e che non ha compreso le difficoltà dei club e l’impatto del Covid; i governi, che si sono impicciati di questioni private che coinvolgevano pure società quotate in borsa e relativi investitori. Un ennesimo segnale di scricchiolio di un sistema europeo che ormai è diventato disfunzionale in tutte le sue manifestazioni, anche solo circensi.

Discussione

Un pensiero su “Una sporca dozzina

  1. Il mondo del calcio è da anni su una traiettoria di non ritorno. Tutto sommato sono tutti un po’ colpevoli in questa situazione, tifosi compresi, che oggi si indignano per la SuperLega, dimenticandosi delle critiche, anche feroci,che non risparmiano ai Presidenti delle loro squadre se questi non “aprono i cordoni della borsa”

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    Pubblicato da Stefano Petroncini | 23 aprile 2021, 10:01

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